Nel 1945 Marcel Carné intitolò il suo capolavoro cinematografico Les Enfants du Paradis. Il paradiso non era quello dei santi, ma quello del teatro: l'ultima galleria, i posti più economici, il regno del popolo. Quello che in Italia viene conosciuto come "piccionaia", in Francia si chiama appunto "paradis". Sotto, nei palchi, sedevano i notabili. Sopra, ammassati, gli spettatori che non potevano permettersi altro. Per secoli lo spettacolo è stato anche questo: una rappresentazione della società e delle sue gerarchie.
La cosa curiosa è che ci abbiamo messo quasi un secolo a convincerci di aver superato quel modello.
Il Novecento del rock, del pop e dei grandi concerti di massa aveva promesso un'altra geografia. Non un mondo perfettamente eguale, certo. Le prime file esistevano, le tribune pure. Ma il cuore simbolico dell'evento era altrove: nel fatto che migliaia di persone condividessero lo stesso spazio, lo stesso concerto, la stessa esperienza. Davanti ai The Beatles si accalcavano studenti, impiegati, figli della buona borghesia e ragazzi dei quartieri popolari. Ai concerti dei The Clash il principio diventò quasi una dichiarazione politica. E ancora prima erano stati i jazz club fumosi di Chicago e New York City, dove artisti e pubblico si ritrovavano compressi negli stessi pochi metri quadrati. Neri e bianchi assieme, il più delle volte. Lo spettacolo popolare del Novecento non eliminava le differenze sociali. Le sospendeva.
Poi è arrivata la casita di Bad Bunny.
Se non avete seguito la polemica, si tratta di uno spazio esclusivo all'interno del concerto. Una casa nel senso letterale del termine: un ambiente separato, privilegiato, riservato a pochissimi spettatori. Più che un posto migliore, è un concerto diverso. Una zona sottratta alla folla e trasformata in esperienza privata. Ed è proprio questo il punto.
I posti premium sono sempre esistiti. I VIP pure. Un tempo si chiamavano nobildonne e nobiluomini, oggi hanno altri nomi ma la sostanza cambia poco. Gli sky box negli stadi non li ha inventati Bad Bunny. La differenza è che qui il privilegio diventa scenografia. Viene esibito, fotografato, trasformato in parte integrante dello show. Non si acquista semplicemente una visuale migliore. Si acquista l'accesso a uno spazio diverso da quello degli altri.
La cosa più interessante è che tutto questo accade sotto il nome di un artista che ha costruito la propria immagine pubblica raccontando altro. Bad Bunny è la popstar globale dell'identità latina, della comunità, dell'appartenenza e dell'orgoglio popolare. È uno degli artisti che più di tutti hanno sfidato l'idea che il centro del mondo culturale debba essere angloamericano. Per anni il suo successo è stato raccontato come una vittoria della periferia sul centro. Il terzomondismo che conquista il cuore dell'impero.
Eppure la trovata scenica più significativa del suo tour sembra raccontare qualcosa di molto diverso.
Perché al centro di quella casa non c'è la comunità. C'è la separazione. Ci sono loro e ci sono gli altri.
Non necessariamente per volontà dell'artista. Forse nemmeno consapevolmente. Ma il risultato è quello. La casa che dovrebbe evocare accoglienza e condivisione finisce per diventare una piccola enclave privata nel mezzo di un evento collettivo. Una gated community da stadio.
Il punto, però, è che forse questa storia non racconta davvero Bad Bunny. Racconta paradossalmente noi. Me, e pure tu che stai leggendo questo pezzo.
Per anni ci hanno spiegato che internet avrebbe abbattuto le barriere. Che la globalizzazione avrebbe reso il mondo più orizzontale. Che la cultura pop avrebbe dissolto le vecchie gerarchie. Poi sono arrivati gli aeroporti con le lounge riservate, le corsie fast track, i pacchetti platinum, i club privati, gli eventi premium, le community esclusive. E abbiamo scoperto che il desiderio dominante del XXI secolo non è l'uguaglianza.
È il privilegio. O meglio: la possibilità di distinguersi.
Per gran parte del Novecento il lusso consisteva nello stare più vicino all'artista. Oggi il lusso consiste nello stare più lontano dagli altri spettatori.
Questa piccola casa costruita nel mezzo di uno stadio racconta perfettamente la trasformazione. Non vende soltanto un'esperienza migliore. Vende una distanza. Vende il diritto di non essere confusi con il resto della folla.
Ed è qui che il concerto pop torna sorprendentemente vicino al teatro ottocentesco. Questa è la morte del pratone democratico. Per decenni abbiamo pensato che il prato avesse sconfitto i palchi. Che l'esperienza collettiva avesse sostituito le gerarchie visibili. Che almeno davanti a un palco fossimo tutti parte della stessa massa.
Poi è arrivata una casetta nel mezzo di uno stadio.
E il vecchio teatro di Marcel Carné è tornato davanti ai nostri occhi: i palchi sotto, il paradiso sopra e, nel mezzo, la convinzione tutta contemporanea che il privilegio non debba più nascondersi. Debba essere fotografato. E condiviso a mezzo social, con buona pace dei “bambini del paradiso”.