Il bimbo guarda suo padre dalla sedia sdraio, all’ombra dei grandi alberi, mentre s’immerge nelle acque cristalline di quel fiume che scorre lento sotto il ponte. Nell’aria risuona solo il frusciare del fogliame verde al passar del vento. Si sta bene a Varallo. L’aria che s’insinua tra le antiche contrade di questo paesino di appena 6830 abitanti è fresca e sa di muschio e di montagna. Tra le vie strette del budello risuonano i trolley di quelle persone che parrebbero aver appena concluso un lungo viaggio. Parlano una lingua semitica e salutano con mestizia quando incrociano lo sguardo altrui. Sanno bene di essere israeliani e che il governo di Benjamin Netanyahu è letteralmente detestato dall’opinione pubblica italiana, ma ecco, non tutti comprendono che gli israeliani non sono filo-governativi, tantomeno sono tutti ebrei e di religione ebraica, dato che una buona parte è di etnia araba e di altre confessioni religiose. Ad ogni modo, questo esodo lascerà un segno profondo in quel piccolo paradiso afflitto dallo spopolamento. Quei fabbricati e quelle baite abbandonate di cui è costellata questa valle, dove l’inverno demografico si fa sentire anche d’estate, sono perfetti per essere acquistati e ristrutturati. Ma quando è iniziata questa storia? A differenza di quel che si può credere – e di quel che si legge sui giornali – inizia tutto prima del 7 ottobre 2023, nel 2022, quando Ugo Luzzati, cittadino israeliano ma originario di Genova, fonda il Progetto Baita, un gruppo Facebook che attualmente conta più di 11mila iscritti, poi diventato associazione nel novembre 2023 – dopo la guerra a Gaza – di cui ha lasciato la presidenza nell’agosto scorso. Passeggiando per il borgo parliamo con una ragazza nata e cresciuta a Varallo che passeggia per le viuzze del borgo. L’unica sua perplessità a proposito di questo fenomeno migratorio, descritto dal suo punto di vista come di vasta entità, è la mancata comunicazione da parte delle istituzioni alla popolazione locale su quel che stava accadendo, ma per il resto, ci dice, i suoi vicini di casa sono israeliani e sono brave persone, si sono integrate perfettamente, parlano italiano e mandano i propri bimbi a scuola.
Di questo esodo è particolarmente entusiasta il sindaco di Varallo, l’architetto Pietro Bondetti, che siamo andati a trovare nell’antico palazzo comunale per capirne qualcosa di più. Non solo per capire la vera natura del Progetto Baita, ma anche per un’altra ragione. Due settimane fa, aprendo la buca delle lettere, l’eclettico sindaco ci ha trovato dentro una scatola. Credeva contenesse dei cioccolatini, ci spiega tra gli stucchi dorati del suo antico ufficio. Quel pacchetto conteneva un proiettile e un foglio di carta con su scritto in apertura “Fuck Israel”. Una lettera minatoria indirizzata a lui, a tutti gli altri sindaci della Valsesia disponibili a collaborare con il Progetto Baita e ad Ugo Luzzati. “Questo è l’ultimo avviso dopo di ché inizieremo a sparare”. Firmato, “Movimento Antisionista”. Non proprio un cioccolatino. Ci spiega con la sua aria bonaria, ma non nasconde il suo stupore: “qui non abbiamo mai avuto problemi”. Gli israeliani sono perfettamente integrati e portano investimenti in una valle affetta dallo spopolamento. Il Progetto Baita, poi, ci spiega, pur essendo un’associazione mirata all’accoglienza degli israeliani in fuga dalla guerra, ha sede in un’agenzia immobiliare, un tempo della moglie del signor Gianni Tognotti, attualmente vice-presidente del Progetto Baita insieme alla nuova presidentessa Olga Dolburt, anche lei israeliana. Proprio in quest’agenzia, a bordo della sua fiammante 500 coupé, ci ha accompagnato il sindaco che durante il tragitto ci ha mostrato le bellezze di Varallo, dal Sacro Monte, patrimonio dell’Unesco, alla collegiata di San Gaudenzio. Davvero un piccolo gioiello incastonato fra le Alpi, Varallo. Una volta davanti all’agenzia ci ha salutati con due colpi di clacson e se n’è andato sgommando.
Qui ci ha raggiunto Gianni Tognotti, che da dietro i suoi occhiali da sole scuri ci ha stretto la mano e ci ha spiegato che quella di Varallo è, a differenza di quel che si può credere, non esattamente una “colonia israeliana”, anzi. Nel tempo il comune di Varallo si è prodigato per accogliere comunità arabe, peruviane e, prima degli israeliani, gli ucraini in fuga dalla guerra nei vari comuni della Valsesia. L’unica famiglia che non è stata accolta è quella che, proveniente da Gaza, non è riuscita a ottenere un visto per l’Italia da parte del ministero degli Esteri, dunque il Progetto Baita e Ugo Luzzati con questa triste questione burocratica c’entrano ben poco. Anzi, è proprio Ugo Luzzati che ha tentato di facilitare le pratiche con questa famiglia, con la quale è in contatto, ma senza riuscirci proprio per queste ragioni. Olga Dolburt, la presidentessa del Progetto Baita, poi, ha respinto la definizione di “colonia israeliana”. Per lei il parallelo tra quello che accade nella West Bank per colpa dei violenti coloni e questo esodo non sta in piedi e sarebbe mero “antisemitismo”. In questo caso si tratta di una migrazione di cittadini israeliani che in quella politica discriminatoria e repressiva nei confronti dei palestinesi non si riconoscono affatto, come non si riconoscono nel massacro in corso a Gaza. Insomma, parlare di “Colonia israeliana in Italia” è una definizione decisamente sbagliata.