Perché la Costituzione e i suoi principi vengono tirati fuori alla bisogna quando fa comodo? Perché viene puntualmente accantonata quando la sua più stretta osservanza ci metterebbe in posizione scomode, spinose e moralmente ambigue, quando significa "difendere" un terrorista nero e comprovato assassino. Gilberto Cavallini è stato un estremista, un picchiatore, un terrorista, un assassino, fino all'età di trentuno anni, quando è entrato in carcere per non uscirne (definitivamente) mai più. Oggi è un uomo di settantatre anni che ha passato più della metà della sua vita all'interno di un penitenziario, all'interno del quale non si è mai macchiato di alcuna violazione delle regole.
Gilberto Cavallini è entrato in regime di semilibertà nel 2017, dopo che il Tribunale di Sorveglianza di Perugia aveva riconosciuto, nero su bianco, un percorso di rieducazione compiuto. Non era un'opinione o un atto di clemenza, ma l'esito di una valutazione tecnica e giuridica che la legge prevede proprio per accertare se un condannato meriti di essere reinserito, gradualmente, nella società. Da allora Cavallini ha lavorato come contabile per una cooperativa sociale, uscendo dal carcere di Terni ogni mattina alle otto e rientrandovi la sera alle dieci. Ha seguito, con dedizione riconosciuta anche da chi lo controllava, un ragazzo di origine magrebina, conosciuto anni prima proprio in carcere e in seguito ammalatosi di sclerosi, che vive tuttora nella casa di Cavallini a Terni.
Poi, nel gennaio 2025, arriva la sentenza definitiva della Cassazione: colpevole anche per la strage di Bologna, un altro ergastolo. Da questa condanna discende, per un tecnicismo dell'ordinamento penitenziario, un anno di isolamento diurno. Ma il conto non si ferma lì: ad esso si sommano altri due anni che risalgono a una condanna all'ergastolo inflitta a Cavallini nel 1991, e che il Dap si era perso per strada negli anni precedenti — né la difesa né la stessa amministrazione penitenziaria sono in grado di stabilire con certezza se quell'isolamento sia già stato scontato all'epoca. È così che oggi Gilberto Cavallini non può uscire dal carcere, ma non solo: è anche escluso dalle attività comuni con gli altri detenuti, non può frequentare la messa, è costretto al passeggio in quattro mura larghe pochi metri, è seguito dalle telecamere finanche in bagno e può parlare di persona solo con i propri difensori, con i familiari solamente al telefono.
L'articolo 27 lo dice chiaramente: "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Che rieducazione c'è nel murare vivo un uomo di 73 che, per ammissione della stessa giustizia, era già stato riabilitato. Ma anche se non lo fosse, qual è il senso sociale e pedagogico, dopo aver scontato oltre 40 anni di galera, di precludere a un detenuto qualsiasi contatto con l'esterno. A che rischi espone la collettivià l'ultrasettantenne Cavallini, membro di un gruppo terroristico morto e sepolto da decenni? Non ha una banda da comandare, interessi da difendere, vizi da soddisfare. È questa rieducazione? O piuttosto andrebbe chiamata cieca vendetta di Stato? A più di quarant'anni dal compimento dei fatti.
La misura sembra motivata anche da ragioni (ignote agli avvocati e allo stesso Cavallini) di tutela dell'incolumità del detenuto. Ma, anche fosse così, la soluzione è davvero murarlo vivo in carcere e, piuttosto che esporlo a rischi umani, attendere semplicemente che la morte lo colga in modo naturale? L'unica voce istituzionale a rompere il silenzio è stata quella dell'onorevole Roberto Giachetti, di Italia Viva, che dopo che il Riformista ha posto il problema il 3 giugno ha depositato un'interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo conto proprio di quelle "stranezze" denunciate dal legale di Cavallini, Gabriele Bordoni. Una questione che ci costringe a fare i conti con la nostra morale, a guardare in faccia il mostro e decidere se, dopo più di quarant'anni, sia ancora tale. Piero Sansonetti, dalla sponda politica opposta di Cavallini, oggi su l'Unità ha titolato il suo editoriale: "Uccidere un fascista non è reato?", riprendendo il pessimo coro degli estremisti di sinistra e denunciando anche lui la situazione dell'ex Nar. A quanto pare no, non è reato, è semplicemente giustizia di Stato.