Il ritorno dei C.S.I. non rientra nella categoria standard delle reunion. Per intenderci, è come se un intero immaginario tornasse a circolare toccando corde collettive radicate, ed è stato accolto con entusiasmo trasversale sia dal pubblico che dalla critica. Proprio per questo, però, vale la pena spostare lo sguardo. Non per ridimensionare l’evento, ma per capire perché oggi ritorni come questo si moltiplicano e cosa raccontano del sistema musicale che li rende non solo possibili, ma sempre più frequenti.
Questo evento si inserisce in una scia già aperta dal recente tour dei CCCP, che ha attirato un pubblico numeroso e molto coinvolto. In entrambi i casi, oltre Massimo Zamboni, al centro della scena c’è Giovanni Lindo Ferretti, figura a tratti controversa ma capace di attraversare e parlare linguaggi di epoche musicali diverse.
Intorno a questo asse si muovono altri esempi interessanti: i Marlene Kuntz, ad esempio, torneranno sul palco per il trentennale de “Il Vile”, uno dei dischi più amati della loro carriera. I Litfiba in occasione del quarantesimo anniversario, riporteranno in scena quest’estate “17 Re” e lo faranno nella formazione storica -Pelù, Aiazzi, Renzulli e Maroccolo e in ultimo, l’annuncio a sorpresa dei Bluvertigo.
È fondamentale sottolineare che questi gruppi, nel corso della loro carriera, hanno segnato una svolta musicale e culturale di indubbio valore, influenzando profondamente anche il modo di stare su un palco per le successive generazioni di musicisti. Per loro, tornare oggi, non significa guardare indietro, ma ridare energia a un patrimonio ancora vivo. In questo contesto, pertanto, la nostalgia non è rimpianto ma continuità, riconoscimento e soprattutto un codice condiviso.
A questo punto arriva il nodo che troppo spesso viene edulcorato: la nostalgia non è il problema. Nella musica è memoria attiva, identità e continuità. È un sentimento nobile, persino necessario, soprattutto in un’epoca in cui il presente tende a consumare tutto rapidamente. Il problema nasce quando quella memoria viene trattata come un giacimento, come risorsa estraibile più che bene culturale.
Negli ultimi quindici anni, infatti, il mercato musicale è cambiato radicalmente. I dischi non sono più il fulcro, lo streaming ha reso tutto disponibile e di facile accesso, ma ha tolto valore economico alle registrazioni facendo diventare la musica dal vivo il cuore pulsante per la sostenibilità di artisti e addetti ai lavori. Oggi il concerto è il centro di tutto: coinvolge musicisti, tecnici, produzione e promozione. I costi sono alti e le scelte tendono sempre di più verso formule che garantiscano un ritorno economico certo. In questo contesto repertori consolidati e fan affezionati diventano, risorse fondamentali, ecco perché il “fenomeno reunion” funziona, non solo come evento culturale ma anche come modello organizzativo efficace.
Questa logica si riflette anche nel sistema dei biglietti che prevedono prezzi a fasce, costi extra, pacchetti premium e prevendite “esclusive”. Ogni fase serve a catturare valore, mentre l’esperienza viene proposta e venduta come irripetibile. Esistono infatti strumenti come il dynamic pricing, che modificano il prezzo del biglietto in base alla domanda. Emblematico è il caso della gestione della vendita dei biglietti del tour degli Oasis (guarda caso un’altra reunion), finita sotto indagine nel Regno Unito, che ha riacceso l’attenzione sul tema della trasparenza nei prezzi, che è, senza giri di parole, un elemento chiave per la fiducia del pubblico, perché quando tutto diventa poco chiaro, anche il legame emotivo col live rischia di incrinarsi.
Guardare al mercato internazionale aiuta a capire meglio la struttura del sistema in cui attualmente gravita il mondo della musica dal vivo. In Italia, assistere ad un evento come una reunion di artisti nostrani è un evento ancora accessibile, ma per le grandi produzioni, come gli Oasis, la nostalgia diventa un vero e proprio asset industriale ad alto rendimento; confezionato e venduto non come evento ludico culturale ma come esperienza esclusiva e costosa.
In questo sistema, gli artisti non sono sempre i principali beneficiari. Quando una prevendita non funziona, una data può essere ridimensionata o cancellata e il rischio economico e reputazionale ricade spesso su chi sale sul palco, mentre la struttura organizzativa resta più protetta. Alcuni musicisti, di recente, hanno iniziato a raccontare pubblicamente queste dinamiche, parlando di narrazioni di successo costruite a tavolino e di “sold out” che non sempre corrispondono a una domanda reale. Non si tratta esplicitamente di un atto d’accusa, ma della descrizione di meccanismi logoranti, ormai noti a chi lavora dietro le quinte.
E poi c’è il pubblico, che in tutto questo contesto ha spesso, a sua insaputa, un ruolo fondamentale. In mezzo a un’offerta caotica o di qualità effimera, tornare a ciò che si conosce rappresenta una bussola dove la nostalgia diventa un rifugio, uno spazio familiare e soprattutto un punto di riferimento, per questo è diventata una risorsa economica centrale per quel tipo di industria musicale che ha capito che si può regolare il rischio anche attraverso il ricordo.
Il ritorno dei C.S.I, in definitiva, dice qualcosa che va ben oltre la musica: racconta di un sistema culturale dove la memoria è diventata parte strutturale, dove il live è il fulcro economico e dove la nostalgia si trasforma in vero e proprio capitale commerciale.
Le logiche economiche e di mercato hanno trasformato la musica dal vivo nell’unica vera fonte di sostenibilità e tra tanti problemi che emergono la nostalgia non è di certo uno di questi, il vero problema è come il sistema la mercifica.