La Torre di Chia, appartenuta a di Pier Paolo Pasolini, al momento è salva. Grazie all’interessamento di un amico, Alessandro Giuli, casualmente, in questo nostro frangente storico, ministro della Cultura. Con evidenza, le mie parole, apparse nei giorni scorsi proprio su questa testata, non sono finite al vento dell’indifferenza, del disinteresse. Mi rivolgo ora alla segretaria del Partito democratico, Elly Schlein. Bene, salvo mi sia sfuggito, gentile Elly, non mi sembra che nel programma presente e, s'intende, a venire del Pd risieda il proposito d’abolire la proprietà privata, la stessa che l’utopista anarchico Pierre-Joseph Proudon riteneva “un furto legalizzato dallo Stato”. Per tale ragione mi rivolgo a lei a proposito della vicenda della Torre medievale di Chia, già di Pier Paolo Pasolini, e da qualche tempo invece in possesso di Gabriele Gallinari, un amico attore, un “cittadino”, sia detto quest’ultimo titolo nell’accezione morale che ha assunto dai giorni della rivoluzione francese. Gallinari è infatti entrato in possesso del bene monumentale in questione grazie a un regolare acquisto, cioè corrispondendo il dovuto agli eredi dell’autore de “Le ceneri di Gramsci” e molti altri beni immateriali della parola, dell’immagine in movimento e della polemica “civile”, ancora. Si sappia che proprio lì, a Chia, nel suo torrente, hanno avuto vita alcune scene esemplari del “Vangelo secondo Matteo”. Nel frattempo, sappia anche questo, cara Elly Schlein, a dispetto di chi ne pretendeva la restituzione, con intimazione di sfratto immediato, Gallinari può contare, su mia sollecitazione, su un “tavolo” del Ministero della Cultura, destinato, immagino, allo scopo di fare chiarezza su un caso che, a detta di molti, mostri un volto più che paradossale; inutile qui accennare per esteso a chi ha manifestato pubblicamente vicinanza e solidarietà a Gallinari, da Dacia Maraini alla stessa Graziella Chiarcossi, cugina di Pier Paolo.
Poi, per estensione, lo stesso Alessandro Giuli ha infine deciso di farsi carico dell’intero “affaire”, su mia sollecitazione, aggiungo. Lo sfratto, almeno al momento, può attendere, altrettanto i furgoni che avrebbero dovuto svuotare l’abitazione di Gallinari, una struttura fissa in legno e vetro, che lo stesso Pasolini volle far realizzare nella prospettiva sia residenziale sia come possibile atelier per proprio diletto artistico, PPP aveva passione per la pittura, mutuata dal suo maestro Roberto Longhi, ma questa è già un’altra storia. Sia detto per inciso microstorico, Ninetto Davoli mi raccontava nei giorni scorsi di aver partecipato al trasloco iniziale sotto lo sguardo di Pier Paolo. Stiamo parlando del 1970, o giù di lì, quando l’acquirente regolare Pasolini prese possesso della Torre posta nel cuore silvano dell’elegiaca Tuscia, potremmo aggiungere facendogli il verso. Proprio laggiù, nel dominio della Torre, sono state scritte molte pagine di “Petrolio”, romanzo immaginato come summa dell’illegalità del potere, apparso postumo e, ahimè, incompleto, e delle “Lettere luterane”, prosecuzione degli “Scritti corsari”. Se mi rivolgo adesso proprio a lei, Elly, la ragione giunge dalla sensazione che la sezione locale del “suo” partito, più esattamente il circolo di Soriano nel Cimino, sotto la cui giurisdizione ha luogo la frazione di Chia, come intuisco da un post-volantino presente sul sito, appunto, ufficiale del Pd, sembri caldeggiare lo sfratto di Gallinari parlando di “bene comune”. E qui torna l’interrogativo che ponevo inizialmente circa l’abolizione della proprietà privata. Inutile ribadisca che l’attuale residente ha regolarmente acquistato l’immobile, la Torre, rispettando regole e norme. Quanto al resto, cioè l’ambizione di chi ne rivendica la restituzione, apprendo dallo stesso Gallinari che “due mesi prima di agire in giudizio nei miei confronti, l’ente privato università agraria di Chia sulla base di una determina regionale che consentiva loro un cambio di destinazione provvisorio per realizzare un parcheggio auto su un area di 3,60 ettari, recinta abusivamente i varchi a 20 ettari di bosco demaniale trasformandolo in un Parco a tema turistico a pagamento largamente dedicato a Pasolini (a lui intesta addirittura un largo) e lo dà in gestione - senza il dovuto passaggio della manifestazione di pubblico interesse - alla cooperativa PromoChia. L'area viene utilizzata per eventi, set fotografici, matrimoni, produzioni cinematografiche e attività commerciali, mentre in giudizio rivendica che la proprietà privata appartenuta a Pasolini dovrebbe essere restituita perché gravata da uso civico e dunque deputata a finalità agro silvo pastorali. Il risultato è un evidente paradosso.
Da una parte si sostiene che Pier Paolo Pasolini fosse abusivo nella propria casa. Dall'altra il suo nome, la sua immagine e quella della Torre vengono utilizzati come principale richiamo turistico dell’area circostante la sua casa. Graziella Chiarcossi prima e io poi proviamo a presentare degli esposti in cui denunciamo quanto sta accadendo davanti al Commissario per gli usi civici di Umbria, Lazio e Toscana, ma non abbiamo successo. Su richiesta della Sovrintendente Margherita Eichberg, il Comune di Soriano esegue due sopralluoghi (che il PD locale rimprovera al Sindaco). Vengono rilevati e contestati 28 manufatti abusivi per i quali viene emesso un ordine di demolizione. Tra questi 28, la statua Driope in vetroresina che l’ente pubblicizza come il primo dei 30 colossi di Chia (6 mt X 4 mt). L’ente privato impugna l’ordine di demolizione davanti al TAR che rigetta la richiesta di sospensione. L’ordine di demolizione diventa esecutivo e viene notificata una sanzione di 20.000 euro. In occasione di nuovi sopralluoghi vengono rilevate altri illeciti (passo carrabile non autorizzato, pubblicità non autorizzata, videocamere non segnalate) ed irregolarità urbanistiche. Riporto di seguito le conclusioni di una perizia del Perito Demaniale Rannucci agli atti del TAR”. Mi scuso, cara Elly, per l’inciso assai poco poetico, tuttavia mi è sembrato necessario trascriverlo affinché il paradosso sia mostrato in tutta la sua immediata evidenza. Sorvolo sull’immagine della raccapricciante, almeno ai miei occhi, statua "votiva" in vetroresina di Pasolini, altrettanto sulle immagini apparse sui social che prospettano una trasfigurazione del luogo in “location” matrimoniale, qualcosa che, sempre al mio sguardo, rimanda all’Arco Azzurro di un’ormai remota pubblicità dei Baci Perugina realizzata a Mongerbino, Bagheria, in Sicilia, noto allora come l’“Arco dei Baci”, erano infatti gli Settanta, e Pasolini ancora fra noi con la sua “disperata vitalità”.
Sorvolo non meno sullo scatto delle sirene lì nello stesso luogo del torrente Chia, dove già si erano svolte le scene del battesimo del Nazareno. Nessuno tuttavia pensi che stia accusando di blasfemia l’accaduto, più semplicemente, più umanamente, permane in me il dubbio che si tratti, non si offendano i diretti interessati, di paccottiglia turistica nella sua forma modello base. Tornando invece al simbolico, posto che in questa nostra terrena storia è presente, se non proprio la memoria, comunque lo spettro ferito di Pasolini, e riflettendo sulla “partecipazione speciale” del Partito democratico del luogo all’intero caso, ho provato a cercare in rete un segno, un qualcosa, anche una semplice spora che restituisse “il sogno di una cosa”, una traccia che in nome del sentire politico trascenda il semplice ordinario “claim” turistico. Peccato che, sempre salvo mi sia imperdonabilmente sfuggito, non mi è parso di ravvisarlo. L’immagine del circolo locale del Pd di Soriano nel Cimino, sul proprio profilo Facebook, mostra nient’altro che un uscio chiuso, nient’altro che immagini, diciamo pure, anodine, politicamente “neutre”, proprie di ciò che Pasolini chiamava la “Dopostoria”. Per tale ragione sono andato a ritrovare il racconto pasoliniano di una di una domenica trascorsa, erano i primi anni Sessanta, in un cinema romano che prendeva nome “Splendid”, parole destinate a restituire un’emozione, sì, in questo caso, davvero politica, ma anche umana, rionale e insieme universale. Provo qui a riportarle, cara Elly, come invito alla riflessione, per lei, e per gli stessi iscritti al Pd della magica terra di Tuscia che, immagino, abbiano intatto bisogno di consapevolezza della storia e dell’alterità di chi ritiene che “i filosofi hanno interpretato il mondo, si tratta adesso di cambiarlo”. Lascio la parola a Pasolini, immaginandolo lì, ancora presente, la Torre sullo sfondo.
Eccole: “La luce di quella mattinata d’aprile o maggio, non ricordo bene: davanti al cinema Splendid o Splendore? o Smeraldo? Ed era uno di quelli dei tempi meravigliosi - e non lo sapevo - quando i mesi erano veri, lunghi mesi, in ogni mio atto. Una luce che gli uomini conoscono bene in primavera quando compaiono i primi - i più allegri, i più cari - dei loro figli con le maglie leggere, senza giacca; e per l’Aurelia Nuova se ne vanno chiotte e leggere - coi musi bassi con topi attratti dalla loro stupendi odori lontani - le Seicento delle famiglie borghesi di Roma, verso le prime merende sui prati, verso le aie con i recinti di canne e glicini, giù verso il nebbioso, maculato Appennino… Ed ecco laggiù qualcosa di rosso, di molto rosso, un altarino di rose, come quelli che allestiscono mani fedeli di donne vecchie, nei diseredati paesi umbri o friulani o abruzzesi. Un altarino goffo, ma suo modo festoso e quando fu vicino tra quelle rose rosse scorse il ritratto di un loro eroe; di un nostro eroe. La luce era là che illuminava rose e il ritratto, e le bandiere intorno, forse, affastellate, l’umilissima autorità popolare parentesi opera delle mogli degli iscritti alla sezione del Forte Boccea? O degli iscritti stessi, autisti o muratori, con le loro grosse mani intimidite ma ispirate in quell’opera di rose”. Adesso è tutto, almeno per chi, gentile Elly, saprà comprendere queste parole e lasci la Torre a chi, come Gabriele Gallinari, ne ha pieno diritto in nome di una mai abolita proprietà privata.