È in continuo aggiornamento la situazione che ha colpito Niscemi, il paese siciliano in provincia di Caltanissetta. In questi ultimi giorni circa 1000 persone sono state evacuate dalle loro case, nel quartiere Sante Croci e zone limitrofe, a causa dell’estensione di circa 4 km di una frana innescata da piogge intense. Scuole e strade chiuse, case abbandonate per motivi di sicurezza; un dramma che ha costretto il sindaco Massimiliano Conti a disporre un’area interdetta di massima sicurezza.
L’evento è stato solo la punta dell’iceberg dei violenti fenomeni atmosferici che si sono abbattuti nell’ultima settimana sulla terra sicula. Tra il 19 e il 21 gennaio, infatti, il ciclone mediterraneo Harry ha causato danni che ammontano a più di un miliardo di euro. Danni che il Governo ha deciso di riparare stanziando solo 33 milioni dei 100 del Fondo per le emergenze nazionali. Una cifra misera rispetto a quanto l’emergenza richiede, una cifra che quantifica forse il valore che il Governo attribuisce all’isola mediterranea da sempre.
La Sicilia, isola calda e luminosa, di innata potenza ma progressivamente infragilita. Isola nel senso più crudele del termine: usata, maltrattata e abbandonata. Il punto più instabile dell’Italia e non solo in termini metaforici. Un’isola compressa tra la placca africana e quella euroasiatica, costretta da milioni di anni da una crudele danza che la porta a sollevarsi e deformarsi. Il territorio non è infatti nuovo a questi disastrosi eventi atmosferici che, al contrario, sono assolutamente prevedibili. La Sicilia si muove davvero, centimetro dopo centimetro, spinta verso nord dalla placca africana che continua a premere. È un territorio in viaggio, lento ma ineluttabile; ogni anno accumula tensioni che sfociano in terremoti, frane e collassi del suolo e i disastrosi eventi climatici sempre in crescita non fanno che peggiorare la situazione già di per sé precaria.
E allora qualcuno lo dica a Salvini che qui la terra non è un supporto neutro su cui costruire ponti, ma un organismo vivo che cede e scivola ogni giorno di più; glielo dicesse qualcuno che non si può costruire niente senza solide radici. La sismicità della Sicilia è storicamente distruttiva e non è un’emergenza occasionale, ma una condizione strutturale. Gli eventi attuali non rappresentano eccezioni, ma segnali coerenti con la natura della terra sicula, un territorio che sta superando i propri limiti fisici. L’aumento delle precipitazioni estreme su suoli argillosi e instabili accelera processi già in atto: piove sul bagnato, letteralmente.
Inoltre, qualcuno lo dica a Salvini, che in questo contesto le infrastrutture sono un miraggio e i siciliani, da sempre popolo colmo di gratitudine, si ritrovano a ringraziare per quel poco che funziona, ad accontentarsi “de muddriche di cu ci mangia” (“delle briciole di chi ci mangia”, semi cit.), ad adeguarsi seppur con amarezza. I siciliani sono stanchi di uno Stato che come una manipolatore patologico torna solo quando ha bisogno di nutrimento. Parlare di grandi opere come il Ponte sullo Stretto di Messina senza una messa in sicurezza capillare del territorio, senza riuscire a garantire collegamenti funzionali, equivale a buttare benzina sul fuoco; è tecnicamente possibile, ma razionalmente insensato, perfino pericoloso.
Qualcuno lo dica a Salvini che lo Stretto di Messina è uno dei punti geologicamente più complessi del Mediterraneo, un’area attraversata da faglie attive, violente correnti marine e fondali irregolari, con una memoria sismica che va dalle crisi del 1783 al terremoto del 1908. Pensare che la priorità per Sicilia e Calabria sia un ponte monumentale significa ignorare la lezione più elementare della geologia: prima si stabilizza ciò che si muove, poi si collega ciò che è stabile. Osservando la situazione attuale il Ponte non è un simbolo di progresso, ma la rappresentazione plastica di una politica che preferisce attraversare i problemi invece di risolverli o forse di una politica che ama sfoggiare grandi opere mentre si perde in un bicchiere d’acqua.
Emblematica la foto virale che mostra un tratto della linea ferroviaria Messina-Catania che rimane con i binari sospesi nel vuoto dopo il passaggio del ciclone Harry. La cartolina che più restituisce l’immagine di una terra dilaniata, forse più dall’indifferenza del Governo che dall’irruenza della natura. I lavori per la costruzione del ponte dovevano partire già a dicembre 2025, ma stavolta i rallentamenti burocratici tipici del Bel Paese ci hanno favorito. E in questo scenario in cui non tutti i mali vengono per nuocere, quella stessa natura che pare avversa all’isola sì, oggi è incazzata un po’ di più, ma non si lascia dietro vittime, “solo” danni disastrosi che sembrano intimare uno stop. L’isola sicula chiede cura e lo fa con tutta la forza di cui è capace, ma proteggendo come può i suoi cari abitanti, come una madre severa che sa quando è il momento di difenderli. La Sicilia grida ma non emette suoni acuti, lo fa con voce grave, cavernosa, maestosa che nasce dal sottosuolo. La Sicilia resiste e combatte con l’indole ribelle di chi non ha mai abbassato la testa di fronte a un potere usurante. Qualcuno lo dica a Salvini.