“Chi mangia patate non muore mai”. Così affermavano i nostri antenati. Mio nonno Giuseppe in primo luogo. Tutti convinti che la patata, un semplice tubero segreto della terra, potesse sconfiggere addirittura l’impermanenza delle cose. Salvare le nostre vite stesse. Renderci eterni. Un frutto dal valore apotropaico, dunque. Per estensione, “filosofico”. Capace di consegnarci all’immortalità. Invincibili. Forse anche felici, le dita lì sul piatto. Strano, in questo senso, che Braccio di Ferro abbia, nelle sue storie infine vittoriose, prediletto gli spinaci. Proprio lui, il marinaio Popeye che nei giorni del secondo conflitto mondiale figurava sui giubbotti dei piloti di caccia e sulle carlinghe dei loro apparecchi, così come, durante la guerra civile spagnola, i blindati degli anarchici innalzavano il titanico nome di King Kong. Scopro adesso, provando doveroso, accorato, tragico allarme, e lo dico da mangiatore indefesso di patate, da un articolo di Silvia Marzialetti per il Sole24Ore, che, dalla sovrapproduzione, si è pervenuti alla carenza di tale prodotto in poco più di un anno. “… è il paradosso della filiera pataticola (sic), che si accinge a chiudere una campagna 2026/2027 in forte contrazione, soprattutto in Europa, dove le politiche di correzione dell’offerta attuate per riequilibrarne il rapporto con la domanda, si sono scontrate con una imprevista siccità”.
Ne deduco che il mutamento climatico starebbe infierendo perfino sulla programmazione delle aziende. Tuttavia, in Italia, leggo ancora, “il settore regge grazie a una maggiore programmazione degli investimenti e alle politiche integrate di filiera sviluppate negli anni. Un sistema che ha consentito di valorizzare il prodotto nazionale e di attenuare gli effetti delle oscillazioni del mercato”. Sarebbero comunque quattro i principali Paesi produttori dell’Europa nord-occidentale, Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi, dove le superfici coltivate a patate, così sembra, siano state ridotte di circa l’11%, passando da circa 604.100 ettari a poco meno di 536.900. Quanto all’Italia, è possibile stimare una produzione attesa di poco superiore a 1,3 milioni di tonnellate (-5,5% sul 2025), “mentre nei Paesi Eu-27 si ritiene che il calo rispetto al 2025 possa essere molto significativo, tra il -10 e -15%, per un totale atteso tra i 47,5 e 50,5 milioni di tonnellate”, commenta Nicola Pizzoli, ceo “Pizzoli”, che rappresenta la principale realtà industriale italiana nel settore delle patate fresche e surgelate. Preoccupa invece il prodotto destinato all’industria della trasformazione, che si concentra proprio nel Nord-Ovest. Dove, “oltre a stress termico e idrico, la produzione sconta un eccesso di calibri ridotti, che rendono buona parte del raccolto inadatta alla trasformazione in french fries; le patatine fritte sono un comparto che vale circa 500 milioni di euro in Europa”. E qui, il discorso non può che assumere un tono tra la nostalgia di un Proust e la riflessione politica: nel senso del simbolico che la patata, sia detto fuori da ogni accezione sessuale, invece espressamente cara ai grevi e ai “copy”, i creativi, delle agenzie pubblicitarie, custodisce quasi ontologicamente in sé. In questo senso, appare doveroso citare una campagna pubblicitaria di Amica Chips del 2006, dove Rocco Siffredi, nello spot in questione, agiva un doppio senso, lo slogan era appunto: “La patata tira”. Il “claim”, in verità, offriva anche una variante a suo modo gozzaniana: “A chi piace la patatina”, accompagnata dalla gestualità ammiccante del testimonial protagonista. L'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, IAP, ritenne da lì a poco doveroso bloccare lo spot, definito “volgare e contrario ai principi di correttezza e lealtà.
Lealtà? Quale lealtà? A chi e soprattutto a cosa? Temo che l’interrogativo sia rimasto inevaso. Chissà però se su questo nodo afferente all’etica abbiano pensato di rispondere i titolari, i custodi, i responsabili del “Potato Museum”, organizzazione non-profit che si dedica allo studio della storia e soprattutto all'influenza sociale di un tubero che incanta persone e luoghi, dove è custodita una cospicua collezione di oggetti legati alla patata raccolti in ogni parte del mondo; il museo, sappiatelo, ha sede ad Albuquerque, New Messico, USA. Va da sé che la patata è riuscita a dimorare manieristicamente, forse come omaggio all’idea stessa di umile sostentamento per le classi subalterne, frutto gratuito della terra, anche nell’arte. Da Arcimboldo a Van Gogh, tra le sue opere di quest’ultimo figurano in modo persistente infatti titoli esemplari: “Contadini che seminano patate” (1885), “Contadine che raccolgono patate” (idem), “Natura morta con cesto e patate” (idem), “Natura morta con patate e tegame” (idem), “Piatto di portata con patate”(1888). Più religiosamente assorta è semmai l’evocazione della patata che appare nell’“Angelus” di Jean–Francois Millet (1858-1859). Basta raccogliere patate! Adesso è giunto il momento della preghiera, è il sottotesto simbolico dell’opera. Così fino a Sigmar Polke, straordinario artista tedesco che non meno ha lavorato sui significanti simbolicamente suprematistici cari alla Germania. Questi, Polke, nel 1969, presenta un’opera intitolata “Apparat, mit dem eine Kartoffel eine andere Kartoffel umkreisen kann”, (Apparecchio che permette a una patata di orbitare attorno a un'altra patata). La Patata, e qui la maiuscola, temo, sia d’obbligo, assodato il carattere metaforico del tutto, credo figurasse anche nel suo lavoro presentato al padiglione tedesco di una Biennale d’Arte veneziana di trent’anni orsono: il nostro tubero tra la riproduzione della moneta da 1 marco, posta all’ingresso, in cima al portone, e subito accanto un’immagine fotografica ufficiale di Joseph Goebbels, scattata nel padiglione progettato da Albert Speer nel 1938, lo stesso anno in cui furono promulgate le leggi razziali. Infine, in un angolo, tornando ai giorni della caduta del Muro, un mucchio di patate, lì come autobiografia primaria della Germania stessa. Quanto a me, ho perfino indossato un omaggio di Polke sempre alla patata: una t-shirt bianca, avuta in dono da Mario Schifano, dove la Cosa era presente con effetto fotomeccanico, retino fotografico, bianco e nero, assenti i toni grigi, come altrove accade con l’effigie di Che Guevara, solo che sul tessuto non appariva il “Guerrillero heroico”, semmai, non meno paradigmaticamente, il nostro tubero. “Uber halles” su ogni altra possibile immagine. La patata, nella storia, tira davvero.