Corona è andato in onda, fregandosene degli avvertimenti, per via legale, di Mediaset e Alfonso Signorini. Andrà incontro a multe, processi, altre accuse, nuove cause per ciò che ha raccontato sui principali personaggi della tv di Silvio Berlusconi, ora di Pier Silvio. Gerry Scotti, Samira Lui, Maria De Filippi, oltre a Signorini, chiaramente. Belen, Barbara D’Urso eccetera eccetera. Mettiamo da parte per un attimo il tema, che ormai ha chiaramente travalicato i confini del puro gossip ed è diventato un attacco a un sistema, cosa di cui molti giornalisti dovrebbero essere grati. Concentriamoci sul comunicato con cui Mediaset ha risposto a Corona dopo l’uscita dell’ultimo episodio di Falsissimo il 26 gennaio, perché il tema riguarda tutti e non c’entra neanche più Corona. Ecco il testo:
“La libertà di espressione non è, e non sarà mai, libertà di diffamazione, di gogna mediatica o di sistematica distruzione delle persone. Quanto diffuso nelle ultime ore sul web e sulle piattaforme social non solo non ha nulla a che vedere con la verità ma nemmeno con il giornalismo, con il diritto di cronaca o con la libera manifestazione del pensiero. Si tratta della reiterazione di falsità gravissime, insinuazioni e accuse prive di qualunque fondamento, menzogne che ledono la reputazione di una società quotata in Borsa [sic!, nda] e, ancora peggio, di tante persone, coinvolgendo in modo vergognoso anche le loro famiglie. Siamo di fronte a un metodo che normalizza l'odio e la violenza verbale, alimentando un clima di disprezzo non solo per la verità, ma anche per la dignità umana. Questo non è informare. Questo non è denunciare. Questo è monetizzare e lucrare attraverso l’insulto. Mediaset respinge con fermezza menzogne, falsità e insinuazioni prive di qualsiasi fondamento e ribadisce il proprio impegno a tutelare le persone, gli artisti, i professionisti coinvolti e tutta l'azienda in ogni sede competente, contrastando ogni abuso dei mezzi di comunicazione e ogni forma di campagna d’odio mascherata da libertà di parola.”
Questo comunicato è un autentico attacco alla filosofia della libertà. Mediaset fa distinzioni illogiche, non spiega nulla e confonde vari concetti tra di loro. Prendiamo i principali: libertà di espressione, libertà di diffamazione, gogna mediatica, diritto di cronaca, libera manifestazione del pensiero, monetizzazione attraverso l’insulto (business dell’insulto), campagna d’odio, libertà di parola (che è la stessa cosa di libertà di espressione, quindi le uniamo).
Ci sono almeno due macro-temi che non c’entrano niente l’uno con l’altro. Il primo è appunto la libertà di parola, con tutte le sue diramazioni. Il secondo è il business dell’insulto. Partiamo dal secondo: visto che fare business non è considerato immorale (o meglio, in molti - e cioè i socialisti - lo considerano immorale, ma di certo non può essere l’opinione di “una società quotata in Borsa”), ciò che deve essere considerato immorale è guadagnare sull’odio. Intanto è una tesi davvero molto generale: quasi in ogni campo si guadagna con l’odio, dal settore cinematografico alle riviste di gossip, molte delle quali legate alla grande editoria, dunque a famiglie come quella che gestisce il Gruppo Mondadori, e cioè proprio i Berlusconi. Lo stesso si può dire di molti programmi basati sul trash talk, sull’insulto e, a volte, sulle risse sfiorate. Non solo i talkshow politici, ma per esempio programmi di intrattenimento e reality come Grande Fratello e Isola dei famosi, entrambi prodotti da Mediaset, cioè gli stessi che ora se la prendono con il business dell’odio. Ma mettendo da parte questa critica, resta da spiegare perché guadagnare sull’odio sia di per sé sbagliato. Per capirlo dobbiamo parlare del primo macro-tema, e cioè la libertà di parola.
Secondo Mediaset la libertà di parola non è la libertà di diffamazione. Quindi l’odio (all’interno del quale rientra anche la “diffamazione”, la “gogna mediatica” e così via) non rientra nella libertà di parola. Se accettiamo questa distinzione, il passo successivo sarà quello di dimostrare che la libertà di diffamazione è immorale. Se è immorale, allora guadagnare sull’odio e la diffamazione sarà immorale. Insomma, per sostenere che il business dell’odio è immorale dobbiamo sostenere che l’odio (e la libertà di diffamazione, che è il caso particolare che ci interessa) sia immorale, per per poterlo dire dobbiamo distinguere tra libertà di parola e libertà di diffamazione (a meno che non vogliamo giudicare la libertà di parola come immorale). Tuttavia, questa distinzione è irreale, retorica, infondata e illogica.
La distinzione tra libertà di parola e libertà di diffamazione non esiste, è anzi un’invenzione populista. Il reato di diffamazione è una barbarie in una società progredita.
La diffamazione, infatti, fa riferimento al contenuto di un’affermazione che qualcuno può reputare offensiva o lesiva della propria dignità, magari perché falsa. Come spiega Murray N. Rothbard in Etica della libertà, non c’è tuttavia nessun “diritto alla reputazione”. Se una persona esprime idee che reputo offensive o diffamanti nei miei confronti io non posso impedirgli di esprimerle, poiché l’altra persona ha sulle sue idee un diritto di proprietà assoluto. Se davvero esistesse un “diritto alla reputazione” allora quasi niente, in una società libera, sarebbe permesso. La mia reputazione, infatti, può essere attaccata non solo da opinioni false o offensive su di me, ma anche da eventi del tutto positivi.
Se, spiega Rothbard, io ho la reputazione di essere il miglior venditore di un certo prodotto e arriva qualcuno che produce la stessa cosa ma in modo migliore, la mia reputazione verrà rovinata. Ho diritto di fargli causa? No. Qualcuno potrebbe sostenere che l’esempio è poco pertinente, dal momento che la reputazione verrebbe attaccata da un evento reale e oggettivo, mentre nel caso della diffamazione la reputazione viene sporcata da un’affermazione falsa. Ma questo è del tutto ininfluente.
Prendiamo la famosa pubblicità della Coca Cola e della Pepsi: un bambino compra due lattine di Coca Cola a un distributore automatico solo per poterle usare come rialzo per premere il pulsante della Pepsi. Il messaggio era evidentemente chiaro e non necessariamente vero. Per alcuni, anzi, potrebbe essere persino falso: la Pepsi è migliore della Coca Cola. Quella pubblicità è considerata ancora oggi molto efficace e divertente. La Coca Cola dovrebbe far causa alla Pepsi per un danno reputazionale basato su una considerazione che non può essere giudicata oggettivamente come vera? In sintesi: la Pepsi ha “insultato” la Coca Cola sostenendo che non fosse alla sua altezza. Ma questo non è in alcun modo vero, anzi potrebbe essere benissimo falso. In altre parole, la Pepsi ha diffamato la Coca Cola, ma non ci sogneremmo mai di denunciarla per questo.
A prescindere da questo, comunque, c’è un modo molto più semplice per dimostrare che la libertà di diffamazione non è distinta dalla libertà di parola. Come detto, la diffamazione è un’affermazione considerata offensiva o lesiva per una persona. Giudicarla sbagliata è giudicare sbagliato il contenuto di questa affermazione. La libertà di espressione, invece, non c’entra niente con il contenuto delle nostre dichiarazioni. La libertà espressione, infatti, non garantisce che ciò che viene detto liberamente sia giusto, vero, buono, sensato o piacevole da sentire. Essere liberi di dire qualcosa non equivale a dire qualcosa di giusto. Quindi non esiste una “libertà di diffamazione” separata dalla libertà di espressione. Esiste la libertà di espressione e, all’interno di questa, anche la libertà di diffamare. Questo può non piacerci, ma allora non ci piace la libertà di espressione. Fingere che le due cose siano diverse significa confondere il giudizio sul contenuto di una frase e la possibilità di esprimere una frase a prescindere dal suo contenuto. La libertà di parola riguarda questa seconda possibilità, non serve per giudicare se una frase sia accettabile o meno.
Quindi il Comunicato di Mediaset, oltre a essere totalmente insensato, sta calpestando la libertà di espressione rifiutando di accettare che esiste anche la libertà di diffamare.