Nella notte tra sabato e domenica, nelle prime ore del mattino a Ginevra, il direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato l'epidemia di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda una "Public Health Emergency of International Concern" (PHEIC) — la massima allerta sanitaria prevista dal Regolamento Sanitario Internazionale, riservata a eventi straordinari con rischio di diffusione transfrontaliera. La decisione non è stata preceduta dalla consueta convocazione formale del comitato d'emergenza, un passo insolito che, secondo gli esperti, riflette la gravità della situazione. Al 16 maggio 2026 si contano otto casi confermati in laboratorio, 246 casi sospetti e 80 decessi sospetti nella provincia dell'Ituri, nella RDC, distribuiti in almeno tre zone sanitarie: Bunia, Rwampara e Mongbwalu. Due ulteriori casi confermati, incluso un decesso, sono stati segnalati a Kampala, capitale dell'Uganda, in persone che avevano viaggiato dalla RDC. Sabato, l'Africa CDC ha aggiornato il conteggio a 336 casi sospetti e 13 confermati, con quattro decessi tra i casi confermati. Un caso è stato notificato anche a Kinshasa, capitale della RDC, in una persona rientrata dall'Ituri. Domenica, un ulteriore caso confermato è stato segnalato a Goma, città sotto controllo della milizia M23 sostenuta dal Ruanda: si tratta della moglie di un uomo morto di Ebola a Bunia, che si era spostata a Goma già infetta. Il tasso di positività dei primi campioni analizzati è stato di 8 su 13, un valore molto elevato che secondo l'OMS suggerisce una diffusione ben più ampia di quella finora documentata. Il focolaio è causato dal virus Bundibugyo, una delle tre specie in grado di provocare la malattia da virus Ebola — e la meno comune. Il virus Bundibugyo fu identificato per la prima volta nel 2007 durante un'epidemia nell'omonimo distretto dell'Uganda occidentale al confine con la RDC, con 131 casi e 42 decessi. L'unica altra epidemia documentata risale al 2012, con almeno 57 casi e 29 morti nella RDC. Ad oggi non esistono vaccini o terapie autorizzate specifiche per l'Ebola Bundibugyo.
Il ministro della Salute congolese Samuel-Roger Kamba ha dichiarato in conferenza stampa che "con questo ceppo, il tasso di mortalità è molto elevato, può raggiungere il 50%". Un problema cruciale ha riguardato anche la diagnosi. Il centro sanitario regionale di Bunia utilizza una macchina diagnostica, il Genexpert, in grado di riconoscere solo il ceppo Zaire — la variante più comune. Campioni raccolti tra il 28 aprile e il 1° maggio nella zona sanitaria di Aru erano risultati negativi a Bunia, ma poi positivi al Bundibugyo nei laboratori di Kinshasa. Un secondo gruppo di campioni, raccolti tra il 3 e il 7 maggio a Rwampara, aveva mostrato lo stesso schema: negativo a Bunia, positivo a Kinshasa. Il ritardo diagnostico ha permesso al virus di diffondersi per settimane prima di essere identificato. Il punto più delicato riguarda gli anticorpi monoclonali, considerati la base consolidata della terapia contro Ebola-Zaire, ma per il Bundibugyo al momento non disponibili. L'assenza di antivirali, monoclonali e vaccini specifici rende più complessa la risposta sanitaria. Il primo caso noto è quello di un'infermiera che ha sviluppato sintomi il 24 aprile e che è morta presso il Centro Medico Evangelico di Bunia. Quattro dei casi confermati erano operatori sanitari, indicando trasmissione all'interno delle strutture mediche. I pazienti hanno presentato febbre, dolori generalizzati, debolezza, vomito e, in alcuni casi, emorragie. Diversi casi sono deteriorati rapidamente fino al decesso. La provincia di Ituri presenta una serie di fattori che aggravano il rischio di diffusione: conflitti armati in corso, crisi umanitaria, elevata mobilità della popolazione, natura urbana e semi-urbana dei principali focolai, e una fitta rete di strutture sanitarie informali. Nella regione operano diversi gruppi armati, tra cui le Allied Democratic Forces, affiliate allo Stato Islamico, e una coalizione di milizie nota come CODECO, che combattono per il controllo delle miniere in questa zona ricca di minerali. La presenza militare ostacola l'accesso degli operatori sanitari e le operazioni di contenimento. Si tratta del diciassettesimo focolaio di Ebola registrato nella RDC dal 1976, anno in cui la malattia fu identificata per la prima volta a Yambuku, nella provincia dell'Equateur. Il precedente focolaio congolese si era concluso nel dicembre 2025.
L'OMS ha precisato che l'epidemia non soddisfa i criteri di "emergenza pandemica" (livello superiore alla PHEIC) ma ha raccomandato ai Paesi l'attivazione dei meccanismi nazionali di risposta alle emergenze e il potenziamento dei controlli ai valichi di frontiera. L'agenzia ha esortato i Paesi a non chiudere le frontiere né a bloccare i traffici commerciali, avvertendo che tali misure possono spingere persone e merci verso valichi non monitorati. La dichiarazione della PHEIC conferisce al direttore generale dell'OMS l'autorità di emettere raccomandazioni temporanee agli Stati membri. Vale la pena ricordare che l'OMS sta affrontando una crisi di bilancio, in parte dovuta al ritiro degli Stati Uniti dall'organizzazione sotto l'amministrazione Trump. Médecins Sans Frontières ha annunciato di stare predisponendo un potenziamento rapido della propria risposta medica nella provincia di Ituri. Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda e co-presidente dell'Independent Panel for Pandemic Preparedness and Response, ha commentato: "Ringraziamo il direttore generale per aver agito con urgenza nel dichiarare questa PHEIC. La sua decisione di procedere prima di convocare un comitato di emergenza formale riflette la gravità della situazione e la necessità di una mobilitazione globale immediata." Anne Rimoin, epidemiologa dell'Università della California a Los Angeles con lunga esperienza sul campo nella RDC, ha sintetizzato la sfida in corso: "Bisogna entrare e spegnere quell'incendio il più presto possibile." L'OMS ha avvertito che i segnali puntano verso un'epidemia potenzialmente molto più vasta di quella attualmente rilevata, con un significativo rischio di diffusione locale e regionale. La conferma di casi a Kinshasa, Kampala e ora Goma, città con aeroporti internazionali e alta connettività, rende il contenimento una priorità assoluta per la comunità sanitaria globale.