Sono bastati quindici chilometri per far sbottare Lewis Hamilton alla vigilia di Baku, gli stessi che saranno tolti a ciascuna gara di F1 nel 2027. La conferma è arrivata nei giorni scorsi, insieme alla pubblicazione del calendario della prossima stagione: ogni GP avrà circa due o tre giri in meno, per ragioni puramente tecniche. Il motivo del taglio, infatti, sta tutto nel nuovo regolamento power unit.
Dal 2027 il rapporto tra motore elettrico e motore termico cambierà a favore di quest’ultimo, passando gradualmente dall’attuale 50/50 fino al 60/40 nel biennio 2027-2028, con un primo step al 53/47 già dal prossimo anno. Più potenza dal motore a combustione, però, significa anche più consumo di benzina. Per questo, di conseguenza, sulla carta servirebbero serbatoi più capienti.
Il problema è che ingrandirli vorrebbe dire ridisegnare da zero telaio e scocca, con costi fuori scala considerato anche il regime di budget cap già risicato. La soluzione trovata dai team, insieme alla F1 Commission, è stata più semplice: accorciare le gare, così da poter continuare a usare la struttura attuale della vettura senza dover investire cifre enormi in una nuova omologazione.
Una scelta tecnica, insomma, pensata per risparmiare risorse. Ma che Lewis Hamilton non ha assolutamente digerito. “Non ne conosco le ragioni, ma penso che dovrebbero essere più lunghe, dato che dal punto di vista fisico sono più facili che mai”, ha tuonato l’inglese ai media presenti a Baku nel corso del Media Day. “Accorciarle non ha molto senso: questo fine settimana abbiamo mescole che possono praticamente coprire tutta la distanza di gara, poi ci sono molti Gran Premi in cui si fa un solo pit-stop senza che sia particolarmente impegnativo. Stanno facendo gomme che sembrano durare sempre di più; per quanto mi riguarda, in molte occasioni avrei voluto che ci fossero più giri, quindi chiederei l’opposto: gare più lunghe”.
Per il sette volte campione del Mondo, il problema va oltre la semplice questione regolamentare: “Il nostro dovrebbe essere lo sport più esigente al mondo dal punto di vista fisico e mentale. A Singapore fa incredibilmente caldo ed è un tracciato probante, la Malesia sarà pazzesca quest’anno: è proprio lì che si vedono gli atleti al limite delle loro prestazioni, costretti a spingere il proprio corpo oltre ogni limite. Questo è lo sport: alzare l’asticella e superare i limiti. Per questo non ha alcun senso per me”.
Non si ferma qui, però, la lista delle perplessità di Hamilton. C’è anche il caso Monaco, che dalla prossima stagione ospiterà una delle dieci Sprint Race in calendario: “Magari avremo un’altra sessione di qualifiche, il che è carino, ma ho sempre detto che Monaco ha bisogno di qualcosa di diverso. Non penso che debba avere lo stesso formato di gara di tutti gli altri posti. Le gare Sprint hanno portato qualcosa di nuovo nello sport, ma dobbiamo inventarci un’idea specifica per un posto del genere. È un luogo bellissimo e un circuito incredibile da guidare, ma la gara domenicale è tra le più noiose che ci siano: una gara Sprint non è la risposta”.
Di fatto, delle novità in arrivo, Hamilton ne boccia quasi la totalità. L’unica eccezione riguarda il ritorno della Malesia in calendario, solo per quest’anno al posto del GP saltato in Bahrain per la guerra: “Ho sempre amato andare a Kuala Lumpur e ho vissuto splendide esperienze lì con la mia squadra precedente. La pista è fantastica e regala sempre belle gare. Quando si decide quali circuiti affrontare durante l’anno, questo dovrebbe far parte del processo decisionale: vogliamo belle gare per i tifosi, non quelle in cui non si vede alcun sorpasso”.
Un riferimento neanche troppo velato ai tanti circuiti cittadini introdotti nelle ultime stagioni, spesso trasformati in semplici processioni. E poi, a strappargli anche un sorriso, è il lato fisico della sfida malese: “Si tratta di un circuito caldissimo e super impegnativo, una sfida che attendo con entusiasmo”.
Chiude il discorso sul futuro del calendario un’ultima riflessione, questa volta legata all’ipotesi Imola come sede del gran finale stagionale, complice il quadro geopolitico ancora instabile in Medio Oriente. Su questo, Hamilton preferisce non sbilanciarsi troppo: “Personalmente voglio andare a correre in Medio Oriente, è una regione che amo. Da quello che ho letto mi sembra che le cose vadano bene lì, ma non ho tutte le informazioni e non conosco i livelli di rischio. Mi fido di Stefano (Domenicali, ndr), saprà prendere la decisione giusta per lo sport”.
Anche perché, legata a Imola c’è un’altra incognita: “Finire lì la stagione, in inverno, potrebbe non essere il massimo dal punto di vista meteo: è una pista bellissima, ma non è un tracciato in cui si vedono molti sorpassi. Quindi, più gare riusciamo a disputare in Medio Oriente meglio è”.