Parte tutto da lui, il terremoto degli ultimi giorni. Il commando lo chiama O'Nir, noi lo chiamiamo l'uomo con la katana, per quella foto a torso nudo e katana sguainata che è tutta un programma. È Gomes Clesio Tavares, camerunese, all'inizio indicato come cameriere del Cefalù, poi corretto in factotum di Valter Lavitola. Una vita turbolenta, prima è stato bodyguard dei cantanti neomelodici, Rita De Crescenzo, che ha detto di averlo ospitato pochi giorni prima dell'attentato, e Tony Colombo, ma viene anche indicato “come soggetto intraneo al Clan Russo di Nola con la specifica funzione di riscossione crediti mediante intimidazione e violenza”. A suo carico ci sono anche “precedenti di polizia in materia di stupefacenti”, e un arresto "nel 2012" per droga secondo quanto riportato da Il Giornale. Ed è proprio nel carcere di Secondigliano, nel 2015, che conosce Valter Lavitola. Nasce un'amicizia, questa volta non “fraterna” ma paterna, visto che l'ex direttore de L'Avanti! lo considera “come un figlio”. Un'amicizia che è un battito d'ali di farfalla che più di dieci anni dopo porterà gli inquirenti fino a dentro la casa del giornalista. Sarebbe Gomes, secondo gli investigatori, il centro di gravità della catena che ha portato dalle intercettazioni del quartetto a Valter Lavitola.
Clesio Tavares, padrino del figlio di uno dei quattro, Pellegrino D'Avino, avrebbe assoldato il commando per conto del suo capo. Sarebbe stata la sua (intestata al padre della compagna) la Renault Megane con cui sei giorni prima dell'attentato il gruppo avrebbe svolto un sopralluogo fuori dalla casa di Sigfrido Ranucci. Ma in particolare, a inchiodare lui e di conseguenza Valter Lavitola, ci sarebbe il supporto logistico offerto, in particolare quello legale. Scriveva a D'Avino: “Diglielo dopo a tuo padre (Antonio Passariello) che lo mandi da questo avvocato qua... parlate subito che se per caso dovesse succedere qualcosa, l'avvocato già sa come deve fare...per non farvi prendere nessun guaio”. L'avvocato in questione è Sergio Cola, principe del foro napoletano, che i carabinieri annotano come “storicamente legato alla difesa di esponenti di spicco della criminalità organizzata campana”, che per un avvocato, sia ben chiaro, vuol dire semplicemente essere molto bravo. Ma chi è l'avvocato Sergio Cola?
Chi è Sergio Cola?
Ottantatré anni, napoletano di San Giuseppe Vesuviano, la sua foto su Wikipedia trasuda Seconda Repubblica da tutti i pori: il completo color tortora, la cravatta a fantasia, il capello bianco ordinato e gli occhiali senza montatura. Sì perché ben prima di essere l'avvocato di Lavitola Cola è stato per tre legislature un deputato di Alleanza Nazionale, eletto la prima volta nel '94 quando il partito stava completando la sua metamorfosi post-fascista. Ci resta fino al 2006, passando per la Commissione Giustizia, la Giunta per le Autorizzazioni e la Commissione Stragi. Molti anni dopo, strana la vita, si ritroverà a difendere colui che Alleanza Nazionale ha contribuito a disintegrarlo con lo scoop della casa di Montecarlo di Gianfranco Fini.
E se il curriculum politico tende decisamente a destra, quello forense lo fa verso la camorra casalese. Difende per anni Michele Zagaria, “Capa storta”, boss dei Casalesi al 41 bis, finché il capoclan non lo licenzia pubblicamente in aula dicendo di non avere più soldi. Ottiene nel 2018 quello che i giornali locali chiamano un “miracolo giudiziario”: l'annullamento in Cassazione della condanna del boss Francesco Gallo, “Francuccio 'o Pisiello”. Nel 2014 il pentito Antonio Iovine lo tira in ballo, insieme a un giudice, per un giro di processi “aggiustati”, lui querela, nega e il tempo gli da ragione. Poi, negli ultimi anni, ha difeso anche Tony Colombo, di cui Gomes Tavares era stato secondo il Corriere guardia del corpo, e Tina Rispoli nel processo che li assolve dalle accuse legate al clan Di Lauro. Ed oggi eccolo rispuntare di fianco all'esuberante Lavitola. Esuberante davanti alle telecamere e meno davanti ai magistrati, tanto da indurre lo stesso avvocato Cola a fermarlo: “Ho indirizzato una mail a Lavitola spiegando con garbo che se mi fossi imbattuto in un'altra intervista allora avrei rinunciato al mandato. Mica sono cose con cui scherzare. C'è un'inchiesta della Procura”. Di Lavitola, però, Cola non è affatto lo storico difensore. Negli anni delle sue battaglie più celebri a difenderlo erano altri: Gaetano Balice, poi Marianna Febbraio e Amedeo Barletta, poi ancora Maurizio Paniz e Antonio Cirillo. Ma per questa strana storia a metà tra Roma e la Campania serviva lui. D'Avino al padre, preoccupato a quanto pare per la parcella, lo rassicurava, Cola sarebbe stato pagato “da quelli là, di Napoli... Questo è l'avvocato loro”. Ma quelli chi? Intanto allo studio dell'avvocato Cola, dice lui, non si è presentato nessuno. Peccato, risponde sornione, sarebbe stato ben contento di avere un altro cliente.