Cantautore complesso, Fabrizio Pollio. Ex-Io?Drama, mostra la sua originalità anche quando suona più classico. La linea melodica di “Equatore”, per dire, tira addirittura a “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen. Altrove, lungo i rettilinei e le curve del nuovo album, “Dopo la bomba”, troviamo un autore terribilmente chirurgico che alterna immagini potenti a ritornelli accoglienti. Lo abbiamo intervistato per capire chi sia questo milanese, classe 1984, dalla penna così affilata.
"Ci sono le case, ci sono le chiese. E c’è un elefante sul ponte. C’è un altro paese. Ed ogni mattina allo specchio ognuno ha un estraneo da accettare”. “È solo una fase”, il pezzo che apre l’album, inizia così. Boom. Ma ogni canzone di questo disco ha un testo che parte in modo folgorante, letale, come se tu avessi scelto, quasi beatlesianamente, di dare una pennellata molto forte per inserire subito l'ascoltatore in un contesto preciso.
È vero, ma le sono canzoni nate così, senza una strategia esatta. Le aperture “letali” di cui mi parli non sono una scelta totalmente conscia. La prima frase di “È solo una fase”, per dire, è venuta fuori come uno starnuto, un conato, un colpo che non ti aspetti. Frasi alle quali, in fase di revisione, dedico molto tempo. Per limarle, per creare una struttura, per far sì prendano la forma di vere e proprie canzoni. Nell’apertura da te citata c’era tutto me stesso. Mi ricordo dov’ero quando l’ho scritta. Ricordo le case che cercavo (era un periodo di traslochi continui). Le chiese rimandano all’integralismo religioso di cui stavo leggendo tanto, in quel periodo. L’immagine del ponte, infine, non nacque affatto a caso. Quel giorno crollò il Ponte Morandi. L’elefante è il camion della Basko che tentava di attraversarlo e che a un certo punto, in tv, si vedeva fermo, in procinto di cadere. “C'è un altro paese” viene dal fatto che in quel tragico episodio ci ho visto dentro un crollo dell'Italia.
Immagini, parole e…
…e sintesi. Che nasce da un continuo lavoro di cesello. Per “Igloo”, ad esempio, avevo letto un articolo che diceva che nel giro di venti-trenta anni andremo su Marte. Il mio viaggio per creare il pezzo è partito da lì.
Resto su “Igloo”, che chiude l’album con una sorta di trionfo Britpop, un pezzo chiaramente figlio di alcune soluzioni melodiche di matrice Brit.
Il brano ha una storia travagliata, ma ho sempre cercato di tenerlo leggero. È il mio manifesto per dire alla gente che, sebbene ogni tanto picchi duro a livello emotivo, posso essere allegro anch’io (ride, nda). Insieme soprattutto a Giuseppe Magnelli, che ha arrangiato il pezzo, e ai FET BASTARDs che hanno prodotto l’intero album, abbiamo condiviso l’amore per quel Brit che dopo trent’anni è ancora qui. Verve, Blur, Radiohead, Oasis. Ma in “Igloo” si percepisce anche il sapore del David Bowie di “Life on Mars?”, che viene infatti citata.
L’ho vissuto come un pezzo liberatorio.
Diciamo che l'ho piazzato alla fine anche per affermare che in futuro potrei avere altri guizzi simili. È un’ipotesi.
Vorrei capire da dove nasce la tua capacità di affondare come una lama, penso a un verso come “Ed ogni mattina allo specchio ognuno ha un estraneo da accettare”.
Fa parte anche della mia personalità. La realtà brucia e cura contemporaneamente e io ci vado dentro. Penso al dolore che si sente quando si mette l’acqua ossigenata. Sulla ferita fa male, ma in quel momento si sta anche bene perché qualcuno ci sta curando. Quel dolore è positivo, ci dice che ci siamo e stiamo guarendo. In questo album mi sono preso la libertà di dire che a volte, se sei intollerante verso qualcuno è perché non sopporti più l’immagine che vedi riflessa allo specchio ogni mattina. Alla faccia dei social, che ci fanno sembrare sempre “presi bene”, capaci di gestire e controllare tutto. Sì, ma se poi non riesco più a guardarmi allo specchio? In questo disco non c’è un solo termine volgare, da “explicit content”, eppure i concetti sono pesanti. Viviamo in una società in cui devi scrivere la parola “suicidio” con numeri o asterischi altrimenti l’algoritmo te la blocca, quindi cerco di utilizzare la scrittura per poter parlare, a cuore aperto, di ciò in cui credo.
Perché “Dopo la bomba”?
Perché ho capito che nella mia vita – e credo anche in quella di tante altre persone – c'erano delle bombe, sia esplose che ancora innescate. Annunci di crisi, guerre. Su un piano più personale, i lutti. Ma anche, in positivo, la nascita di mio figlio. Tutte grandi cose che rimandano a un momento futuro in cui staremo finalmente meglio. La mia generazione vive in una condizione di perenne post-crisi, una sorta di lunga convalescenza. Siamo divorati da un lungo rimuginare. Da questa condizione, prima o poi, però, dovremo per forza uscire. Migliori, si spera. “Dopo la bomba” quindi è anche una speranza. E dico: ok, le bombe (anche reali, come quelle di Netanyahu) le abbiamo viste, abbiamo visto lo schifo, e tra un social e l’altro siamo tutti un po’ fottuti nel cervello. Quindi, una buona volta, tiriamo fuori la nostra umanità. Ho scelto un titolo dirompente e un suono urgente perché credo che ci siano tante cose importanti da costruire o ricostruire.
Ho ricevuto il tuo disco mentre mi stavo documentando di continuo su Crans-Montana. La bomba l’ho associata a quella sciagura. Che tipo di pensieri e considerazioni ti ha scatenato quell’evento?
o pensato che ho cominciato a girare nei locali quando avevo 16-17 anni. Facevo un po’ il dj, un po’ l'organizzatore, un po’ il barista. Di tutto. Nei locali ne ho viste di cotte e di crude. Siamo stati chiusi nei centri sociali, con gli Io?Drama ho fatto concerti in posti che ti giuro… Ora che ci ripenso, da padre, dico che in quei momenti c'è stato un destino favorevole: sarebbe potuto succedere di tutto. Quando ho visto quello che è accaduto a Crans-Montana, da un lato mi ha assalito un totale e sincero sconforto. Non oso immaginare quei ragazzi, sia quelli che non ci sono più sia quelli che stanno ancora lottando per la vita. Immagino ciò che tante persone dovranno provare a ricostruire dopo la loro bomba. D’altra parte, però, ho anche pensato che di soggetti come questi Moretti ce ne sono tanti in giro. Ci sono tanti gestori che sporcano il lavoro e la reputazione di tutti i gestori onesti, attenti, scrupolosi. Mi spiace che dal giorno dopo, semmai, si sia scatenato il solito esercito di benpensanti. All’improvviso tutti esperti di HACCP. Tanti moralisti hanno preso di mira quei pochi ragazzi che hanno fatto i video. Tutta gente che si è dimenticata come loro stessi trascorrevano le serate quando avevano 16-17 anni. Non stava ai ragazzi mettere in sicurezza il luogo o non usare i candelotti. Mentre invece, dal giorno dopo, tutti a scagliare pietre, tutti a parlare come se in Italia ogni locale fosse in regola. Da noi va tutto bene così, quindi? Non direi proprio.H
Da dove vieni musicalmente? Ti descriverei come indie-pop, ma non vorrei risultare oltremodo pigro.
Indie-pop va benissimo, oggi. Però vengo da un contesto musicale in cui l’indie-pop neppure esisteva. Che ora ci sia finito dentro va benissimo, ma con gli Io?Drama ero certamente più vicino a Verdena, Afterhours, Marlene Kuntz, CSI… Lo chiamavamo rock alternativo, poi si è parlato di indie. Mi sono formato con Radiohead, Muse, Placebo. Prima ancora ascoltavo Neffa, Frankie Hi-NRG, l’hip hop. Un suono che aveva letteralmente invaso Settimo Milanese, dove vivevo. Da lì tutto esplose: qualcuno diventò un electro-addicted, altri fecero rock, altri continuarono a tenere la bomboletta in mano. Poi, negli anni, sono stato anche folgorato da cantautori come De André e Battiato. Adesso ascolto di tutto, anche il tango e i canti popolari.
Com'è stato e com'è, oggi, essere musicista a Milano?
È stato bello, impossibile dimenticarmi del mio primo concerto in un locale improbabile sui Navigli. Era pieno di gente che aveva scaricato il mio disco da Emule, non c’era neppure MySpace all’epoca, avevamo solo un guestbook. Era una Milano più randagia, eravamo molto polarizzati ma più uniti. C’eravamo noi, gli alternativi, e poi i fighetti, ma fra i due gruppi non c’era particolare acrimonia. E in comune, in ogni modo, avevamo la voglia di fare nostri i locali. Oggi vivo in zona Martesana, viale Monza. Sono qui da quindici anni e la vedo difficile. Milano è una città che continua ad alzarsi i prezzi da sola. E nonostante qui trovi ancora un’apertura mentale molto accogliente, è difficile. Una volta c’erano più possibilità, più centri d’aggregazione. Oggi, se devo fare un mini-giro live, faticherei a trovare spazi. E tra noi musicisti forse sento meno connessione.