Richard Millet, uno degli scrittori francesi che l’establishment culturale di sinistra ha provato in ogni modo a fare fuori (ci ha provato, per esempio, la premio Nobel, al tempo ancora senza Nobel, Annie Ernaux), scriveva nel suo L’antirazzismo come terrore letterario (Liberilibri, 2024): “In un mondo dai valori interamente rovesciati e in cui la parola vietata di ‘razza’ diventa l’ossessiva metafora della donna, dell’omosessuale, dell’obeso, del ‘giovane’, dell’animale ecc., gli antirazzisti si dedicano, in nome del Diritto, a ciò in cui si sono distinti i razzisti più violenti: linciaggio mediatico, condanna giudiziaria, distruzione dell’uomo libero”. Per cui bisogna stare attenti a come si parla. Non a come si agisce. A come si parla, capite?
Una settimana fa circa, tornando dalle Marche a Bologna con la mia ragazza, scrivevo questo post, in cui raccontavo di alcune situazioni complicate vissute in treno e poi in stazione a Bologna.
In particolare di un momento, alla fermata del bus (linea 30), in cui sotto la pensilina nessuno aveva il coraggio di mettersi, perché c’era un gruppo di persone fuori di testa, ubriache, con bottiglie di birra vuote in mano, che parlano in un’altra lingua e che alzavano la voce tra di loro.
Oltre a darmi del razzista, alcune risposte sono state queste: “Permettimi di notare che stai parlando di uno stato d’animo personale, con la pretesa di espanderlo a tutti i lettori (non poco velata). Butti in mezzo al ragionamento le canne in maniera dozzinale. Sono sincero, rispetto alle tue profonde articolazioni del pensiero, questo post sembra scritto da un militante ex Msi ora Fdi di un piccolo comune dell’entroterra”.
“L’ansia è tua, non di qualcun altro. È su di te che devi intervenire”.
“Una volta un post del genere si sarebbe riferito ai ‘terroni’... come cambiano i tempi…”
È un problema mio, è un sentimento personale. Ok ok va bene.
Ieri poi arriva questa notizia: Alessandro Ambrosio, un capotreno di Trenitalia di 34 anni, è stato ucciso da un uomo che lo ha accoltellato alle spalle. Probabilmente è morto dissanguato e il 118, chiamato da un collega di Italo, non ha potuto fare niente.
34 anni. Erano circa le 18:30. In Stazione centrale a Bologna. Alessandro aveva il giorno libero, era andato a prendere l’auto nel parcheggio privato per i dipendenti nella zona Ovest, la stessa dove per esempio vengono parcheggiati i furgoni di una nota azienda di noleggio usata da tantissime persone, la stessa che ho preso il 29 dicembre per il trasloco a Milano.
L’uomo è stato identificato pare. Si tratta di un 36enne croato con precedenti in altre stazioni ferroviarie, che da qualche tempo “campava” davanti alla stazione di Bologna e in piazza XX settembre, lì vicino.
Ora iniziate a unire i puntini o no?
Ora avete ancora il coraggio di dire che è un’ansia personale, propaganda politica, razzismo, fascismo eccettera eccetera?
O ce la fate a capire che forse un problema esiste, che potete cercare le cause dove volete, nella povertà, in una cultura diversa, nelle sostanze stupefacenti, ma che il punto fondamentale è un altro: qualunque sia la ragione dietro questi comportamenti, le conseguenze non possono ricadere sulle persone normali. Su chi torna da casa sotto Natale e deve aspettare un bus, su chi passa ogni giorno, perché pendolare, nelle gallerie della stazione. E su un ragazzo di 34 anni ammazzato alle spalle mentre andava a prendere l’auto nel suo giorno libero.