Hanno difeso, hanno simulato, hanno segnato al primo tiro in porta e poi si sono rintanati nella loro metà campo, ripartendo quando possibile cercando le punte. Hanno picchiato, soprattutto picchiato. Il Paraguay ha battuto la Germania ai rigori dopo una partita da vecchia scuola del calcio, accede agli ottavi di finale e lascia a casa i tedeschi. Una vittoria vintage, da calcio mesozoico nell’era dei giochisti e della Spagna favorita. Ed è inevitabile godere. Non solo perché da italiani quando i tedeschi perdono un po’ gioiamo pavlovianamente, ma perché anche in questo Mondiale dall’etica rivedibile qualche storia vale ancora la pena di essere raccontata. Una favola retorica, certo, così è lo sport, specialmente il calcio, in cui l’immagine di Davide contro Golia dura un secondo per poi dissolversi nella solita dinamica in cui il più forte (o il più ricco – le due cose vanno di pari passo) vince sempre. Eppure vedere i paraguaiani lanciarsi su ogni palla, immolarsi sulle conclusioni da fuori, mettere la testa dove gli altri non avrebbero messo il piede (cit.) ci restituisce ancora un qualcosa di inspiegabile. Una felicità irrazionale, anti-contemporanea. Ma comunque reale e sincera.
È vero: il Paraguay ha vinto perché la Germania ha fatto meno di quello che avrebbe potuto. Ma limitare i meriti dei vincitori alle mancanze degli sconfitti però sarebbe disonesto. Con le loro qualità, i paraguaiani hanno portato a casa il risultato. La guerra di nervi finale dei calci di rigore, nonostante Manuel Neuer, criticatissimo prima della partita ma decisivo nei 120 minuti, l’ha vinta, con merito, il Paraguay. Eroe nazionale il portiere paraguaiano Orlando Gill, anche lui messo indubbio da una leggenda come Chilavert: due rigori parati, sicuro negli interventi in partita, salvatore della patria alla lotteria. Con le capocciate di Gomez, il capitano; le corse di Galarza e l’ultimo tiro decisivo di Canale. Un po’ di fortuna, che ci vuole sempre, ha fatto sì che il difensore tedesco Anton si schiantasse su Gill annullando il gol di Jonathan Tah.
“Oggi è stata una giornata epica: 26 guerrieri sono scesi in campo e 26 leggende sono uscite. Questo è il potere trasformativo di una nazionale quando è disposta a dare il massimo”, ha detto il ct del Paraguay Gustavo Alfaro: “I tedeschi si sono formati in accademie di altissimo livello, noi veniamo dalla terra rossa, giocavamo a piedi nudi, grazie ai sacrifici dei nostri genitori per portare i bambini agli allenamenti. Non rinneghiamo le nostre origini perché è ciò che ci definisce come squadra. È stata una dimostrazione assoluta di rispetto per noi stessi e di convinzione”. Da quando la Nazionale azzurra è stata eliminata sentiamo spesso parole simili: ah, i giovani non giocano più per strada, con le magliette al posto dei pali e i palloni fatti di stracci. Le scuse da boomer per mascherare il fallimento del progetto tecnico di una generazione di dirigenti e calciatori. Retorica insostenibile. Alfaro parla con consapevolezza, guarda alle origini prima ancora che al bel gioco: veniamo da lì, quella è la nostra storia, la portiamo in campo con orgoglio. Stavolta l’hanno vinta loro. La gente è scesa per le strade di Asuncion per guardare sui maxischermi l’impresa di una squadra che rappresenta un Paese di poco più di 7 milioni di abitanti. Il presidente Pena ha stabilito la festa nazionale per celebrare l’impresa: è la prima volta che il Paraguay batte una squadra europea in una partita ad eliminazione diretta. Lo fa contro una delle nazionali calcisticamente più importanti, modello e locomotiva, fino a pochi anni fa vincenti e belli da vedere. Vive un momento di crisi, la Germania. I tedeschi si sono arenati davanti a un calcio del passato, pallonate in avanti e botte. Un calcio che ieri sera al Gillette Stadium di Boston è stato bellissimo. Lasciamo stare il calcio raffinato nell’era della sua riproducibilità tecnica. Per una volta ha vinto l’anti-contemporaneo.