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Think twice

I padri di questo amore

Giulia Toninelli

19 marzo 2022

Padri assenti, padri troppo presenti. Padri che sacrificano tutto pur di permettere a un figlio di realizzare il proprio sogno, padri che in quel sogno nascondono il proprio. Padri senza cognomi o con cognomi troppo importati. Padri, figli e piloti in questo giorno di inizi

di Giulia Toninelli Giulia Toninelli

L'asfalto del Bahrain, teatro della prima tappa di una nuova era per la Formula 1, si scalda in un giorno dedicato a qualifiche e tempi, velocità e coraggio. "Il sabato è il vero giorno del pilota" mi ha detto una volta qualcuno, perché è nel giro secco che si trova il gusto di mettere dritte le spalle e mostrare il proprio talento. A fare quello, a girare sempre e solo con l'obiettivo di essere veloci degli altri, i piloti imparano da piccolissimi. 

E al loro fianco, a portare tute e caschi, ad aggiustare kart o guidare per centinaia e centinaia di chilometri, ci sono i padri. Padri appassionati, presenti, forse anche troppo, padri che nel sogno del figlio rivedono il loro, e che per realizzarlo sarebbero disposti a tutto. 

Guardando il paddock di Formula 1 nel giorno della festa del papà, i padri dei piloti schierati sulla griglia sembrano così dividersi naturalmente in categorie. Ogni storia, diversa ma coerente, si intreccia a quella degli altri, restituendoci qualcosa di simile a noi, di conosciuto e vicino. 

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In prima fila in ogni momento importante della vita del figlio Max Verstappen, gonfio di orgoglio, c'è sempre stato papà Jos. Presenza ingombrante prima di poter essere importante. Oggi quando glielo domandano alza le spalle, Max, e dice che i metodi educativi del padre sono serviti per crescere un ragazzino difficile, testardo, per fare di Max un pilota pronto per il più duro dei teatri possibili. A 17 anni già ballava da solo, solista arrabbiato, nelle piste più famose del mondo, come a dimostrare a quel padre troppo presente che lungo la strada verso il successo tutto era servito. 

Molto più in là, un padre che sarebbe potuto essere enorme, accanto al figlio, ma che ha sempre scelto di tenersi lontano. Carlos Sainz Jr e Senior dividono e condividono il nome, oltre che il cognome. Si assomigliano nel piglio spagnolo, nei tratti del viso, nella costanza del lavoro. Papà Carlos a Carlito ha sempre insegnato solo una cosa: il duro lavoro. Vederlo oggi, all'alba dei suoi 60 anni, correre la Dakar, allenarsi, divertirsi e lavorare sodo, per il ferrarista è l'orgoglio e la motivazione più grande. Gli ha insegnato a guardare i cordoli come farebbe un rallysta sulla strada, a non perdere mai la concentrazione, a moderare aggressività e foga, perché con troppa rabbia nessuno ha mai saputo convivere. 

E chissà se è la rabbia a guidare il compagno di squadra, Charles Leclerc, quando nel paddock cammina da solo. Figlio di un uomo presente, appassionato, la cui assenza oggi si fa sentire più forte che mai. Figlio di un padre che però, a un Charles ancora giovanissimo, ha insegnato la stessa cosa: l'importanza del lavoro e del non dare mai niente per scontato. Si è macchiato di una bugia, quel giovane monegasco, che poco prima della morte del padre disse di aver firmato un contratto con la Ferrari per correre in rosso nel 2019 dopo un anno di preparazione in Alfa Romeo. "Lo dissi perché sapevo che non mi avrebbe potuto vedere e quello era anche il suo sogno più grande. Da quel giorno lavorai duramente per poter mantenere quella promessa e quando poi ho realmente firmato con Ferrari l'unica cosa alla quale sono riuscito a pensare è stata: quel giorno non ho mentito". 

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Ritornano sempre. Nella memoria condivisa, nel sacrificio fatto - come i padri di Hamilton e di Raikkonen che per permettere ai figli di correre hanno fatto due, tre lavori contemporaneamente - nel desiderio di uno che diventa dell'altro, e si fomenta, si ingrandisce, diventando impossibile da tenere e creando cicatrici di sacrifici condivisi. 

Padri con nomi così grandi da diventare salvagente e ancora allo stesso tempo, come quello di Mick Schumacher, che nel paddock riporta un viso, un cognome, un sogno e una malinconia comune. Padri disconosciuti nel nome, quello di Ayrton Senna, che si chiamava invece da Silva: "Di da Silva ce ne sono tanti - spiegò una volta il campione brasiliano - di Senna uno solo". Il cognome del padre era piuttosto comune in Brasile, al contrario di quello della madre Neide, di origini italiane, che Senna scelse nella disperata ed eterna ricerca di successo, unicità e riscatto. 

Cognomi, nomi, caratteristiche e sogni. Di padri diversi, padri come molti, padri che non sanno di assomigliarsi ma che alla fine in questo giorno di nuovi inizi ci saranno. Ognuno come può, ognuno a modo suo. Protagonisti di una storia che spesso li mette ai margini, ma della quale sono invece grandi protagonisti. 

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