Qualcuno chiede: perché il Kid Yugi nella bara impugna un coltello? “Un eroe con una croce in mano non sarebbe credibile”. Qualcuno, in effetti, ci aveva già provato, solo che la croce la portava sulla schiena. “E poi un coltello in mano a un morto non è così pericoloso”. Violenza, prevaricazione, odio: realtà difficili da ignorare. Ma c’è dell’altro, per fortuna. Nella musica e nel mondo. Anche gli eroi muoiono, l’ultimo album di Kid Yugi, è certamente disilluso. L’ineluttabilità (concetto che cita spesso di fronte ai giornalisti) è un peso che grava sulle spalle di Francesco Stasi e su chiunque, la libera scelta resta un idolo. Complice di questo inganno sono i social, una finestra social sul mondo che in realtà è una “vetrina di bugie”. Qualcuno, però, si deve prendere la briga di svelarle, queste falsità. Ci prova Francesco Stasi, 25 anni da compiere ad aprile, al terzo album; lo fa guardando indietro, al passato che solo in quanto “cristallizzato” può essere visto dalla giusta prospettiva. A chi fa domande sul presente, sulla violenza tra i giovani, i coltelli portati a scuola, risponde che è da arroganti pensare di vedere il mondo in un’istantanea e poi parlarne l’attimo dopo. Serve tempo. Anche se si tratta della valutazione di Gheddafi, che tanto la narrazione cambia in fretta. L’album è introdotto dalla voce di Giovanni Lindo Ferretti e la sua Occitania: la crociata contro i Catari, eretici cristiani. “Uccideteli tutti”, dice la voce dei CCCP, “Dio riconosce i suoi”. Questa consapevolezza è uno dei fili che tengono insieme le tracce del disco: il mondo è diviso, chi sta con noi e chi contro, gente per bene e gente di strada, geni e tossici. A volte questa duplicità diventa irriconoscibile e lo stesso Yugi si trova in questo limbo, tirato per la giacca da chi lo vuole simbolo della strada o maestro di vita. Gli eroi, quelli veri, restano nascosti nel marasma, a emergere sono i giullari. E Yugi infatti in Jolly avverte che “All’hater che commenta un giorno gli esco dal monitor”.
Anche gli eroi muoiono è un disco di paradossi, perché i paradossi sono ciò che sta alla base di ogni persona. Lo dice Yugi oggi, lo diceva Dostoevskij in Delitto e castigo, “senza fare paragoni però”. C’è la rabbia di Berserker e la Violenza necessaria, ma poi il tono cambia, allontanandosi dall’oscurità; da qui si passa alla dedica alla sorella in ospedale in Per te che lotto e, infine, l’ennesima ammissione di impotenza in Davide e Golia: “Perché i potenti vincono mentre gli eroi muoiono”. Ostinatamente Yugi prova diventare “un filo d’erba che sfida una mietitrebbia/ Un cuore che continua a battere/dopo la sedia elettrica”; contro le nuove forme del male, la “microviolenza”, “dai carrarmati allo stress dell’esistenza”. Resiste, “tra l’incudine e il martello”. E qui torna Dostoevskij: c’è chi aspira ad essere qualcosa che sa di non poter essere. È il tragico, per definizione.
Frammenti di cinema - Bullet Ballet di Shin’ya Tsukamoto è l’emblema di questa passione, ma l'album sarà accompagnato anche da un documentario sulla vita di Stasi - sono disseminati tra le varie tracce. C’è una frase di Arancia Meccanica che colpisce: “Pensare è cosa da stupidi”, che continua, nel film di Kubrick, “gli intelligenti si affidano all’ispirazione”. “Chi si perde nei propri pensieri non farà mai la rivoluzione”, dice Yugi. La scelta è fatta. “Non sono nella posizione di insegnare niente a nessuno, posso dire ai ragazzi che si perdono per strada che non ha senso”. La possibilità di fallire, che il monito non raggiunga il cuore della gente esiste. Vale comunque la pena provarci, per non essere un mostro.