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La benedizione

25 anni dopo l’attentato alle Torri gemelle non abbiamo ancora smesso di essere noi i primi “nemici dell’Occidente”

Riccardo Canaletti

11 settembre 2026

Sono passati 25 anni dall’attentato terroristico alle Torri gemelle, un attacco che ha cambiato ogni cosa, e ancora non abbiamo capito cosa sia successo davvero. No, non parlo di complotti, ma di ciò che è accaduto alle coscienze dei cittadini occidentali, europei e americani. Perché dopo tutti questi ani ancora crediamo che quell’attentato sia stata la conseguenza dei crimini imperialisti dell’Occidente, senza capire che questo atteggiamento autolesionista è proprio parte del problema e di quel pregiudizio che non è nato in Medio Oriente o altrove, ma a casa nostra, e che ci porta a fare una caricatura disumana e mostruosa nei nostri valori e nel nostro modo di vivere

Sono passati 25 anni dall’attentato terroristico alle Torri gemelle, un attacco che ha cambiato ogni cosa, e ancora non abbiamo capito cosa sia successo davvero. No, non parlo di complotti, ma di ciò che è accaduto alle coscienze dei cittadini occidentali, europei e americani. A pochi mesi da quel maledetto 11 settembre 2001, il filosofo Michael Walzer scrisse un articolo: “È possibile una sinistra decente?” Mentre una parte della sinistra in cuor suo gioiva per l’attacco e la distruzione di un simbolo dell’America corrotta, interpretando l’attentato come una risposta ai crimini dell’imperialismo occidentale, Walzer si chiedeva come fosse possibile che non ci rendessimo conto che, al di là delle opinioni politiche, tutti eravamo legati da un “medesimo destino”. Era una domanda profondissima, perché a farla non era solo un intellettuale di sinistra, certo non un intellettuale marxista o comunista, ma un liberale, ma un uomo che metteva in dubbio qualcosa che, a distanza di pochi mesi, verrà definito in modo perfetto da un altro filosofo, stavolta israeliano, Avishai Margalit, insieme al giornalista Ian Buruma: occidentalismo. 

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Di cosa si tratta? In sostanza del pregiudizio antioccidentale, perfettamente speculare a quello che Edward Said chiama “orientalismo”, e che oggi va tanto di moda tra i movimenti anticoloniali e pro-Pal, In breve, l’odio verso l’Occidente è frutto di un’opinione caricaturale e deumanizzante dell’Occidente, un’immagine che ovviamente non corrisponde al vero. E la cosa interessante che notano Margalit e Buruma, è proprio che questa opinione negativa nei confronti dell’Occidente, non nasce con l’islamismo o a Est, ma nasce proprio in Occidente, con il romanticismo tedesco, con l’antisecolarismo, il marxismo e, attenzione, con il fascismo.

Il delirio antioccidentale, che va ben oltre la critica legittima contro i crimini di cui l’Occidente si è certamente macchiato, non è niente di più che una risposta di una certa parte di intellettuali occidentali alla modernità, al progresso, ai diritti universali e a tutti quei principi base che regolano la vita in Europa e negli Stati Uniti. Sarebbe troppo semplice parlare di “scontro tra civilità”, perché l’attacco dell’11 settembre è indubbiamente veicolato dall’odio di fondamentalisti islamici. Come spiega lo storico Gilles Kepel in Olocausti, la “doppia razzia benedetta su New York e Washington”, come la chiamava Osama Bin Laden, fu un tentativo di sostituire al “millennio occidentale” appena iniziato un “millennio islamico”. Ma noi dovremmo preoccuparci prima di tutto della reazione dentro all’Occidente, dove soprattutto ora, a distanza di 25 anni, la memoria sembra confusa, contraddittoria, e alberga in molti intellettuali una sorta di imbarazzante entusiasmo, che non può essere tirato fuori esplicitamente ma che traspare dai giudizi prima antiamericani e oggi antioccidenali con cui si riempiono libri e corsi universitari.

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Allora, per capire la portata dell’11 settembre dovremmo ripartire da noi, perché non è solo l’Islam fondamentalista e considerare l’Occidente “infedele”, ma siamo noi, che abbiamo smesso di difendere i valori occidentali, convinti che non abbiano alcun valore, che un Paese valga un altro, che non ci sia differenza tra Ucraina e Russia e, ancora di più, tra Russia ed Europea, che non riusciamo a condannare il massacro a Gaza senza ammettere che la società israeliana è nettamente migliore dei modelli limitrofi, che non riusciamo a condannare gli attacchi di Trump in Iran senza negare che lì, in quel Paese, le donne vengono condannate a morte e i dissidenti vengono impiccati alle gru. Oriana Fallacci parlava di “rabbia e orgoglio”. A distanza di 25 anni possiamo finalmente mettere da parte dalla rabbia. Ma un po’ di sano orgoglio, certo, non ci farebbe male.

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