C’è tutta una stampa, quella più di destra, che Ranucci lo vorrebbe morto e crocifisso. Un’altra, quella più a sinistra, che in quanto crocifisso lo descrive come il Gesù Cristo del giornalismo italiano, custode divino di ciò che è moralmente giusto e di quel che non lo è. Ma la verità è che, come al solito, è tutto sbagliato. Perché la verità sta nel mezzo e generalmente fa schifo, non piace ai bacchettoni che vivono nel mondo delle favole e che vedono tutto o nero o bianco. Il giornalista è un uomo che di mestiere rimesta nel torbido, che si muove in equilibrio sul crinale. Quello che fa le inchieste, quelle vere, parla con tutti, dal criminale al poliziotto corrotto fino al pentito, dal più santo dei preti e dei politici corrotti, al più schifoso agente segreto. Dietro l’apparenza di immacolato paladino della giustizia c’è sempre un uomo con un certo pelo sullo stomaco e savoir faire con il sesso femminile – un po’ alla 007 – che lo rende ancora più inviso ai suoi aguzzini per una ragione di natura. Il giornalista ha le sue fonti, i suoi metodi, il suo passato di segugio e di certo non viene a raccontarti la storiella della buona notte. L’attuale direttore di Report dietro a quella voce sottile, quella erre moscia, quel sorrisetto e la barba sfatta a cui nessuno darebbe un soldo, nasconde in verità un personaggio che per certi versi è una sorta di James Bond che tutti vorrebbero morto, fuori dalla Rai, licenziato, ridotto al silenzio e per cui, inaspettatamente, le donne provano una fascinazione irresistibile. Si vocifera, infatti, che Sigfrido Ranucci sia un discreto tombeur de femmes, ma ecco. Ridurlo a questo non fa onore alla sua storia di veterano del giornalismo. Da quasi quarant’anni a denti stretti, l’aspetto fisico e la capigliatura trascurati fa un mestiere infame senza guardare in faccia a nessuno e come un liquido prende la forma del contenitore-fonte che deve sondare per estrarne le notizie grezze, tendenzialmente grossi grumi purulenti e maleodoranti da vivisezionare e rendere appetibili ai telespettatori, gente assetata di sesso, soldi, sangue e uno schizzo di merda. Il caso del fosforo bianco a Fallujah ne è un esempio enorme. Uno scoop mondiale che portò a far mea culpa gli Stati Uniti stessi per aver commesso crimini di guerra sui civili in Iraq. Il giornalista perché serva a qualcosa, tendenzialmente, racconta lo schifo, trascura la famiglia per rincorrere quella verità che fa schifo e magari in rubrica ha numeri di boss della mala, politici corrotti, spacciatori, puttane, amanti, massoni, ex galeotti. Vedi Mino Pecorelli, che oltre ad essere un bravissimo giornalista era un farabutto, un cinico e un uomo potente al servizio della verità. Per i troppi segreti che sapeva qualcuno gli ha dovuto sparare in faccia, in bocca, quella bocca da chiudere, medaglia suprema dell’Icaro che è e sarà sempre il giornalista. Tornando alle rubriche con numeri scomodi… tutto fa brodo e non si sa mai, le notizie arrivano dai luoghi più inaspettati, ma la gente comune non lo capirà mai perché è “programmata” per puntare il dito. E il bello è che, poi, il giornalista non è molto diverso, ma non è che punta il dito. Ti aiuta a puntarlo, a prendere la mira. Sigfrido Ranucci ne è forse l’esempio più chiaro. Radice quadrata di un Pm, privo di tutele e di strumenti, che gode però della libertà del diritto di cronaca e che a volte con le sue scoperte ai pm e non solo qualche imbeccata l’ha data, poi ne parleremo, ma gli ha pure fatto ritrovare miliardi nascosti, come ad esempio la Pinacoteca di Tanzi nel caso del crac di Parlamalat. Un po’ come i poliziotti, per essere dei buoni agenti, i giornalisti devono pensare come i delinquenti per poterli stanare, devono sedurre, mantenere contatti e relazioni. Il caso della famosa “lobby gay” Tommaso Cerno l’ha tirato fuori ai danni di Ranucci da una chat di Maria Rosaria Boccia con Ranucci, suo amico. Chatti con l’ex amante dell’ex ministro Sangiuliano? E allora sei un seduttore – che male ci sia poi, boh – un manipolatore e un fedifrago. Sarà pure voyeurismo del presente, come avrebbe detto Stevenson, ma è tutto un grande romanzo.
Quella gente insospettabile che si attovaglia al ristorante di pesce Cefalù, a Roma, perché ha da raccontare una storia, magari una storia spinosa che deve emergere per qualche interesse a noi sconosciuto, e il suo proprietario lo sa. Valter Lavitola, attualmente indagato come presunto mandante è una delle tante scatole nere del paese Italia. Rifondatore dell’Avanti, il giornale socialista partorito da Mussolini, condannato per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi è colui che però tira pure fuori lo scandalo della casa di Gianfranco Fini tramite i suoi contatti nell’isola di Santa Lucia. Viene poi condannato in primo grado e infine assolto per l’accusa di compravendita di senatori con Silvio Berlusconi nel 2015. Non proprio uno stinco di santo, ma di certo un uomo che in carcere preferirebbe non tornarci e una fonte pregiatissima per Ranucci e che ora, con l’accusa di mandante, verrà necessariamente rivoltata come un calzino dai Pm che mettono le mani su un vero e proprio scrigno di Pandora che va tenuto chiuso. Gestiva il suo locale, Lavitola, insieme a Monsignor Giovanni Fusco, l’assistente del segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, con cui viene “pizzicato” in tempi non sospetti dal Riformista proprio Sigfrido Ranucci, amico di Lavitola e oggi: uomo nel mirino. Il nemico pubblico da abbattere, da sputtanare in tutti i modi possibili, l’uomo scomodo da fiaccare con tutti i mezzi a disposizione, da distruggere, da pestare in gruppo come i maranza, come le iene che ridono in branco mentre accerchiano la preda rimasta sola. L’uomo dalle mille fonti va compromesso e disinnescato con tutti i mezzi a disposizione. La vicenda della nota fantasma comparsa nel fascicolo di denuncia per accesso abusivo a sistema informatico depositato in Procura a Milano dal consulente di Report Giangaetano Bellavia a Milano nessuno sa ancora da dove provenga. Certo è che è venuta fuori poco dopo l’inchiesta di Report sulla strage di Capaci e i legami tra l’eversionismo di destra, servizi segreti, pezzi dello stato e Cosa Nostra. Il cavallo di battaglia che fa di Ranucci un uomo scomodo da più da venticinque anni da parte dello stato profondo italiano.
Ma ecco, Capaci è solo uno degli ultimi passaggi della storia di Ranucci che inizia nel 1989 dalla cronaca del Tg3 e arriva alla preziosa e quasi fatale medaglia all’onore, la bomba sotto casa sua a fine 2025. E’ il Valzer dei Veleni che apre quel cerchio che ancora non si è chiuso. Ranucci dal 1999 è inviato speciale della Rai e quelle piste sporche che dal Veneto portano a Caserta – e che oggi ritornano nell’inchiesta del cantiere di Rovigo – le conosce molto bene, le ha percorse in tutti i sensi più e più volte, tra rifiuti tossici e scorie radioattive, business prelibato per quei faccendieri a cavallo tra servizi segreti e organizzazioni criminali che in qualche modo dovranno pur arricchirsi. Dimentichiamo, poi che tra 2001 e 2003 Ranucci è il reporter di guerra che tira fuori una serie di scoop pesantissimi sull’effetto devastante che le munizioni all’ uranio impoverito utilizzate nelle guerre dei Balcani e in Iraq hanno inflitto sulla salute dei militari italiani e non sol. Testimonianze su testimonianze di militari, medici e documenti militari che lo hanno portato a vincere premi anche internazionali e dare una grossa mano alle commissioni d’inchiesta parlamentare sul tema. Poi ecco, il principio di quell’odio da parte di una certa destra nei confronti di Sigfrido Ranucci parte da un lontanissimo “peccato originale”. 2001 non è solo le Torri Gemelle, dove Ranucci è inviato, ma pure quell’anno marchiato dalla pubblicazione di un’intervista a Paolo Borsellino registrata poche ore prima della strage di Capaci e nella quale, il giudice che di lì a poco salterà in aria insieme a tutta l’autostrada e alla scorta, parlava esplicitamente dei rapporti tra Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi.
Il salto di qualità vero, però, Ranucci lo fa insieme a Maurizio Torrealta, con “Fallujah: la strage nascosta”, che nel novembre del 2005 documenta su Rai News 24 in modo dettagliato l’utilizzo del fosforo bianco sui civili da parte degli Stati Uniti in Iraq. Il servizio fa il giro del mondo, viene ripresa dal New York Times, da Al Jazeera e da tutti i quotidiani mondiali mettendo in grosso imbarazzo il Presidente degli Stati Uniti George Bush. Gli Usa stessi saranno costretti ad ammettere di aver commesso crimini di guerra. A questo punto Ranucci entra a Report come autore per Milena Gabanelli e tira fuori inchieste pesantissime una dopo l’altra. Nel 2010 individua la Pinacoteca nascosta di Calisto Tanzi nell’inchiesta sul crac di Parmalat da 14 miliardi di euro, dove Tanzi nascondeva una enorme collezione di opere d’arte e che, in seguito al servizio di Ranucci, viene sequestrata dalle forze dell’ordine. Il suo libro “il patto: da Ciancimino a Dell’Utri” è letteralmente un best seller e scatena un pandemonio nell’arena politica consacrando il suo cavallo di battaglia alle cronache, ovvero i rapporti tra i servizi segreti, pezzi dello stato, destra eversiva e mafia negli anni delle stragi del 1992 e 1993. Ma non basta, perché Ranucci ne ha pure per Mps nel 2013, quando muore David Rossi, con “Le mani del PdL sul Monte dei Paschi?”. Da cinque anni era iniziato lo scontro sotterraneo, poi, con l’agente segreto del Sismi Marco Mancini, invischiato nella vicenda Telecom-Sismi che nel 2007 Report approfondisce in “Telecom debiti e spie”. Dunque ben prima della foto all’autogrill di Fano con Matteo Renzi e una scatola di “babbi”. Stare qui a citare tutti le inchieste di Ranucci autore e poi di quelle tirate fuori dai suoi giornalisti, una volta preso il posto di Milena Gabanelli alla direzione di Report è troppo complicato e, d’altronde, pure lui stesso, scampato alla bomba installata nella sua auto, si sarà domandato quale degli infiniti dossier finiti sul suo palmo, dovesse essere la causa dell’attentato. Ci è voluta l’ennesima lettera anonima alla Procura di Roma per indicare la pista del Cantiere di Rovigo, poi una “smentita” per email con oggetto “Regalo di Pasqua”, in data 6 aprile 2026 che puntava il dito contro il clan Moccia: depistaggio utile ad escludere la pista della camorra. Non il primo depistaggio, d’altronde, con il messaggio anonimo al quotidiano fondato dall’ingegner De Benedetti, il Domani, che indicava la pista albanese – articoli dell’esperto Nello Trocchia – e che oggi parla del sondaggio di Lavitola per lanciare Ranucci come leader del Campo Largo con tanto di documenti esclusivi preparati da Lavitola. C’è una corrente magmatica che nel sottosuolo si sta muovendo impetuosa in questi giorni e in superficie, infatti, il mare è parecchio in burrasca. C’è fracasso, baccano vero e fibrillazione, perché c’è un uomo da abbattere. Si chiama Sigfrido Ranucci e con quel suo sorrisetto mefistofelico, la camicia da stirare e i capelli un po’ zozzi, è il nemico pubblico numero uno. Disinnescato, sarà, Ranucci, quando se ne potrà parlare come un eroe, magari al pari di Pecorelli, Falcone, Borsellino e perché no, pure Piersanti Mattarella.