Ascoltare Hamilton parlare è sempre un’altra storia. Che il discorso verta sulla Formula 1, sulla Ferrari o sul suo impegno nel sociale, Sir Lewis non è mai banale. Questione di esperienza, di sensibilità e di riflessioni a 360°, spaziando da un aspetto all’altro della vita con la velocità tipica di una jam session, una di quelle che lasciano il segno e ti fanno interrogare su cosa hai appena assistito. Quando parla del 2026 sportivo sembra entusiasta, proprio come al suo arrivo a Maranello carico di speranze a fine del 2024, pronto a realizzare il sogno di vestire la tuta rossa dopo aver fatto la storia della Formula 1; invece, quando riflette sul mondo di oggi, sui conflitti e sulle diversità che spesso dividono, il tono si incupisce, ma il messaggio è chiaro: c’è da impegnarsi e ognuno di noi dovrebbe farlo al proprio meglio.
È così che si presenta al 2026, la sua seconda stagione in Ferrari. La prima è andata male e ad ammetterlo è lui stesso nel corso di una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, ma stavolta è diverso: “Da 14 mesi lavoro sulla monoposto 2026, al simulatore e con gli ingegneri”, spiega rispondendo alle domande di Daniele Sparisci e Giorgio Terruzzi. “Rispetto alla precedente che ho trovato già progettata, e potevo cambiare davvero poco, in questa macchina c’è un po’ del mio Dna e la cosa mi entusiasma”.
Ai test di Barcellona e Bahrain è sembrato essere impaziente di salire in macchina, con un sorriso che da tempo non lo accompagnava nel paddock. Alla fine del pre-stagione le sensazioni sono positive, ma stabilire i valori in campo è ancora impossibile: “Dai test è emerso poco, tutti si sono nascosti con i carichi di benzina. Chiamo Toto Wolff in Mercedes e Zak Brown alla McLaren per tentare di capire cosa hanno capito loro ma non ottengo risultati. Comunque ho una certezza: dopo ciò che abbiamo passato l’anno scorso, possiamo affrontare qualsiasi situazione. Questa squadra ha tutto per vincere, dobbiamo portare a termine il lavoro insieme ai tifosi. Più facile dirlo che realizzarlo ma sono venuto in Ferrari perché ci credevo e ci credo ancora”.
Nel 2025, a far interrogare tutti quanti è stato soprattutto il confronto con Leclerc. Charles lo ha battuto spesso, e per vincere servirà invertire il trend, ma sulla competizione tra i due Sir Lewis è categorico. Niente guerre interne, perché la Ferrari viene prima di tutto: “In Italia, e fuori, la gente la segue come una religione e la ama come il Papa. Il mio obiettivo non è dividere i tifosi, vogliamo vincere tutti e due ed è chiaro che vorrei essere io a farlo e sto lavorando per questo. Ma il team viene al primo posto. Charles è un pilota fenomenale per come guida, per la sua etica, ed è qui da 8 anni. Ma io arrivo in maniera diversa a questo campionato”.
Dopo vent’anni nel circus, e a sei stagioni dall’ultimo titolo conquistato, il sogno ottavo titolo mondiale è ancora vivo. E poterlo inseguire al volante di una monoposto rossa rende tutto ancor più speciale: “Soltanto due persone nel mondo guidano una Ferrari in F1, e io sono fra queste. Parto per questa missione “folle” rappresentando milioni di persone nel mondo, cercando di liberarmi di ciò che non è stato efficace. Ciò che funziona con altri piloti non funziona con me e viceversa”.
Hamilton si definisce man of many missions, da sempre. E se la vittoria è una di queste, fuori dalla pista è l’impegno sociale ad ispirarlo. Nel 2021 ha fondato Mission 44, una realtà dagli obiettivi ben precisi: “Sosteniamo 46 associazioni soltanto in Gran Bretagna, 3 in Brasile e altre negli Usa. Vogliamo provare a cambiare la vita e la carriera dei giovani delle classi sociali più deboli, aiutare le minoranze e portare diversità nell’ambiente. Superare le barriere dell’educazione che esistono anche se non si vedono. Ci sono passato anche io”.
Tutto nasce dal Lewis ragazzino, quello che a scuola veniva trattato diversamente soltanto per il colore della sua pelle: “Sono stato espulso per colpe che non avevo commesso, il preside non voleva che avessi successo. Mi consideravano come un diverso. Così, partiamo dalla scuola per allargare le opportunità a università, aziende, squadre. Nel film “F1” ho voluto mettere una donna a capo dell’aerodinamica, per mandare un messaggio. Sa quante ragazze hanno scritto per chiedere come si diventa ingegnere di F1? E nel cast ho inserito anche un meccanico di colore. Se non vedi, non credi sia possibile. Molti giovani delle minoranze vengono fermati dai genitori: ‘Non diventerai mai un dottore, un avvocato’”.
Ad ispirarlo nelle sue battaglie nel sociale è la figura di Senna, da sempre il suo idolo: “Ayrton non è stato soltanto un campione fantastico ma una persona meravigliosa. Aveva una visione molto più ampia rispetto al resto dei piloti. In pochi oggi parlano di temi come sostenibilità, diritti dei minori, razzismo: con la visibilità che abbiamo potremmo dare un grande aiuto. Ciascuno è libero di fare ciò che ritiene giusto, però credo che sarebbe bello vedere un maggiore impegno. Si può gareggiare e al tempo stesso fare del bene. Io ho sentito questo desiderio, questa spinta a una certa età”.