Premessa: scrivere questo articolo è molto doloroso. La canzone c’era. Il feat c’era. Due artisti del calibro di Gianna Nannini e Marracash si uniscono e già solo l’annuncio di una loro collaborazione fa impallidire la musica italiana. America non è una canzone di successo della Nannini. America è la canzone. E nonostante la cantante abbia sfornato diversi successi che rimangono nella storia musicale italiana, America rimane lontana e maestosa come solo quel continente sapeva essere nel 1979, anno di pubblicazione del brano.
Una canzone così non si tocca. L’aveva toccata Dolcenera facendoci una cover vent’anni fa e avevamo tirato un sospiro di sollievo, perché quel brano ce l’aveva grosso. E anche quando, pochi giorni fa, Nannini ha annunciato il remake insieme a Marracash, non potevamo che fidarci: sarebbe uscito un gran pezzo. Certo, nessun remake può eguagliare l’originale, ma con una penna del genere un pezzo così puoi solo impreziosirlo ulteriormente.
E invece è successo il dramma. Quando parte America Inc., ti accorgi immediatamente che “Inc.” sta per “inculata”. Come quando su Amazon vedi un bell’oggetto e lo compri, ma poi quando ti arriva a casa ti rendi conto che è una ciofeca. In quel caso almeno puoi fare il reso. Nel caso di America Inc. nessuno potrà restituirti quei 3:56. Nessuno potrà cancellare la delusione di un’aspettativa tradita.
E fa malissimo ammetterlo, ma questo remake non è all’altezza degli artisti che lo cantano e non è all’altezza della canzone stessa. Quando attacca Gianna Nannini ti chiedi se si tratti di lei o di Anna Pepe. Per un attimo abbiamo pensato che avessero fatto confusione durante il missaggio. E di certo un po’ di confusione l’hanno fatta. Perché va bene la libertà d’espressione, ma a tutto c’è un limite.
La voce di Gianna Nannini è talmente robotizzata che perde tutta la sua verve. Non c’è quell’erotismo. Non c’è calore. Non c’è carne né sangue. E qui non è questione di essere boomer, perché gli effetti vocali ormai sono sdoganati, riguardano lo stile e non sempre l’intonazione, ok. Ci mancherebbe, nessuno potrebbe dubitare delle doti canore della Nannini. Di certo gli effetti non sono messi lì per correggere imperfezioni. Anche perché pure le imperfezioni di Gianna Nannini sono goduriose da ascoltare, quindi perché privarcene?
Ma evidentemente le scelte di produzione si sono dirette verso una contemporaneità a tutti i costi, deturpando completamente un brano che no, non se lo meritava.
Poi arriva la strofa di Marracash e ti aspetti una strofa di Marracash. Invece arrivano appena trenta secondi di rime che sembrano quelle del vicino di casa di Fabio Rizzo. E allora, anche lì, ti chiedi: ma che cazzo è successo?
Perché artisti come Gianna Nannini e Marracash sentono il bisogno di buttare fuori una versione a caso di un colosso? E, soprattutto, perché due artisti come loro hanno pensato che collaborare per questo remake insipido fosse meglio che creare qualcosa di nuovo?
Sono quelle cose che non ti spieghi. L’unica cosa chiara è la cover art del brano e il canvas su Spotify che vede la Statua della Libertà sciogliersi inesorabilmente. È esattamente questo quello che succede quando si ascolta America Inc.
Se l’obiettivo era quello di celebrare l’America del passato e descrivere il decadimento dell’America trumpiana, allora questa canzone c’è riuscita benissimo. Se voleva essere volutamente brutta per raggiungere lo scopo, allora è perfetta così.
Ci piacerebbe pensare questo, ma la verità è che con questa nuova versione si scioglie, non solo quell’idea antica di America come terra d’opportunità, ma anche l’illusione che basti mettere insieme due nomi giganteschi per ottenere automaticamente una grande canzone.
Perché il problema non è il coraggio di toccare un classico. I classici si possono riscrivere e tradire, persino demolire se dietro c’è una visione. Qui, invece, la sensazione è quella di un esercizio di stile rimasto a metà.
L’arrangiamento cerca disperatamente di sembrare attuale, la voce di Gianna viene sacrificata sull’altare di una produzione iper-lavorata e Marracash sembra quasi un ospite capitato lì per obbligo contrattuale, senza quella fame narrativa che lo ha reso uno degli autori più importanti del rap italiano. Nessuno dei due sembra davvero divertirsi. E se loro non si divertono, figurarsi chi ascolta.
Il risultato è un brano che non riesce né a celebrare il passato né a parlare davvero al presente. Rimane sospeso in una terra di nessuno, dove la nostalgia viene sterilizzata e la modernità diventa un filtro applicato a caso. Ma soprattutto rimane una canzone che domani sarà già dimentica. America non se lo meritava. Gianna Nannini non se lo meritava. Marracash non se lo meritava.
Il peccato più grande di America Inc. è aver limato proprio ciò che rendeva America una canzone immortale. La ruvidità. L'istinto. La sensualità animalesca di una voce che sembrava sul punto di rompersi da un momento all'altro. Tutto quello che fa di Gianna Nannini un’artista irripetibile qui viene addomesticato e compresso, lucidato fino a diventare quasi irriconoscibile.
Ma quindi chi aveva davvero bisogno di questa versione? Probabilmente nessuno. Non Gianna Nannini, che America l'aveva già consegnata alla storia quarantasei anni fa. Non Marracash, che ha dimostrato più volte di poter scrivere pagine infinitamente più interessanti quando parte da un foglio bianco. E soprattutto non chi ama quella canzone. E adesso, per dimenticare, andiamo ad ascoltarci la versione originale, quella che ci fa allungare la mano per toccarci l’America, quella vera.
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