L’Italia guarda da casa le imprese altrui: al Mondiale non ci siamo. E dunque non ci sono nemmeno gli Ultras Italia, i “ragazzi del tricolore” fedeli sostenitori dei colori della patria. Le idee di riferimento sono note: estrema destra. Seguono l’Italia ovunque, con devozione, e nonostante siano pochi non fanno mai mancare supporto e cori. Ma certi comportamenti andranno verificati: a Bergamo il 26 marzo, quando in campo l’Italia batteva l’Irlanda del Nord, sugli spalti alcuni esponenti del gruppo avrebbero minacciato altri spettatori per costringerli a lasciare i propri posti, provocando “un diffuso stato di apprensione generalizzata e forte agitazione nel pubblico presente” composto anche da ragazzini e famiglie con bambini. Sono sette gli indagati che oggi sono stati perquisiti dagli agenti della procura di Bergamo. Le denunce dei presenti e le videocamere di sorveglianza in curva Sud serviranno ad accertare i fatti. Le indagini coordinate dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione hanno coinvolto anche le questure di Roma, Fermo, Rimini, Pesaro, Genova e Vicenza. Uno degli ultras avrebbe anche superato in maniera illecita i controlli degli steward all’ingresso. L’ipotesi degli investigatori è di violenza privata. Qualcuno dei membri del gruppo era già noto alle forze dell’ordine per Daspo ricevuti in passato. In altre occasioni i ragazzi col tricolore avevano fatto discutere per delle posizioni al limite, fatte di espressioni razziste e cori condannabili.
Per capire chi sono gli Ultras Italia bisogna guardare alla loro storia. Il gruppo nasce nel 2000, ma fin da subito viene associato all'area dell'estrema destra neofascista, un legame che le prese di posizione e gli episodi successivi hanno contribuito ad alimentare. Come nel 2008, quando alcuni appartenenti al gruppo avrebbero parteciparono alla cosiddetta “marcia nera” di Sofia, documentata anche dalla Gazzetta dello Sport, esibendo saluti romani e inneggiando a Mussolini. Otto anni più tardi, durante Israele-Italia disputata ad Haifa, scene analoghe si ripeterono, tanto che tre persone finirono indagate con l'accusa di manifestazione di razzismo in occasione di un evento sportivo. Altro giro, altro caso controverso: durante un'amichevole contro la Romania, dagli spalti partirono cori e “buu” razzisti contro Mario Balotelli e poi nel 2018, quando l’attaccante era tra i candidati per la fascia al braccio, esposero uno striscione con su scritto “Il mio capitano è di sangue italiano”. Anche in tempi più recenti il gruppo ha fatto discutere. A Chișinău, durante la trasferta della Nazionale contro la Moldavia, è comparso uno striscione riferito ai fatti di Rieti, dove un lancio di pietre provocò la morte di Raffaele Marianella, autista del pullman che trasportava i tifosi della Pistoia Basket. “Una tragica fatalità. Ma puntare il dito non sarà mai la nostra mentalità”, recitava il messaggio. E dunque con questo curriculum alle spalle assume un senso diverso anche il gesto compiuto durante la gara di qualificazione contro Israele, vinta dalla squadra di Gattuso dopo un pomeriggio di scontri a Udine, quando il gruppo sulle tribune voltò le spalle all'esecuzione dell'inno israeliano.
Gli Ultras Italia sono un gruppo composto da tifosi provenienti da tutto il Paese, come dimostrano gli striscioni esposti, per esempio, a Zenica, quando un manipolo di ultrà seguì la Nazionale azzurra nel giorno del fallimento Mondiale. Certo, i ragazzi del tricolore erano decisamente in inferiorità (e non solo per il fattore campo) rispetto ai Bh Fanaticos della Bosnia, più organizzati e compatti. Estrema destra, neofascismo, patriottismo. Il confine tra questi concetti spesso è labile. Tra tifo ultras e violenza talvolta è difficile riconoscere un limite. E oggi, sette degli Ultras Italia sono indagati per violenza.