Partiamo dai fatti, che in questa storia sono stati sempre il problema. Il 26 marzo 2026 il Comitato Olimpico Internazionale ha annunciato che l'accesso alle gare femminili ai Giochi Olimpici è riservato alle "femmine biologiche", determinato tramite un test una tantum del gene SRY. La politica entrerà in vigore a partire dai Giochi Estivi di Los Angeles 2028. Non è retroattiva e non si applica allo sport amatoriale, quindi la battaglia più importante è vinta, la guerra ancora no. Il Cio non ha fatto altro che mettere in un documento di dieci pagine tutto ciò che era già ovvio e noto, tutto ciò, per così dire, che era già scritto nella biologia umana. Come ha dichiarato la presidentessa Kirsty Coventry, prima donna a guidare l'ente olimpico nei suoi 132 anni di storia, “alle Olimpiadi anche i margini più piccoli possono fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. È assolutamente chiaro che non sarebbe equo per i maschi biologici competere nella categoria femminile”. Ma dai…
Prima delle Olimpiadi di Parigi 2024, tre sport di punta — atletica leggera, nuoto e ciclismo — avevano già escluso le donne non biologiche che avevano attraversato la pubertà maschile. Il Cio, invece, aveva scelto di non avere una politica di questo tipo, delegando alle singole federazioni e lasciando che ogni caso diventasse un caso politico, non riconducibile alla gestione olimpica. Il risultato è stato Imane Khelif che vinceva l'oro nella boxe femminile dopo che l'Iba l'aveva squalificata nel 2023 perché non risultava essere una donna biologica (l’ipotesi, che non è mai stato possibile confutare attraverso un normale e non invasivo test genetico, è che Imane Khelif viva una condizione conosciuta come disturbo della differenziazione sessuale, dsd, tipicamente maschile, il deficit della 5-alpha reduttasi).
Il test scelto dal Comitato olimpico è lo screening del gene SRY, lo stesso adottato da World Athletics l'anno scorso. Si effettua con un tampone salivare o un prelievo di sangue. Non è invasivo. È accurato. Ed è esattamente quello che il Cio aveva vietato nel lontano 1999, quando smise di fare test di genere considerando questa pratica “discriminatoria”. C’è un’eccezione ragionevole nella nuova politica: le atlete con Sindrome da Insensibilità Completa agli Androgeni (Cais), che potranno competere nella categoria femminile anche in presenza del gene SRY, poiché il loro corpo non risponde al testosterone maschile in nessun modo. Ci sono volute le lacrime delle atlete, un report delle Nazioni Unite sulle “medaglie rubate” da atlete transgender o biologicamente non donne, un caso politico che ha portato a decine di querele in giro per il mondo e la frustrazione annosa di biologici e filosofi dello sport che ripetono le stesse cose da anni. Non erano stati ascoltati, ora sì.