Siamo tutti mammiferi, ovvero esseri dotati di mammelle. Dettaglio anatomico che nei secoli ha generato illusione mammaria e gonfie derive semantiche: dalle tette, alle bocce, ai meloni, alle zizze, ai balconi, agli arsenali, ai cocomeri che in inglese è letteralmente watermelons. Ma ora è topica la tempesta mediatica attorno a Erling Haaland e alla sua fidanzata stalker virtuale, nonché supermaggiorata, Martine.
Il teorico dei media, Jean Baudrillard, l’aveva previsto formulando il principio secondo cui, a un certo punto della storia umana, la copia avrebbe divorato l'originale per diventare il nuovo parametro del desiderio collettivo.
Il centravanti del Manchester City, anche lui oggetto di oniriche raffigurazioni, ha deciso di tagliarsi gli immaginifici capelli. E si presenta sui social con il suo nuovo look radicale. E qui entra in gioco la famigerata Martine: ragazza bionda, procace, immortalata assieme a lui in atteggiamenti complici. E solo gugolando, io e chissà quanti altri ingenui creduloni, scopriamo che si tratta di un’illusione digitale, visto che la fidanzata ufficiale del vichingo è ancora Isabel Haugsgeng Johansen, ragazza normodotata, ex calciatrice, cresciuta con lui nel sud della Norvegia, stilisticamente lontana anni luce dalle curve di questa sua improbabile alter ego.
Martine è più che una amante, è più che un dozzinale gossip agostiano: Martine è un abile creatura AI che sfrutta le implementazioni algoritmiche per straniare, confondere, suscitare desiderio e monetizzare, attraverso il sofisticato imbuto dei social e della noia.
Già un bel passo avanti, se guardiamo in faccia le nuove realtà della tecno-politica: tra tante nefaste creature digitali, come le bionde trumpiane armate e le nordiche valchirie che proclamano il razzismo e iconografie runiche su X. Martine è innocente, ama solo usare il situazionismo di debordiana memoria. Si infila abusivamente nella vita pubblica dei calciatori e fa quantomeno sorridere. È la naturale evoluzione delle wags, traslata in un universo esponenziale in cui ormai sono le maxi-taglie virtuali a muovere le masse. Del resto, non è che l’intelligenza artificiale si sia inventata chissà che: ha solo gonfiato un cliché millenario e lo ha reso un prodotto capitalista, accessibile, tentatore e straniante.
Già nella preistoria, le Veneri paleolitiche venivano celebrate come icone debordanti di fertilità e abbondanza, totem che avrebbero scongiurato la carestia. Con il progresso, l’apparato del potere e l’ipocrisia borghese si sono inventati precetti che hanno cercato di imprigionare e imbrigliare le dimensioni sotto corsetti, tuniche e ipocrisie patriarcali, trasformando il corpo delle donne in un mistero peccaminoso da nascondere sotto una tonnellata di tessuto scuro.
Con il Novecento prendono sopravvento le ideologie totalitarie. Durante il fascismo e il nazismo, il seno doveva rispondere a rigidi dettami eugenetici e patriottici: la donna doveva essere generatrice robusta di prole ariana o fascista, epurata dai fronzoli decadenti. Il regime staliniano invece imponeva anche alle tette un’estetica operaia e monumentale, dove la grazia sottostava alla voluttà statuaria marmorea delle lavoratrici delle repubbliche sovietiche, rigorosamente castigate ma molto possenti.
E oggi, che siamo nel pieno del revisionismo woke, la carne cede il passo all’immaginazione, alla pulsione che fa funzionare la fabbrica a pieno regime dei plusvalori immateriali, facendo sognare milioni di follower in calore, capaci di credere che Haaland si porti dietro la modella maggiorata pure negli spogliatoi della Norvegia.
Tra iperboli baudrilliane, che producono danaro in chissà quale isola detassata, e sconfinamenti digitali nell'iperrealtà, l'unico dato oggettivo - sotto il cielo di questa estate calante - resta il nuovo hairstyle del bomber norvegese che ha scelto un taglio radicale con la sua iconografia portante, sfidando la cabala, Sansone ed eventuali nuovi sponsor di prodotti antiforfora. Perché permane in lui quel sorrisone da bambino gigante che nessun prompt, per quanto sofisticato, potrà mai imitare con la stessa meravigliosa autenticità.