250 anni di Stati Uniti, e la superpotenza a stelle e strisce li sente tutti. Donald Trump ce l’ha messa tutta per trasformare le celebrazioni del primo quarto di millennio di storia americana in una celebrazione di orgoglio nazionale (e personale) all’insegna dell’esaltazione dell’eccezionalismo statunitense. "Celebrating the Triumph of American Spirit", dice il sito della Casa Bianca per il 4 luglio 2026, anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza dal Regno Unito, che apre a una panoramica sui protagonisti dell'epopea contro Londra guidata da George Washington con numerose, e campeggianti, frasi di The Donald. Come a dire che se i Padri Fondatori hanno costruito una nazione, un nuovo costruttore, The Donald, la sta rifondando. C’è molta retorica ma poca sostanza dietro le parole di Trump. Gli Stati Uniti sono oggi una nave che naviga attraverso un mare mosso e tempestoso e una nazione che deve ritrovare il proprio baricentro.
L’America che nasceva nel 1776 si presentava come baluardo di libertà contro il colonialismo e l’oppressione britannica. Accoglieva e superava le diversità in un corpo sociale complesso, spesso ostile ai ceppi allogeni, ma che alla lunga si rafforzava innesto dopo innesto. Iniziò una graduale corsa che in un secolo e mezzo l’avrebbe portata alla soglia dell’egemonia mondiale, poi conseguita dopo la Seconda guerra mondiale. Aveva, dunque, dinamismo sociale, profonda capacità di assorbire i mutamenti, ambizione. La crescita degli Usa è stato un romanzo di formazione scritto attraverso l’espansione della frontiera, segnato da una guerra civile conclamata nel 1861-1865 e da una strisciante a più fiammate da allora in avanti, da quattro presidenti assassinati (unicuum per le grandi democrazie), dall’arrocco nazionalista di parti della società (vedasi Ku Klux Klan), dall’emersione di profonde fratture sociali, politiche, economiche tra le metropoli della costa e la periferia dei flyover states. Così in un certo senso è sempre stato, ma per oltre due secoli gli Usa sono riusciti a essere loro stessi e, al netto di ogni cosa, di apparire una nazione in espansione capace di portare una visione di progresso e di sviluppo come narrazione.
L’era Trump interseca invece una fase ben più incerta. L’America è la prima economia al mondo, esplora le frontiere infinite dell’IA e dello spazio da prima potenza tecnologica, è la prima nazione per potere militare e nessun egemone alternativo si intravede. Ma il centro di un tempo appare perduto e il motivo è da guardare, come per molti cambiamenti, nell’interno della società americana. Il cuore degli Usa è corroso dalla perdita di un progetto nazionale comune e lo “spirito americano” esaltato da Trump appare oggi eroso. Dare la colpa solo a The Donald, come soprattutto un’intellighenzia progressista sta facendo in questi giorni, è riduttivo. Trump è un epifenomeno della convulsione di una superpotenza fragile all’interno. La radice dei problemi appare la crescita inaccettabile di disuguaglianze e difformità interne al Paese: ad oggi, sembrano Paesi diversi quelli che presentano le scintillanti vetrate della Silicon Valley e la triste depressione degli Appalachi travolti negli ultimi anni dall’epidemia degli oppioidi. C’è l’America degli innovatori e della finanza e c’è l’America delle morte per disperazione. C’è l’America che ha prodotto “La Grande Scommessa”, ovvero le premesse per la crisi finanziaria del 2008, e quella della periferia post-industriale che grandi film come Gran Torino di Clint Eastwood hanno raccontato. Un’America di speranze infrante all’ombra del sogno della prosperità e del progresso che i dati macro continuano a mostrare mentre, sul fronte interno, la forbice si amplia.
E attorno a questa grande divergenza, ecco che le due principali formazioni hanno contribuito a costruire una narrazione che ha alimentato le divergenze. I repubblicani si sono, con Trump, arroccati su nativismo, anti-immigrazionismo radicale, battaglie culturali condotte a testa bassa; i democratici, salvo nobili eccezioni (Bernie Sanders predica nel deserto) hanno abbandonato la base operaia e di middle class per diventare il partito di riferimento della borghesia progressista urbana e dell’economia terziarizzata. Attorno a ciò si è raggrumata una tensione culturale e sociale che ha prodotto una pesantissima tribalizzazione. Semplicemente, lo spirito americano è per ogni statunitense qualcosa di diverso e, soprattutto, di contendibile e conteso.
Joe Biden, del resto, prima dell'attuale fase di trumpismo "on steroids" aveva aperto sul piano politico l'idea che il Paese fosse diviso e conteso. "Battle for the soul of the nation" fu il titolo di un discorso del settembre 2022 in cui l'ex presidente scomunicò il suo predecessore e futuro successore: "Donald Trump e i repubblicani MAGA rappresentano un estremismo che minaccia le fondamenta stesse della nostra repubblica". Una scomunica netta che ha portato anche il più moderato e pragmatico dei presidenti dem a sposare, in campo inverso, la stessa logica di Trump. Segno del passaggio di un Rubicone morale che difficilmente potrà rientrare nel breve periodo. A furia di tentativi di scomunicarlo, il trumpismo ha avverato la profezia dei suoi più cupi critici e, dunque, si trova oggi a governare un Paese nelle condizioni perfette per subire danni pesanti dalla retorica di fuoco del tycoon che non può essere, però, eletto a unico imputato.
Questo perché la crisi dell’America è, innanzitutto, una drammatica crisi di fiducia in sé stessa. E questa è una grande novità per una nazione che a lungo è stata la frontiera dell’ottimismo. E oggi invece si trova tribalizzata e divisa. L’America che nel mondo vent’anni dopo le Torri Gemelle fugge dall’Afghanistan, che tentenna nel difendere i valori che dice d’incarnare in Ucraina, che si lancia in una rovinosa e fallimentare guerra con l’Iran cessa di pensare il mondo con sagacia e come contesto coeso. L’America che pur dominando nella ricerca è talmente terrorizzata dal sorpasso cinese sull’IA da dover ristrutturare il capitalismo a suon di blocchi all’export, sanzioni e licenze non pensa più di potercela fare con le sue forze. L’America che si divide in guerre culturali laceranti e inutili perde di vista ciò che è più importante.
Le principali responsabilità di Trump, in tal senso, stanno nel totale disinteresse a voler risolvere queste tensioni. Trump si vede un moderno Cesare, un dominus e conquistatore, ma dimentica che fu più grande Ottaviano, che sanò le ferite per una nuova Roma. Trump, poi, ha trascurato l'impatto delle attuali crisi sul sistema America. Si celebrano i 250 anni, ma il quadro collettivo è complesso, come ricorda Fulcrum: "L'inflazione è aumentata vertiginosamente, spinta dall'aumento dei prezzi dell'energia e dal perdurante conflitto geopolitico, che ha fatto lievitare i costi per le famiglie e indebolito il potere d'acquisto. La fiducia dei consumatori è crollata ai minimi storici, con gli americani sempre più pessimisti sull'economia. La crescita dell'occupazione è rallentata, la disoccupazione è leggermente aumentata e la crescita del PIL è risultata inferiore alle proiezioni iniziali dell'amministrazione, tutti segnali di un rallentamento economico", nota la testata sottolineando come ad oggi siano ben più cogenti e problemi i temi sentiti dalla popolazione. 250 anni sono un compleanno importante e una cifra tonda notevole, ma gli Usa iniziano a sentirli sulle spalle. Avrà ragione per gli Usa la teoria di Sir John Glubb secondo cui dopo il quarto di millennio i grandi imperi entrano in una spirale decisiva di declino? O l’America ha solo i…secoli contati? La vera minaccia viene dall’interno. Da tensioni e paranoie che rendono gli Usa poco lucidi e di cui Trump è manifestazione prima ancora che causa. Se l’America saprà convicerci e superare i suoi traumi, sarà un passaggio decisivo. Se prevarranno, sarà il clima di declino generale a prendere il sopravvento. Con conseguenze incerte per il mondo tutto.