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26 giugno 2026

Iran-Egitto ai Mondiali manda in tilt il Pride Match per i diritti Lgbtq+. E la Fifa? Indovinate un po', preferisce il realismo al buonismo

  • di Michele Larosa Michele Larosa

26 giugno 2026

Quando ci si mette di mezzo la sorte... La partita del 26 giugno a Seattle viene designata come il Pride Match, ma il sorteggio Mondiale la assegna a Iran e Egitto, due paesi non proprio "gay friendly". E la Fifa si ritrova a gestire un compromesso impossibile in partenza...

Foto di: Ansa

Iran-Egitto ai Mondiali manda in tilt il Pride Match per i diritti Lgbtq+. E la Fifa? Indovinate un po', preferisce il realismo al buonismo

I Mondiali si colorano di arcobaleno... o no? Giugno è il mese mondiale del Pride, e oggi a Seattle, città ultra-liberal, per celebrare l’anniversario della rivolta di Stonewall del 1969 il comitato organizzatore locale ha messo in piedi il “Pride Match”. Manifestazioni, flash mob e bandiere arcobaleno fuori e dentro lo stadio per un connubbio tra diritti civili e Mondiali. Peccato che il destino, quando vuole, sa essere davvero beffardo.
Il sorteggio della Coppa del Mondo ha consegnato il Pride Match di Seattle a una partita davvero particolare: Iran-Egitto. Due paesi musulmani, sciita uno e sunnita l'altro. Due paesi che non vedono di buon occhio, per usare un eufemismo i diritti civili e in particolare quelli per le persone omosessuali. In Iran rischiano la pena di morte, in Egitto “solo” il carcere. Questo strano e inaspettato connubio ha messo insieme un intreccio di religione, calcio, diritti civili e politica che ha rischiato di sfociare in una crisi diplomatica. Già in seguito al sorteggio dei gironi le federazioni avevano comunicato: “Siamo due paesi musulmani con profonde affinità culturali e religiose, e le opinioni espresse dalle due federazioni riflettono valori e sensibilità condivise tra i popoli dei due paesi”. La partita arriva peraltro in uno dei momento più cari per l’islam sciita, il mese di Muharram, periodo di lutto e riflessione che culmina proprio oggi con l’Ashura, la commemorazione del martirio dell’Imam Husayn, nipote di Maometto.
E così la Fifa si è trovata tra l'incudine e il martello. Da un lato la libera festa della comunità LGBTQ+, la celebrazione delle diversità e dei diritti civili. Dall'altro la festa sportiva, che nelle mura dello stadio rimane comunque appannaggio di Iran ed Egitto, che hanno il sacrosanto diritto di far valere le proprie, disumane, ragioni religiose. Un filo sottile che divide libertà e repressione, affilatissimo alle polemiche.

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Salah, simbolo dell'Egitto

Per dirimere la questione la Fifa si è rifatta a un classico compromesso. Non è il “tutto o niente” che sembrava inizialmente: dentro lo stadio non ci saranno cerimonie, flash mob o celebrazioni ufficiali del Pride. Ma poi la Fifa precisa che il Mondiale 2026 “è un evento inclusivo che accoglie persone di ogni provenienza” e che “i tifosi di tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere sono i benvenuti” dunque, semplicemente, ogni singolo tifoso resta libero di portare e sventolare la propria bandiera arcobaleno sugli spalti, se lo desidera.
La fotografia di un'ipocrisia che però in questo caso era forse l'unica scelta possibile. La Fifa non può imporre l'inclusività a chi la rigetta per cultura e addirittura per legge, non è suo compito educare, moralizzare o spingere Iran ed Egitto a cambiare loro stessi. Ma è ovviamente doveroso anche tutelare chiunque volesse assistere legittimamente alla partita. Il caso di Seattle è uno schiaffo di realtà anche a un certo buonismo che vuole che tutto si risolva, si armonizzi e trovi una sintesi. E a volte la libertà più onesta è quella di lasciare ciascuno alla propria, distante, verità.

https://www.youtube.com/watch?v=qyCAv_YrKCQ&t=1400s

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