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2 aprile 2026

Quella sporca (e banale) dozzina: il Comitato del Premio Strega ha scelto i dodici romanzi per il 2026, tra Ciabatti, Raimo, Pierantozzi, romanzi storici, femministi e qualche quota colta (che non vincerà)

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

2 aprile 2026

Se gli amici della domenica o il Comitato direttivo non sono costretti a leggere i 79 libri proposti allo Strega per selezionare la rosa dei candidabili alla vittoria, perché dovrebbero farlo i lettori? La storia è sempre la stessa: i soliti nomi, le solite quote indipendenti e colte e i soliti temi (alcuni dicono che è la fine dell’autofiction in favore della pura narrativa, ma a che pro se si parla sempre degli stessi temi, e sono sempre gli stessi scrittori a farlo?). Ecco a voi quella sporca dozzina
Quella sporca (e banale) dozzina: il Comitato del Premio Strega ha scelto i dodici romanzi per il 2026, tra Ciabatti, Raimo, Pierantozzi, romanzi storici, femministi e qualche quota colta (che non vincerà)

Se gli amici della domenica o il Comitato direttivo non sono costretti a leggere i 79 libri proposti allo Strega per selezionare la rosa dei candidabili alla vittoria, non vedo perché dovrei farlo io. Anche perché, a distanza di non troppo tempo dalla pubblicazione dell’elenco, Pietro Abate, Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Dacia Maraini, Melania G. Mazzucco, Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine hanno scelto i fortunati dodici. Una selezione tanto banale e prevedibile da essere quasi tautologico sottolinearne la prevedibilità e banalità. 

C’è il romanzo sull’identità, la classe e l’immigrazione (Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, Einaudi), il romanzo sui disturbi mentali dei “Palahniuk ma non posso” (Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, Einaudi), il romanzo realistico dell’autrice che con i quattro libri scritti dal 2017 a oggi si è persa una sola dozzina dello Strega, con Matrigna, e che potrebbe tranquillamente vincere quest’anno (Donnaregina di Teresa Ciabatti, Mondadori), il romanzo in quota editore indipendente (Vedove di Camus di Elena Rui, L’orma), il libro tratto da una storia vera (Occhi di bambina di Marco Vichi, Guanda), il romanzo storico femminista (La sonnambula di Bianca Pitzorno, Bompiani) e il romanzo dell’autore impegnato e pure vittima del potere (L’invenzione del colore di Christian Raimo). Come siano questi romanzi è un mistero tanto per chi li ha selezionati quanto per chi scrive, e almeno due o tre di questi romanzi sembrano effettivamente interessanti (certamente Vedove di Camus e L’invenzione del colore). 

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Spiccano invece dei romanzi che saranno, ahimè, immediatamente facilmente sacrificati. Sono la “quota colta”: Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni (Quodlibet, anche in questo caso editore non mainstream), Lina e il sasso di Mauro Covacich (La Nave di Teseo), Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci (Feltrinelli) e I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi), un libro che in anni passati avrebbe odorato di vittoria, e La Rosa Inversa di Maria Attanasio, che per costruzione potrebbe essere considerato comunque un romanzo da outsider (pubblicato da Sellerio). Di questi, invece, chi scrive qualcosa ha letto e altro leggerà. Per il resto, davvero, niente di stupefacente.

Il Premio Strega è sempre uguale a se stesso, riproduce gli stessi schemi e annoia come un qualsiasi Sanremo. Fa un po’ discutere e aiuta un po’ le vendite, non tanto quanto un programma di divulgazione storica su La7 o Rai1, certo. Quindi nessuna occasione persa, anzi, tanto vale sperare in un miracolo, che per sua stessa natura è raro e imprevedibile, e che dunque quasi certamente non ci sarà.

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  • Cultura
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