Prima di tutto, come sempre, Indro Montanelli: “Visto di faccia, è un brancaleone, uno sparafucile, un saccheggiatore di pollai, un gigionesco mattatore, capace di rubare il posto a un morto nella bara pur di mettersi al centro del funerale. Ma è anche lo sceriffo che, disarmato, va a sfidare il gangster nella sua tana. […] E infine dobbiamo riconoscere che fra noi e lui c’è, per così dire, un fatto di sangue.” (22 aprile 1979) Montanelli non poteva, scriveva, votare uno come Pannella, pur riconoscendogli un legame “di sangue”, un istinto liberale, per lo più moderato, gestito con giovanile ed energica retorica dal secondo, tenuto a bada da un conservatorismo tutto italiano e dunque borghese (milanese), dal secondo. Perché che Pannella fosse, tutto compreso, un moderato, a dieci anni dalla morte va detto. Si crede che i moderati siano i quasi-morti, o i non morti, gli zombie della politica, gli imbambolati e i ciambellotti. Invece si può essere estremisti moderati, e cioè radicali. Si può essere, cioè, “troppo” moderati: troppo tolleranti, troppo democratici, troppo progressisti, troppo ottimisti, troppo pluralisti, troppo cosmopoliti, troppo illuministi, troppo libertari. Persino troppo di sinistra e troppo di destra a seconda di chi giudica e di solito non è abbastanza di niente.
Perché Pannella era prima di tutto “tanto”: fisicamente, ovviamente, e sovrastava le folle, pesava sul palco, era un bisonte della politica italiana come non ce ne sono stati recentemente; ma anche tanto coraggioso, tanto colto, tanto brillante. Tanto e troppo, erano i suoi attributi. A dieci anni dalla morte pare se li sia portati con sé. Qualcuno prova umilmente a scimmiottare i suoi digiuni politici, qualcuno si traveste da fantasma, come lui aveva fatto, in Parlamento, qualcuno si prende delle multe dopo essersi fumato una canna. Ma questa, che era l’estetica di Marco Pannella, non era certo l’essenza del leader dei Radicali. Sarebbe ridicolo ricordare un monaco per via dei suoi esercizi spirituali e non per il fatto che credesse in Dio. Allo stesso modo Pannella va ricordato non per i gesti eclatanti (certo, anche quelli), ma per ciò in cui credeva, e cioè la libertà, un valore che non puoi smussare, che è fastidioso, su cui non si può mediare. O sei libero o no. Lui lo aveva capito bene e dietro alle battaglie per il divorzio, per la legalizzazione delle droghe leggere, per l’aborto, per una giustizia più efficiente e per il valore assoluto dei referendum, c’era questa libertà radicale (appunto). Ecco cos’era Pannella, un asceta della libertà.
E lo era anche per il suo europeismo, per il suo “agostinismo” riguardo alle guerre (sì, possono esistere guerre giuste, come quella, diremmo oggi, contro Putin), per la sua gioia di vivere, che è contraria a ogni nichilismo, a ogni ideologia mortifera (tra cui, ovviamente, si annoverano il comunismo e il fascismo). In una prefazione a un libro di Andrea Valcarenghi del 1979 che per Pasolini valeva come suo manifesto politico (e che Linkiesta, qualche anno fa, riprese e pubblicò integralmente sul suo sito), c’è molto sulle sue idee, ma c’è un inciso che vale più di tante altre storie. Scrive: “Con all’orizzonte i miei cinquanta anni ed un quarto pieno di secolo, dietro le spalle, di impegno, di lotte (e di felicità: qui vi fotto tutti!) non ho scritto un solo libro, un solo saggio, non ho “pubblicato” nulla – semplicemente perché non ho potuto, perché non ne sono capace”. E di felicità: qui vi fotto tutti! Quanti possono dire che al centro della propria attività politica ci sia stata, oltre che la libertà, la felicità? Renzi lamentava il fatto di aver preso chili, di mangiare male e di non dormire quando fu premier. Giorgia Meloni pare faccia sedute per mantenersi intera e non sbriciolarsi sotto il peso degli impegni istituzionali. Gli altri non si divertono perché, banalmente, neanche giocano (Elly Schlein, Giuseppe Conte e così via). Un tempo c’è stato uno, che talvolta ha abbracciato Pannella, che certamente si è divertito, era Berlusconi, ma ha pagato, a modo suo, lo scotto (e che lascia in eredità un ricordo, una memoria storica, che agli occhi dei più non gli rende onore). Pannella no: Pannella non ha pagato nulla che non volesse pagare, sempre autonomo e indipendente, sempre fiero di scegliere non solo le sue battaglie, ma anche le sue sentenze, le sue condanne.
Oggi, insomma, non sono tanto le sue battaglie, smistate tra partiti e partitelli (chi vuole liberalizzare, chi vuole la gestazione per altri, chi vuole un’Europa federale, chi vuole difendere l’Occidente dalle spinte autoritarie, chi vuole ridurre le tasse, chi vuole uno Stato più laico, e così via), ma questa felicità che fotte a mancare. Chi può dirsi pannelliano oggi? Chi ha preso quella sua fantastica capacità di parlare, di arringare, di romanticizzare il discorso politico, di rendere belle le cose brutte e di rendere ancora più belle le cose belle, di lavorare non contro un nemico ma cercando amici per la strada. Chi è il poeta, l’uomo di piazza, il militante, l’eterno guascone, chi non teme la morte, soprattutto la morte politica, chi disprezza le poltrone come lui le ha disprezzate se, oltre alle proprie chiappe, non pesava su di essa una battaglia non dello Stato, ma della società civile. Pannella è stato un po’ tutto e ha fatto tutto. Era tanto e troppo, un uomo pieno di vocazione ma soprattutto di dedizione, in un mondo che man mano perdeva interesse per le cose difficili da difendere. Un uomo, soprattutto, realmente occidentale, poiché andava al cuore dei valori di questa Europa e di quell’America, non quei feticci riproposti dalle nuove destre: la libertà, il pluralismo, l’apertura mentale, l’illuminismo, l’importanza di ragionare bene e ragionare insieme, di essere una società attiva, anzi viva, di essere un incendio di idee, di contrasti, di dialogo, di traguardi e di progressi. Di essere, in una parola, Radicali.