Sul cellulare un messaggio di Paolo Mieli, acuto e disincantato osservatore dell’affaire dell’estate, dove si affacciano benedicenti i volti di Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci. E lo stesso Mieli, cliente appassionato del “bistrot di pesce” del già "attenzionato" Lavitola: “Meriterebbe un film, il tutto”. Verissimo, e, pensandoci bene, facendo attenzione alla matassa inestricabile dell’intera faccenda, parafrasando Carlo Emilio Gadda, la pellicola potrebbe opportunamente intitolarsi “Quer pasticciaccio brutto de viale dei Quattro Venti”. Siamo, appunto, a Roma, nell’Urbe residenziale, più segnatamente nella contea di Monteverde Vecchio, lo stesso edificio dove, negli anni Cinquanta, aveva sede il “Centro stampa e propaganda” del Partito comunista italiano, residenza di Pietro Secchia dopo la sua Caduta, dovuta al cosiddetto “caso Seniga”, ed è proprio lì, al civico 51, che adesso ha luogo il ristorante “Cefalù”, meglio, “bistrot di pesce” che vede titolare l'inenarrabile Valter Lavitola, assoluto protagonista del caso politico-criminale, di più, l’Hellzapoppin' giudiziario dell’estate. Faccio fatica a ricordare chi me ne abbia per la prima volta parlato, sussurrando a mezza voce le generalità del proprietario dalle “carte macchiate”, così almeno in Sicilia sono indicate certe tribolate esistenze che hanno conosciuto perfino gli schiavettoni e la traduzione in carcere – “Lo sapevi che è Valter Lavitola il proprietario del ristorante che hanno appena aperto? Però si mangia bene…” – forse un’amica, alto funzionario di Palazzo dei Marescialli, dov’è il Consiglio superiore della magistratura, o magari Marta, avvocato infine pentito. Miracoli e prodigi di un quartiere impropriamente associato a Nanni Moretti, a una presunta sostanza antropologica “radical chic”, semmai nido di un ceto in tutto medio più una nutrita prersenza di ebrei, l’amicizia con il “gringo” campano Valter è deflagrata nel migliore dei modi in pochi giorni, accompagnata, sia detto, da un ampio fritto di calamari e moscardini, talvolta anche grazie a un “fuori menu”: un’amatriciana preparata dal cuoco soltanto per il “principale” e il suo ospite, davanti allo sguardo dolente degli altri clienti esclusi dal trionfo di gola. Quanto invece al primo sentore di illegalità perpetrata dall’esercente, si tratta della neonata, presente nella lista degli antipasti. Personalmente, ho sempre rilevato ad alta voce che si tratta di cibo sconsigliato a chi non voglia incorrere nelle sanzioni penali, del tutto inascoltata però questa mia denuncia. Giorno dopo giorno, pranzo dopo pranzo, cena dopo cena, “Cefalù” è presto diventato il luogo abituale da frequentare con un amico, Bobo Craxi, ed è forse nata proprio tra i suoi tavoli l’idea di realizzare un nostro pamphlet, “Gauche caviar – come salvare il socialismo con l’ironia”, pubblicato da Baldini+Castoldi, e infine presentato nella piazzetta davanti all’Hotel “Raphaël” con il già citato Paolo Mieli; la bandiera rossa della Comune di Parigi del 1871 come complemento d’arredo memoriale giù dal tavolo. Con lo stesso titolo, con Bobo, avevano comunque iniziato a deliziarci su Teledurruti, mio canale Youtube.
Ma forse sto scantonando… dicevo appunto di Lavitola, di più, del caso che lo inquadra adesso addirittura accusato di strage: colpa o merito di una bomba piazzata mesi addietro sotto casa di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, cittadina industriale sulla strada che raggiunge infine l’Agro Redento dalle paludi. Qui però la matassa subito si ingarbuglia. Chi può aver davvero piazzato l’esplosivo per attentare alla vita di Sigfrido Ranucci, autore e conduttore di “Report”? Gli esecutori, presto intercettati e assicurati alla giustizia, assomigliano ai “soliti ignoti”, così come appaiono in un poster che a Roma c’è modo di trovare in quasi tutte le pizzerie “al taglio” o anche “a portar via”, da Peppe er Pantera a Capannelle. Cosa incredibile o magari solo inenarrabile accade però che a un certo punto della matassa, proprio il Lavitola sia stato indicato come "mandante" del misfatto, immagine paradossale assodato e controfirmato che Valter e Sigfrido non hanno fatto mai mistero della loro amicizia, comprovata anche fotograficamente…. Nella nostra storia però appare un'altra presenza, sorta di presunto anello di congiunzione tra i “soliti ignoti” e l’ipotetico mandante, un Maciste, un Ursus di colore, corpulento, alto, definito sulla stampa come “factotum” di Lavitola, si tratta di Gomes Clesio Tavares, sorta di El Negro Zumbón. Costui, proprio El Negro Zumbón Gomes della matassa, al momento si trova però in Camerun e non c’è modo o volontà che torni nell’Urbe per testimoniare. C’è invece modo e tempo per ogni altri tipo di ipotesi, anche le più suggestive, se non illazioni, le più paradossali e lunari: sarebbe stato addirittura Lavitola a escogitare “l’idea-regalo” della bomba, addirittura come “dono d’amore” all’amico Sigfrido, nella prospettiva che questi, il Ranucci, diventi la vera punta di diamante di un “campo larghissimo”, sorta di Juan Domingo Perón destinato a sbaragliare ogni possibile concorrenza sovranista e populista alle prossime elezioni, così da segreto sondaggio richiesto da Lavitola a un interlocutore fuori dagli angusti confini italiani.
Che Lavitola e Sigfrido siano davvero amici, ripeto, non v’è dubbio: chiunque ha avuto modo di scorgerli a cena o a pranzo più volte proprio da “Cefalù”, anche solo sbirciando dalle vetrine; qualcuno ipotizza perfino che Lavitola, nel suo ruolo di eminenza grigia, possa perfino suggerire di volta in volta a Ranucci quali inchieste mandare in onda e quali invece cassare; anche in questo caso si tratta di illazioni, impossibile comprendere infatti per quali ragioni e titoli Lavitola, forte di un pedigree criminale ampiamente riconosciuto, sorta di “furfante” matricolato, con un carico penale non indifferente che lo ha visto già in carcere per un numero di anni superiore al 5, dovrebbe andare a cacciarsi nuovamente in un guaio simile. Altrettanto però non meno plausibile che Lavitola, nella sua acclarata mitomania, possa davvero avere immaginato, grazie al già menzionato sondaggio commissionato in altro continente, di proporre a Ranucci di diventare “la” figura apicale segnatamente sotto le bandiere dell’Internazionale socialista, l’eroe delle prossime urne del centro-sinistra. Sicura risposta vincente e garantita per frenare la deriva plebiscitaria populista; siero e antidoto per contenere anche ogni genere di Vannacci. Peccato che l’ipotesi non regga. Nel frattempo Lavitola, intervistato dal Corsera, in risposta alle preoccupazioni di un Sigfrido pronto a dissociarsi dalla stretta amicale, assume un tono dolente e orgoglioso: “Ranucci mi offende ma era ed è il mio migliore amico. Sono dispiaciuto che Sigfrido possa aver pensato che abbia organizzato l'attentato. E mi addolora che abbia usato la malattia di mio figlio per raccontare come ci siamo conosciuti”. Quanto all’ipotesi che si tratti davvero del mandante dell’attentato “per lanciarlo in politica”: “Ma per favore, saremmo stati due deficienti”.
Valter tuttavia mostra fiducia nelle indagini, restando “convinto che tanto il nucleo investigativo tanto la procura siano di un livello top. Per un certo verso questo mi tranquillizza, per un altro mi preoccupa assai”. Poi, in un momento di riflessione ulteriore, quasi “religiosa”, aggiunge: “Non vorrei che il Signore, visto che sono cattolico, mi stesse facendo pagare quello che feci a Gianfranco Fini con la casa di Montecarlo. Quando costruii su un documento falso, legando fatti veri, un documento che fu impossibile da smentire perché nel frattempo lo stato caraibico di Saint Lucia era intervenuto, su mia spinta, con delle informative sulla casa di Montecarlo rendendo tutto impossibile da smentire”.
Il quartiere di Monteverde Vecchio, intanto, da via Giacinto Carini a piazza Rosolino Pilo, tutti comprovati eroi risorgimentali, trattiene il fiato e almanacca, in attesa degli sviluppi. Ignorando l’animus capitolino, nel frattempo, Massimo Gramellini verga un commento per affermare che chiunque riterrebbe sconveniente vantare amicizia con il risaputo manigoldo Valter Lavitola e perfino recarsi da cliente nel suo bistrot. Gramellini, piemontese, è però inadatto, inabile a comprendere fino in fondo il piacere per la promiscuità, diciamo pure, “condominiale” propria della realtà romana dove, come suggeriva il Saggio, “è impossibile fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”. Nel frattempo Gomez, l’Ursus, El Negro Zumbón del film suggerito da Paolo Mieli, resta in Camerun e sul capo del malcapitato Lavitola grava intatta l’imputazione per strage, “roba da ergastolo”, commenta. Sempre nel medesimo frangente, Lavitola, colpa dello stress, nota un herpes sul mento, nonostante il cerotto protettivo l’uomo continua a tormentarsi con le dita.
Nel “pasticciaccio de viale dei Quattro Venti” compare presto una centuria di fantasmi in ordine sparso: massoneria, servizi segreti, più o meno infidi e deviati, prelati discutibili e molta altra fauna oscura ancora. Resta che ogni ipotesi avanzata per sbrogliare la matassa resta comunque “lunare”, improbabile, un po’ come l’interrogativo sugli inventori delle barzellette: nessuno sa chi davvero le escogiti, si narra di creature che hanno molto tempo a disposizione, quindi forse i carcerati o addirittura i marziani. Lo stesso ragionamento vale nel nostro caso: chi più davvero avere avuto l’idea malsana di piazzare una carica esplosiva sotto il domicilio del conduttore di “Report”? Una bomba, ripeto, descritta addirittura come “amorevole dono” da parte di un Lavitola verso l’amico caro Sigfrido Ranucci, così da fare supporre perfino un’inclinazione omosessuale da parte di colui che d’abitudine viene bollato come “l’ex faccendiere di Silvio Berlusconi”, lo stesso individuo che a suo tempo, da direttore, avrebbe traghettato “l’Avanti”, gloriosa testata del socialismo italiano, nella borgata di Forza Italia. Lavitola ovvero colui, e anche questo si è detto, che seppe svelare la vicenda della casa di Fini a Montecarlo finita nelle pertinenze di un cognato, Giancarlo Tulliani, una storia che, pensando al povero Gianfranco, suggerisce la trama degna del dramma di Manon Lescaut e dello sventurato, perdutamente innamorato, cavaliere de Grieux. Peccato che Paolo Sorrentino non abbia inserito il personaggio Lavitola né in “Loro 1” né tantomeno in “Loro 2”, il film che ha inizio con una scopata “a pecorina”, dove la donna mostra tatuato proprio il volto di Berlusconi sul gluteo destro.
Al momento, volendo osservare “l’affaire” in tutte le sue cento teste, resta sospeso il ritorno sulla scena di Gomes, garantito Negro Zumbón, da immaginare in Camerun alle prese con i capi tribù. Di lui Lavitola dice “per me come un figlio”. Sì, che ricordiamo di averlo visto Gomes Negro Zumbón a pranzo da “Cefalù”, un omone gigantesco, la stessa taglia di Mike Tyson, tanto che si fa fatica a immaginarlo cullato da Lavitola. Più o meno nelle stesse giornate in cui Sigfrido Ranucci venne fotografato lì a cena con Valter da Aldo Torchiaro, uno scatto finito sul “Riformista” allora diretto da Matteo Renzi, un’immagine che in queste giornate è riapparsa puntualmente così da suggerire il bistrot di pesce “Cefalù” come un crocevia dove c’è modo di incontrare ogni genere di personaggi oscuri: dall’ex capo della CIA all’ormai compianto ex abate di Montecassino, Don Pietro Vittorelli. Opportunamente Paolo Mieli mi suggeriva che da questa storia si potrebbe trarre un film, con un trattamento e una sceneggiatura accidentati, magari sormontati da un ciclopico punto interrogativo. Perfino il “Gambero Rosso” si è intanto premurato di inviare una sua firma per recensire il menù di Valter: “Lo spaghetto alle vongole non è memorabile. Nonostante la porzione generosa, il mollusco era stracotto; meglio il sauté di cozze, franco, sapido e anche questo abbondante”. E ancora, con sentire civile e civico, l’inviata racconta “con un certo stupore le frittelle di neonata, la cui pesca però è vietata. Ipotizziamo che siano rossetti. Non chiediamo”. Chiarito che Lavitola ha in sé qualcosa del mitomane ogni scenario appare plausibile insieme al suo contrario, dal sondaggio che vedrebbe Sigfrido Ranucci surclassare in termini di consensi ogni possibile Schlein e probabilmente anche lo stesso avvocato Conte all’idea del bistrot come “ombelico del mondo” politico odierno. Qualcuno fa notare che la politica è un “virus dal quale non si guarisce”. Infatti Lavitola potrebbe davvero aver immaginato, come si legge, “Ranucci a Palazzo Chigi con sé stesso nel ruolo di un nuovo Gianni Letta”. Chi non conosce Lavitola, ovviamente se lo figura come semplice “malfattore”, chi invece gli è amico, come il sottoscritto, non può fare a meno di raggiungerlo quasi tutti i giorni per chiacchierare del più e del meno davanti ad una “matriciana di mare”, possibilmente tonnarelli. Inutile dire che “l’ex faccendiere di Berlusconi” proverà a farti ordinare la neonata e non c’è modo di convincerlo che sia cibo fuorilegge, e forse questo è l’unico vero crimine che appare nella nostra storia.
Intervistato dal Tg1 Lavitola in una location silvana del quartiere, un vivaio nei pressi di Piazza Rosolino Pilo, si dice molto rammaricato che l’amico Sigfrido abbia anche lontanamente ipotizzato che possa essere stato lui a decidere di mettere la bomba sotto la casa di Pomezia, e anche questo, cominciando dal tono screziato d’amarezza, sembra suggerire una sorta di romanzo sentimentale, e anche ovviamente giudiziario. Dimenticavo, nel film dovranno figurare anche Patty Pravo e Pupo, da me portati lì rispettivamente a cena e a pranzo. Sui titoli di coda mi torna in mente “Porcile” di Pier Paolo Pasolini, dopo che i maiali hanno divorato ogni cosa, e neppure un bottone è rimasto, il testimone dello scempio fa il suono del silenzio accostando verticalmente il dito medio sulla bocca, un modo per chiedere il silenzio che copre ogni possibile verità, ogni opportuna possibile chiarezza su una matassa, un “pasticciaccio”, appunto.