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13 ottobre 2026

Avete visto lo spot di Report senza Ranucci? Noi sì e lo abbiamo fatto analizzare dallo scrittore Fulvio Abbate: “Un messaggio chiaro all’ex conduttore. Una centuria umana in sua assenza”

  • di Fulvio Abbate Fulvio Abbate

13 ottobre 2026

Uno spot senza Ranucci di Report è un giro di boa per la tv pubblica, dopo mesi di conflitto interno, nella redazione e nella rete, contro cui Ranucci aveva fatto ricorso (poi perso). Ora la redazione si schiera su sfondo nero per promuovere la nuova stagione, quasi a dire “Noi ci siamo, resistiamo”. Ma per capire tutto ciò che questo spot rappresenta serviva l’analisi semiologica di un intellettuale
Avete visto lo spot di Report senza Ranucci? Noi sì e lo abbiamo fatto analizzare dallo scrittore Fulvio Abbate: “Un messaggio chiaro all’ex conduttore. Una centuria umana in sua assenza”

Ignoro quanti abbiano visto, ma soprattutto fatto caso, al promo che annuncia il nuovo corso di “Report”. Su Raitre dal prossimo 8 novembre (san Goffredo secondo il calendario cristiano; scorzonera secondo il calendario della rivoluzione francese, mese di brumaio; san Gibus, massone, secondo il calendario della ‘Patafisica, mese di Haha). Personalmente, l’ho visto comparire d’improvviso e non ho potuto fare a meno di soffermarmi sulle immagini con puntuta attenzione. Di più, con attitudine da semiologo, cioè la scienza dei segni, da cui discendono significanti, significati e, laggiù in fondo, seminascosti, i referenti. Certamente mai raggiungerò il talento e la brillantezza di Roland Barthes, che della semiologia è stato l’imperatore, tutta qualcosa, detto in tutta onestà intellettuale, riesco comunque a trascinare fuori dalla botola delle cose. La “scena” dello spot di “Report” nell’era d.S. (leggi: dopo Sigfrido Ranucci) cioè in sua assenza, mostra l’intera, suppongo, redazione. Tutti in piedi, accostati gli uni agli altri. Braccia conserte in un ambiente buio, addirittura quasi nibelungico. Un fondale solidamente nero illuminato da lampadine che scendono giù dal soffitto in maniera scenografica. Come fari “filanti”. Su tutto una centuria umana schierata con compostezza austera. Presenza nello spazio del racconto, circa quaranta i presenti. Un insieme di “figure”, tra redattori, autori, montatori, inviati, cameramen e forse responsabili di molte altre mansioni ancora. Lì a testimoniare la propria esistenza pubblica, dunque professionale: persistenza, sopravvivenza di “Report” al tempo del centrodestra e del servizio pubblico accostato tautologicamente a Telemeloni. Sorta di “Quarto stato” del mestiere giornalistico, volendo citare il quadro di Pellizza da Volpedo, sicuramente pronto ad avanzare verso un ulteriore primo piano.   

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Sigfrido Ranucci, su sfondo nero, ma diverso da quello della sua ex redazione Ansa

Letto in filigrana, assodate le questioni problematiche che hanno investito il destino del format dopo l’affaire Ranucci-Lavitola, lo spot si pone innanzitutto come messaggio implicito all’ex titolare della trasmissione, l’Assente, il già padrone di casa, Sigfrido Ranucci. Quasi un manifesto programmatico d’intenti futuri affermati non meno fantasmaticamente nel presente. In prima fila, centrali, messaggio espressamente gerarchico, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Anche quest’ultimo che, se non rammento male, Ranucci reputava non consono a un ruolo apicale nella prospettiva dell’intero racconto del format a venire. Riassumendo, il Significante dell’intero spot coincide con un’affermazione, sia pure “muta”, sebbene solo in apparenza silente: ci siamo, siamo, resistiamo, adesso-tocca-a-noi. Anche il Significato ribadisce il medesimo concetto: “eccoci!”, un segno di presenza che segnala fragorosamente l’assenza dell’Altro, del titolare trascorso, Ranucci è tuttavia presente come convitato di pietra. Il Referente sembra invece tracciare una “matassa” narrativa implicita che fantasmaticamente restituisce, sempre in forma “muta”, ciò che personalmente, citando Carlo Emilio Gadda, ho definito “Quer pasticciaccio brutto de viale dei Quattro Venti”, cioè, in ordine sparso, i fatti che hanno portato alla “caduta”, dunque all’assenza di Ranucci, parte comunque lesa nell’intera storia, nel “quadro” attuale. Provo a elencare, sia pure concitatamente, l’insieme inestricabile della vicenda, posto che in questa nostra mediatica degna ormai di una “commedia all’italiana” danza ogni genere di suggestione. Dal fondale romano di Monteverde Vecchio, dove ha sede il “Cefalù Bistrot”, luogo segnato da una residenzialità piccolo-borghese, impropriamente riferita a un contesto “radical chic”, l’ormai giornalisticamente esemplare ristorante di pesce di Valter Lavitola, lì Paolo Mieli ha potuto vantare un piatto di vongole “sgusciate”. Pianterreno di un edificio negli anni Cinquanta sede il “Centro stampa e propaganda” del Partito comunista italiano, già residenza di Pietro Secchia dopo la sua Caduta, in seguito al cosiddetto “caso Seniga”, ed è proprio al civico 51 che ha luogo “Cefalù”. 

Torna #Report: la squadra vi dà appuntamento l'8 novembre, in prima serata, su #Rai3. A condurre il programma Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi. _____ Regia: Claudio Del Signore https://t.co/GKql9ka2UO

— Report (@reportrai3) October 12, 2026

Si sappia altrettanto che il vicino Nanni Moretti non ha mai pranzato nel nostro bistrot. Un primo sentore di illegalità perpetrata dall’esercente indica la presenza della neonata nella lista degli antipasti. Nel resto del “menu” narrativo c’è l’accusa di strage riferita proprio al titolare Lavitola: una bomba piazzata mesi addietro sotto casa di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, rivendicata in seguito dallo stesso amico Valter. Gli esecutori, presto intercettati e assicurati alla giustizia, appaiono assimilabili ai “soliti ignoti”, così come figurano nel poster che ogni pizzeria “al taglio” o “a portar via” di Roma mostra alle pareti. Valter e Sigfrido che non hanno fatto mai mistero della loro amicizia, comprovata anche fotograficamente… Un Ursus di colore definito sulla stampa “factotum” di Lavitola, tal Gomes Clesio Tavares, al momento in Camerun, e non c’è modo o volontà che torni nel Belpaese per testimoniare. E ancora “l’idea-regalo” della bomba-“dono d’amore” nella prospettiva che questi, Ranucci, potesse assurgere al ruolo di goleador del “campo largo” anzi “larghissimo”, sbaragliando la concorrenza dei populisti alle prossime elezioni. Così da sondaggio richiesto segretamente da Lavitola a più soggetti ignari. Lavitola, dal palmarès di “furfante” matricolato, con un carico penale che lo ha visto già in carcere per circa quattro lunghi anni, ampiamente riconosciuto. Sempre Valter che rispondendo alle preoccupazioni di Sigfrido, pronto a dissociarsi dalla stretta amicale, assume toni melodrammatici degni di Mario Merola: “Ranucci mi offende ma era ed è il mio migliore amico. Sono dispiaciuto che Sigfrido possa aver pensato che abbia organizzato l'attentato”. Per poi aggiungere: “Non vorrei che il Signore, visto che sono cattolico, mi stesse facendo pagare quello che feci a Gianfranco Fini con la casa di Montecarlo. Quando costruii su un documento falso, legando fatti veri, un documento che fu impossibile da smentire perché nel frattempo lo stato caraibico di Saint Lucia era intervenuto, su mia spinta, con delle informative sulla casa di Montecarlo rendendo tutto impossibile da smentire”. 

Lavitola con Ranucci nel dettaglio di una delle foto pubblicate dal Riformista
Lavitola con Ranucci nel dettaglio di una delle foto pubblicate dal Riformista

Il quartiere di Monteverde Vecchio, intanto, da via Giacinto Carini a piazza Rosolino Pilo, passando per via Barrili, alle prese con il nuovo caso di una minicar nera occupata da due giovani teppisti, si interroga sui paradossi dell’amicizia. Nel “pasticciaccio brutto” compaiono in ordine sparso nuovi significanti a favore di telecamere: massoneria, servizi segreti, fonti riservate più o meno affidabili, interrogativi su quanto un’amicizia possa inguaiare un professionista temprato da anni di inchieste sul malaffare proprio come Ranucci, e perfino chi, cioè Paolo Mieli e Massimo Giletti, aspetti dal sottoscritto un romanzo che provi a riassumere il tutto di questa storia. Quando a Lavitola è stato chiesto come mai Paolo Sorrentino non lo abbia inserito tra i protagonisti di “Loro 1” e “Loro 2”, film che ha inizio con una “pecorina”, dove la dama mostra tatuato il viso di Berlusconi sul fondoschiena, questi rispose: “Lì ci stanno i cattivi, io stavo tra i buoni”. Né si può omettere la corrispondenza di Lavitola ristretto a Rebibbia, crucciato da fastidi intestinali che investono anche il blasone di “Cefalù Bistrot”: “Lo sgombro che hai inviato ha fatto stare noi quattro compagni di cella in bagno tutto il giorno. State attenti con i clienti”. Virtualmente, i professionisti schierati militarmente nello spot di “Report d.S.” sembrano contemplare tutto questo, e se provassimo a leggere nei loro pensieri, rinunciando alle domande su quanto vogliano ancora davvero bene all’ex titolare, probabilmente ne verrebbe fuori solo un “... e mo’?”  

N.B. Lo spot è accompagnato da un brano di Tonino Carotone, È un mondo difficile.

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