Il tatuaggio del tridente ucraino sull’avambraccio, i gin tonic, le sigarette, le parolacce, il Barbour. Il dito medio per togliersi il pulviscolo nell’occhio quando Ivan Grieco prova a buttare lì un confronto con Michele Boldrin, sua nemesi che, per Carlo Calenda, “si crede stoc**o”. Ecco, Carlo Calenda e della sua testosteronica metamorfosi occorre parlare. La stampa vannacciana lo definirebbe un “maschio alfa irrisolto” parafrasando le critiche di “omosessuale irrisolto” incassate da Vannacci. Perché vi confidiamo questa geniale (e per nulla banale, ma acutissima) intuizione? L’ultimo episodio che dimostra la potenza intrinseca del fondatore di Azione, guardiano di ferro della democrazia italiana, è la pseudo-rissa con il novello Paolini, Gianfredi, l’influencer dalla voce sottile che lavora per il giornalismo. Dopo la supercazzola sulla forza dell’amore rispetto all’energia nucleare, il povero Gianfredi ha dovuto subire l’ira di Calenda che lo ha decisamente “maranzato”, frapponendosi addirittura tra lui e il numero di telefono di una delle dolci militanti presenti, che ad ogni modo pareva disposta a condividere con il dinoccolato disturbatore quello che nel gergo è ormai definito “contatto costante”. Ma ecco, che cosa sta succedendo? Calenda che strappa gli occhiali da sole con telecamera di dosso a Gianfredi altro non è che l’uomo che scruta nell’abisso che scruta dentro di lui (che mio padre comprò).
È Giulio Cesare che guarda dritto in faccia il sole con lo sguardo fermo, è Ulisse che si fa legare all’albero maestro della sua imbarcazione per ascoltare il canto delle sirene. Ecco cosa sta succedendo, aprite le orecchie. Il Winston Churchill dei Parioli, a mano a mano, sta dismettendo i panni del politico borghese per trasformarsi in un “Brasiliano (al secolo Massimiliano Minnocci) del liberalismo italiano”, affrontando tutti, facendosi più nemici possibile. Tanti nemici tanto onore, diceva l’enorme statista Benito Mussolini (che tra l’altro ha fatto anche cose buone, non fosse scivolato sull’Olocausto) ma qui più che di machismo, si tratta di un ritorno a Dioniso. Gli antichi davano più importanza alla follia che alla sapienza, di cui Calenda è ormai colmo. Trabocca sapienza come un vulcano pronto ad esplodere, Calenda. Forse è stanco di tutto, Calenda, delle delusioni che gli ha dato la politica in passato e delle piccole soddisfazioni che gli rendono il presente meno amaro, si veda l’emendamento Richetti alla legge elettorale (la cosiddetta norma “anti-Vannacci”). Poi va bene, la sua personalità è sempre stata affine a questo tipo di provocazioni, si veda la sua ospitata a San Benedetto del Tronto per il ritiro dei giovani di Forza Italia, dove il fondatore romano invitò il governatore della Sicilia, Renato Schifani, a dimettersi, definendo la Trinacria una regione “allo sbando”. Ma ecco, come si giustifica questo picco testosteronico in Calenda? Dov’è il principio, oppure il segreto, di questa potentissima propulsione verbale?
Forse è solo colpa della storia. Ricordate quel vecchio adagio? Tempi di pace generano uomini deboli da cui derivano tempi di guerra da cui vengono fuori uomini forti (che mio padre comprò). Bene, fatevene una bella ragione. Calenda è un maschio alfa dalla mentalità Sigma. Quei pazzi accelerazionisti d’America nel loro gergo dopato da social parlano di “grindset mindset”, ovvero “an extreme, unrelenting dedication to work, productivity, and self-improvement”. La strategia adottata da questi individui è quella di sacrificare il comfort nel breve termine e le relazioni personali per un successo nel lungo termine. Siamo dunque di fronte ad un’accelerazione politica del liberalismo di Carlo Calenda, portata alle sue estreme conseguenze barricadere? Chi può dirlo, forse lui soltanto può rispondere a queste domande. Per quanto ancora saranno sostenibili, poi, per “il Brasiliano del liberalismo italiano”, queste pseudo-risse e situazioni di grosso pericolo? BÈ, non sta certamente a noi sentenziarlo.