Morgan ha pianto. Non davanti a una telecamera, non per una provocazione televisiva, non per un gioco di immagine: ha pianto ascoltando la notizia dei bambini morti a Gaza. In un’Italia che da anni lo vede come figura eccentrica, polemica, ironica e spesso autodistruttiva, quell’immagine spiazza. Non è l’artista che litiga con colleghi o giudici di talent show, non è l’intellettuale “maledetto” che dispensa citazioni erudite: è semplicemente un uomo che crolla davanti all’orrore. La scena richiama inevitabilmente un episodio che appartiene alla memoria della filosofia europea.
Torino, 1889: Friedrich Nietzsche, ormai già fragile e stremato, vede un cavallo frustato dal cocchiere. Lo abbraccia, piange, e in quel gesto si spezza la sua lucidità. Non è un semplice aneddoto: da quel momento la sua vita si arresta, inghiottita dalla follia. In quell’abbraccio disperato a un animale ferito, Nietzsche riversava la compassione assoluta che non riusciva più a contenere, il dolore per l’insensatezza della violenza, la pietà che travolge e annienta. Morgan che piange per Gaza non è Nietzsche che stringe il collo di un cavallo a Torino. Eppure il parallelismo esiste, ed è significativo. Nietzsche assisteva alla brutalità di un gesto quotidiano, apparentemente marginale, ma capace di spalancare l’abisso. Morgan ascolta la cronaca di una guerra, una guerra che sembra lontana e al tempo stesso ossessivamente presente nelle immagini che attraversano i notiziari. Ma in entrambi i casi, il centro resta lo stesso: l’impossibilità di accettare la sofferenza innocente.

Il cavallo di Nietzsche era simbolo di tutta la crudeltà inflitta ai deboli. I bambini morti sotto le macerie a Gaza sono la rappresentazione più pura e inaccettabile del male che si abbatte su chi non ha colpa. Le lacrime, allora, non sono un segno di fragilità ma di lucidità estrema: il riconoscimento che non c’è giustificazione politica, storica o strategica che possa riscattare la morte dei più indifesi. C’è anche un altro elemento in comune: il rischio di follia. Nietzsche, da quell’episodio, non si riprese più. Non fu la causa, ma fu l’innesco visibile di una frattura irreversibile. Morgan, certo, non è Nietzsche, e la sua vita non è destinata a chiudersi in un silenzio tragico. Ma il gesto di piangere pubblicamente, di lasciarsi travolgere, in un tempo che chiede agli artisti di essere sempre cinici, ironici, distaccati, è già di per sé una forma di rottura. È come se dicesse: “Non riesco più a reggere questo spettacolo del mondo”. In un’epoca di esposizione costante, di social network che trasformano ogni emozione in contenuto, le lacrime di Morgan possono sembrare parte di un copione. Ma se si prova a sospendere il pregiudizio, resta un fatto: un uomo piange ascoltando la notizia della morte di bambini. E questo gesto, apparentemente minimo, contiene una verità che sfugge ai dibattiti televisivi, agli analisti, ai politici: la guerra è insopportabile proprio perché annienta la parte più innocente dell’umanità. Nietzsche non aveva Instagram né un pubblico pronto a commentare. Le sue lacrime sul cavallo non erano destinate a diventare narrazione mediatica, eppure hanno segnato l’immaginario di generazioni. Morgan vive in un tempo diverso, dove tutto rischia di essere letto come spettacolo. Ma forse, proprio in questo contesto, il suo pianto ha ancora più forza: perché testimonia che, nonostante il rumore e la sovraesposizione, l’essere umano può ancora fermarsi e cedere di fronte al dolore dell’altro. In fondo, la lezione che lega Torino 1889 a Gaza 2025 è la stessa: davanti alla violenza che colpisce i più indifesi, la ragione si incrina e resta soltanto il pianto. E non è un segno di debolezza, ma la più autentica delle risposte. Nietzsche, nel suo crollo, ci consegnò un’immagine di pietà radicale che attraversa la filosofia e l’arte. Morgan, nelle sue lacrime (e con il successivo appello a Giorgia Meloni come "donna e madre"), ci ricorda che la compassione non appartiene solo ai filosofi o agli eroi, ma a chiunque abbia ancora la capacità di sentire. Perché un mondo che non piange più davanti ai bambini uccisi è un mondo che ha già smesso di pensare.
