Ventidue secondi di pura, incontaminata, psicotica bellezza americana. Sophie Cunningham e il suo dito puntato, meme definitivo. La Creazione di Michelangelo incontra la Venere di Botticelli, nel perimetro sacro di un campo da basket della WNBA. Braccio teso e indice fumante contro il volto della maciste nera DeWanna Bonner: 22 secondi in cui il mirino è su di lei, neanche un battito di palpebre. Non ha arretrato di un singolo patetico millimetro, neanche un briciolo di pacificazione o di compromesso verso la sua avversaria. Solo pura, inossidabile tempra territoriale in cui tutti nei social deragliano, si sciolgono, sbavano per lei. Sophie Cunningham, shooting guard dell’Indiana Fever, già nota agli appassionati della WNBA, per molti erroneamente considerata una MAGA Barbie, perché ama fare a botte con le avversarie più grosse che sono statisticamente in quello sport quasi sempre valchirie di colore: basta guardare la composizione demografica di quella lega. Il che fa scattare immediatamente l'allarme rosso della tossicissima questione razziale americana. No, non è razzismo. Sophie Cunningham si batte per sé stessa e per proteggere le compagne di squadra: lei è l’enforcer, il picchiatore che vigila sulle stelle della squadra, difendendo a spallate e pugni chiunque osi toccare talenti fragili, come Caitlin Clark alle Indiana Fever. Una Ibra più estrema, prestata al basket, proveniente da quel Midwest che non perdona. In quei 22 secondi, Sophie Cunningham non sta giocando a pallacanestro: pianta una bandiera, dichiara l'esistenza di un territorio autonomo e selvaggio nel bel mezzo di un gioco milionario. Avvisa il mondo che, se provi a violare i suoi confini, lei ti spara col raggio della fermezza e della furia. Per capire il fenomeno Cunningham, per decifrare l'aura di culto che si sta condensando attorno a lei, bisogna fare un passo indietro e avere lo stomaco di accettare un violento cortocircuito estetico e culturale. Prima di allacciarsi le scarpe, scendere in campo e trasformarsi in una signora della guerra assetata di sangue, Sophie fa un’altra cosa: twerka. Decine di video virali in cui nel pre-partita la vedi molleggiarsi sulle ginocchia, far tremare i glutei a ritmo di hip-hop nello spogliatoio. La perfetta incarnazione della badass white girl contemporanea: unghie perfettamente laccate, capelli biondi lunghi sulle spalle. Eppure, non appena la palla a due si alza e il cronometro parte, la ragazza nata e cresciuta nel Missouri preme un interruttore oscuro. Il sorriso svanisce. La popstar muore e lascia il posto a una bestia da combattimento.
Non stiamo parlando di una giocatrice normale, ma di un’anomalia genetica del sistema sportivo. Se scavi nel suo passato, scopri che la sua spietatezza non è un personaggio costruito a tavolino per fare views. A 6 anni - ripeto, A 6 ANNI - Sophie ottiene la cintura nera di Taekwondo, per poi abbandonare subito la disciplina. I suoi genitori, fanatici dello sport, avevano in pratica trasformato il salotto di casa in un dojo, una sorta di accademia per gladiatori in miniatura. Mentre le altre bambine giocavano con le bambole, lei veniva addestrata a tirare calci circolari al volto. E se questo non vi basta per inquadrare la sua psicopatia agonistica, spostiamoci agli anni del liceo. Diventa il kicker ufficiale della squadra di football americano maschile, selezionata per la potenza devastante dei suoi calci. È lei che, con il casco allacciato e le spalline infilate, scende in campionato ogni venerdì sera sotto le luci accecanti della provincia americana per calciare i field goal in mezzo a bestioni di cento chili gonfi di testosterone. Da un lato il twerking e le extension, dall’altro i calci piazzati. In un'America lobotomizzata, disperatamente ossessionata dalle etichette, dalla polarizzazione e dalle scatole in cui rinchiudere le persone, una come lei manda in cortocircuito i radar della guerra culturale. L'hanno impropriamente ribattezzata MAGA Barbie. L'estrema destra americana, i conservatori col cappellino rosso e l'esercito dei troll trumpiani hanno provato a farne la loro icona. Hanno visto questa ragazza bianca, biondissima, del Midwest agricolo, che sul campo non fa sconti a nessuno. Orde di redneck hanno costruito su di lei un'iconografia da eroina reazionaria, l'angelo biondo e puritano che mena le mani per difendere l'ordine prestabilito contro il caos urbano. Dall'altra parte della barricata, inevitabilmente, la sinistra liberal che gravita attorno ai salotti buoni della WNBA ha iniziato a odiarla a morte, ergendola a simbolo supremo del privilegio bianco, arrogante e intoccabile.
Ma Sophie che dice? Sophie Cunningham se ne sbatte di entrambi. Intervistata sull'argomento, in un mondo in cui gli atleti assumono PR da migliaia di dollari per scrivere comunicati stampa asettici, lei ha fatto spallucce e ha polverizzato le fantasie di mezza America: "Sono bianca, sono chiaramente bionda e vengo dal Missouri, quindi capisco che la gente faccia delle supposizioni rapide. Nella nostra cultura oggi devi per forza scegliere una fazione, devi essere un estremista a tutti i costi. Ma io non sono così. Sono d'accordo con alcune cose di destra e con alcune cose di sinistra, e combatto le c*zzate di entrambe le parti". Fine delle trasmissioni. La MAGA Barbie in realtà è una mina vagante, un cane sciolto che non risponde a nessun padrone. Sophie Cunningham si mena. Sempre. Costantemente. Raccoglie falli tecnici come se fossero figurine Panini. E lo fa contro le più grosse, le più fisicate, le veterane assolute della lega. Spesso e volentieri, queste avversarie sono atlete afroamericane. Ma chiunque abbia mai allacciato un paio di scarpe da basket sa che non c'è un grammo di razzismo nella furia di Sophie. Lei vive sulla sua pelle la WNBA come un ecosistema in cui convive con una forma di pregiudizio brutale al contrario: in una lega dura, fisica, a stragrande maggioranza nera, se hai la sua faccia da Barbie e il suo background, per sopravvivere devi dimostrare il triplo. Ti puntano. Vogliono vedere se piangi. Vogliono vedere se molli. E lei non solo non molla, ma fa il primo passo e ti colpisce alla giugulare. Per Sophie la parola razza scompare nel momento in cui la palla tocca terra. Rimane solo la legge primordiale del territorio. È puro darwinismo applicato alla palla a spicchi. Sophie Cunningham è caos di schiaffi, twerk, gomitate, minacce e provocazioni, l’Oltreuomo di Nietzsche: una sfacciata Volontà di Potenza, pura e non filtrata dalla morale del gregge. Sophie non chiede il permesso di esistere, non si scusa per il suo spazio, afferma sé stessa attraverso il conflitto e la forza vitale, distruggendo le tavole dei valori convenzionali dei "Non devi essere aggressiva" e "Devi essere umile". Gloria a Sophie Cunningham che cammina in mezzo al fuoco incrociato tra Destra e Sinistra, tra MAGA e Woke, mantenendo la sua libertà assoluta, fedele solo a sé stessa e alla propria natura, nel residuo ancora pulsante del Mito della Frontiera che richiedeva violenza per non essere schiacciati. E Sophie gioca esattamente così. Come se ogni possesso di palla fosse l'ultimo appezzamento di terra disponibile nell’insanguinato West, da difendere con le unghie, con i denti e con quel dito puntato in faccia. Che vi piaccia o no, che vogliate affibbiarle un'etichetta politica o sanzionarla con multe e falli tecnici, lei resterà esattamente lì. A ballare nello spogliatoio, a calciare via chiunque le sbarri la strada verso il ferro, e a puntare sempre quel dito colmo di grazia e di guerra. Non contro DeWanna Bonner. Ma contro un intero mondo che vorrebbe disperatamente addomesticarla, e che non ci riuscirà mai.