Ieri sera, con tre anni di anticipo, Giorgia Meloni ha inaspettatamente aperto la partita più ambita della politica italiana, quella del Quirinale. Il voto è fissato per il 2029 ma, è chiaro, la scalata al colle più alto di Roma inizierà prima con la nuova legge elettorale, e poi con le prossime elezioni politiche. “Non è detto che non possa superarsi anche questo altro grande tabù, quello di avere un Presidente della Repubblica che non è di centrosinistra” ha detto Giorgia Meloni al programma “10 minuti” di Nicola Porro, che poi continua: “Un Presidente della Repubblica di destra sarebbe una notizia terribile, ma per un certo establishment, che esiste esiste…”. Una cosa, l'ha detto anche lei, “banalissima”, ma tanto è bastato per scatenare le solite reazioni. A quelli che, anche su questo, gridano al ritorno dell'autoritarismo e addirittura del fascismo, consigliamo un bel bagno di democrazia, come ha detto la stessa Meloni “chi non è di sinistra non è un figlio di un dio minore, ha gli stessi diritti degli altri, valeva per la presidenza del consiglio dei ministri, per la possibilità di governare e potrà valere per la Presidenza della Repubblica”. È chiaro, non è scritto da nessuna parte che alla destra sia precluso il Colle, anzi il contrario sarebbe sì una dimostrazione di autoritarismo. Per questo sembrano inspiegabili reazioni come quella di Matteo Renzi, che ha scritto: “Giorgia Meloni scopre le carte: vuole il Quirinale per sé o per un suo fedelissimo. Chi divide il centrosinistra è complice di questo disegno e alleato della destra”. Il “disegno”, come se fosse un piano malefico ordito dal centrodestra, inspiegabile, se non per il solito allarmismo che ormai è diventata la più potente arma di opposizione.
Nel frattempo giornali e giornalisti si affrettano a precisare che non è vero che tutti i Presidenti della Repubblica sono stati di centrosinistra. Vero, ma è vero anche che gli ultimi due Presidenti della Repubblica (per quattro mandati), sono stati prima un ex comunista e ora un ex democristiano confluito ne La Margherita e poi nel PD. È poi chiaro che il riferimento di Giorgia Meloni, parlando di “tabù” e di “presidente della Repubblica di destra” è all'elezione di Presidente proveniente dall'area di Fratelli d'Italia, o quantomeno da loro fortemente appoggiato, quella nata dagli ex missini che però, in barba alle accuse di fascismo avanzate durante gli anni, sono sempre rimasta ampiamente nell'alveo della democrazia e che è dunque legittimo aspirino al Colle a fronte della legittimazione popolare. Ma, se il “piano” si avverasse, chi potrebbe essere l'uomo giusto?
I possibili Presidenti “di destra”
Il nome che più sta circolando è, ovviamente, quello della stessa Giorgia Meloni. L'attuale premier compirà 50 anni il prossimo 15 gennaio, raggiungendo così l'età per diventare “quirinabile”. Molti leggono le sue esternazioni al programma di Nicola Porro come una “discesa in campo”, una dichiarazione di intenti. Possibile, anche se una sua salita al Colle sarebbe quantomeno particolare: il Quirinale è spesso stato l'approdo finale, la summa di un'esperienza di impegno politico, la ciliegina sulla torta. E non è un caso: il Presidente della Repubblica è per definizione un soggetto imparziale, chiamato a “rappresentare l'unità nazionale” — un ruolo difficilmente conciliabile con quello di leader politica ancora in piena attività.
Giorgia Meloni è infatti ancora considerata una politica in ascesa, nel pieno di una carriera che sembra destinata a durare ancora molti anni. Dovesse essere eletta Presidente della Repubblica, non solo sarebbe la prima donna della storia, ma anche la più giovane di sempre, a soli 52 anni, ben cinque in meno di Francesco Cossiga, attuale recordman di precocità al Quirinale con 57 anni. Del resto non sarebbe la prima volta che stabilisce un primato analogo, è stata il ministro più giovane della storia repubblicana a soli 31 anni, oltrechè ovviamente il primo Presidente del Consiglio donna.
Se la prima donna al Colle non sarà Giorgia Meloni, potrebbe essere Maria Elisabetta Casellati, già Presidente del Senato e oggi Ministro per le Riforme Istituzionali. Casellati fu già la candidata ufficiale del centrodestra nel gennaio 2022, quando raccolse 382 voti al quinto scrutinio, insufficienti, ma un segnale chiaro della volontà della coalizione di puntare su di lei. Non è meloniana di stretta osservanza, anzi, è esponente di lunga data di Forza Italia, ma rappresenta senza dubbio un volto storico, istituzionale e affidabile per la coalizione di centrodestra. Spostandoci ancora un po' più al “centro”, idem vale per Letizia Moratti. Imprenditrice, ex sindaco di Milano ed ex Ministro dell'Istruzione del governo Berlusconi II, anche il suo nome inizia timidamente a circolare, rappresenta un profilo ancora più trasversale e liberal-conservatore, e la sua distanza dai partiti la renderebbe potenzialmente appetibile anche per una parte del centrosinistra moderato.
Tornando ai fedelissimi della fiamma, il nome più in voga, Meloni a parte, è quello di Alfredo Mantovano. L'attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio incarna il candidato di sistema per eccellenza: magistrato, politico di lungo corso, uomo dei servizi e della mediazione istituzionale. Cattolico senza aggettivi, secondo Repubblica potrebbe essere lui a sostituire Giorgia Meloni a Palazzo Chigi in caso di elezione al Quirinale o in alternativa lui stesso il candidato alla partita del colle più alto di Roma.
Poi ci sono nomi più tiepidi, perché troppo divisivi o compromessi con l'attuale governo. Il Presidente del Senato Ignazio La Russa ad esempio, figura storica della destra italiana, rappresenta però un profilo fin troppo identitario e ideologicamente connotato. C'è Antonio Tajani, europeista, moderato e rassicurante, ma pur sempre leader di un altro partito. E c'è anche l'ipotesi del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, era già stato proposto nel 2022, ma oggi le sue quotazioni sono decisamente scese in seguito alla debacle del referendum sulla giustizia, di cui è stato fra i maggiori promotori (non senza qualche gaffe sua o dei suoi sottoposti). Fra i “trombati” del 2022 c'è poi anche Marcello Pera, profilo colto e sobrio che il centrodestra ha già testato. Filosofo di formazione, ex Presidente del Senato e intellettuale di riferimento della destra conservatrice e cattolica, ha il vantaggio di essere una figura al di sopra delle beghe di partito — il che, al Quirinale, non è mai un difetto.
Poi c'è un nome che, al momento, sembra non stia facendo nessuno, ma che paradossalmente sembra il perfetto profilo di un Presidente della Repubblica “di destra”. È quello di Gianfranco Fini, padre politico di Giorgia Meloni ed ex leader della “destra destra” per quindici anni. Nel 2029 avrebbe 77 anni, sarebbe un profilo storico, profondamente identitario, ma anche moderato, equilibrato, indipendente e apprezzato trasversalmente. È lui il “grande vecchio” che serve al Quirinale? Fu il primo leader del Movimento Sociale Italiano a fare i conti con il fascismo in modo esplicito, portò AN verso posizioni europeiste e atlantiste, e come Presidente della Camera si guadagnò una reputazione di equilibrio e autorevolezza. Da molti anni è ormai uscito dalla scena politica attiva senza mai rientrarvi in modo significativo. Oggi si muove da libero pensatore, oltre che da attento analista delle dinamiche politiche e istituzionali.
Insomma, i nomi ci sono, anche se la vulgata vuole che tutti quelli designati come “quirinabili” alla fine non vengano eletti. Chi entra Papa esce cardinale, è quasi una legge della fisica quirinalizia, collaudata elezione dopo elezione. Lungi da noi portare iella ai citati, l'appuntamento è fissato per il 2029, e fino ad allora chissà...