Il mistero dell'estate, questo è diventato il caso dell'attentato sotto casa di Sigfrido Ranucci. Gli ingredienti per il cold case perfetto ci sono tutti: c'è l'antieroe Ranucci, c'è l'amico-traditore Lavitola, c'è la bomba, i comprimari che la piazzano, quattro nomi da cronaca nera minore. Soprattutto c'è una grande polarizzazione, le tifoserie schierate, e ci sono tante, tantissime domande che rimangono senza risposta. La più importante, quella sull'ormai famoso “Corrado”, il mister X della storia, inquadrato in penombra e di spalle, che manovra i fili da lontano. E la strada per arrivare fin qui, per gli inquirenti, è stata piuttosto tortuosa. Sarà per i numerosi nemici che può vantare Ranucci, sarà per i contorni grigi e sfumati di molti dei personaggi coinvolti. Sono state vagliate molte piste prima di giungere a Valter Lavitola, sono stati sondati i terreni, i servizi di Report, le varie “mafie”. Per completezza certo, ma anche per una serie di lettere anonime che fin dall'inizio hanno indirizzato gli inquirenti verso una o l'altra strada. Tutte divergenti dall'identità di Lavitola. Ora, analizzando queste lettere in un quadro più completo, la domanda sorge spontanea: possiamo iniziare a parlare di depistaggi?
Andiamo con ordine. Il 16 ottobre 2025, fuori casa di Sigfrido Ranucci, esplode un ordigno che distrugge la sua automobile e quella di sua figlia. La Procura apre subito le indagini e, appena 20 ore dopo, alla Direzione investigativa antimafia arriva una prima mail, spedita da un indirizzo criptato: “Il mandante dell'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci è il potentissimo narcotrafficante albanese e assassino molto pericoloso…”, parla di Artur Shehu, imprenditore sospettato di essere uno dei capi della mafia albanese. La lettera, poi resa pubblica dal Domani, è dettagliatissima, fa nomi, cognomi, soprannomi e ruoli nell'organigramma della criminalità organizzata albanese. L'autore si descrive come un ex procuratore di una nota città albanese, vittima in passato di intimidazioni dallo stesso clan con ordigni della stessa fattura. “L'attentato a Ranucci è anche un messaggio per tutti i giornalisti investigativi italiani che hanno fatto indagini su Shehu”, dice riferendosi allo giornalista del Domani Nello Trocchia. Il movente ipotizzato è la puntata di Report “(Hot) Spot Albanese”, andata in onda il 21 aprile 2024 sui centri per migranti in Albania. Ma, con il passare delle settimane la pista si sgonfia, gli inquirenti non trovano riscontri e si passa ad altro.
Altra pista, altra lettera anonima. Questa volta non arriva alla procura ma è l'unica che arriva alla redazione di Report, a novembre 2025, pochi giorni prima della messa in onda del servizio “Battaglia navale” e circa un mese dopo l'attentato. La missiva, anonima ma estremamente dettagliata anche questa, indica come possibile movente proprio quell'inchiesta, dedicata al cantiere navale Vittoria di Adria e a un presunto traffico d'armi gestito, secondo la lettera, dalla camorra. Il testo fa anche il nome di una figura chiave: “un deputato” della provincia di Caserta, collegato a famiglie camorristiche, che avrebbe fatto da “tramite tra gli esecutori e i mandanti” — questi ultimi individuati nel clan dei casalesi.
Il deputato in questione viene indicato in Gimmi Cangiano, parlamentare di Fratelli d'Italia il cui “feudo elettorale” è proprio San Marcellino, comune del casertano. Il collegamento emerge da una catena di relazioni economico-politiche ricostruita poi da Report nella puntata del 19 aprile 2026: la rete Het, riconducibile a Roberto Cavazzana (proprietario dei Cantieri Vittoria), avrebbe versato 3,3 milioni di euro alla società Pev, con sede a San Marcellino e di proprietà di Enrico Petrarca, politico locale sostenuto da Cangiano e parente diretto di Mario Coscione detto “'o Russo”, uomo vicino secondo gli inquirenti al boss Carmine Zagaria e figura di fiducia dei casalesi. Considerati i dettagli e il fatto che sia giunta alla redazione di Report prima della messa in onda del servizio, è improbabile che la lettera sia opera di un mitomane; è molto più verosimile che l'autore sia qualcuno già a conoscenza della questione del cantiere Vittoria.
Le indagini si concentrano così sottotraccia su camorra e casalesi, mentre giornali e opinionisti continuano a brancolare nel buio. Fino a quando, il 30 marzo 2026, Massimo Giletti a Lo Stato delle Cose dà una svolta decisiva: “Si è parlato di una Panda nera, si è parlato di plastico: né uno né l'altro” dice. “La macchina usata dagli attentatori non è una Panda nera, l'esplosivo probabilmente è preso da una cava, e non era plastico. Ma la notizia importante che daremo stasera è che gli autori dell'attentato appartengono alla camorra, sono arrivati dalla Campania, non hanno usato una Panda nera ma un altro mezzo, e sono tornati in Campania dopo aver effettuato l'attentato”.
La notizia esplode. Gli esecutori si sentono messi alle strette, perdono lucidità e cominciano a parlare al telefono, senza sapere che gli inquirenti sono già da tempo sulle loro tracce. Il 24 marzo Antonio Passariello, membro del commando, chiede a Davide Netti, camorrista di livello appena uscito dal carcere, di cercare la notizia su Google: “Hai visto il fatto di Ranucci?”. Interviene anche Luca Amato, oggi indagato a piede libero: “Un piacere”, dice, e Passariello pronuncia una frase che gli investigatori considereranno centrale: “Una mano lava l'altra e due lavano la faccia”. Poco dopo precisa di non fare mai “regali”, perché quel tipo di lavori si esegue solo su commissione. La prova, secondo gli inquirenti, che la bomba non è stata un'iniziativa autonoma del gruppo, ma un incarico ricevuto da qualcun altro. Poi, guardando alla televisione il programma di Giletti, D'Avino, un altro membro del gruppo, parla dei dettagli dell'auto usata per l'attentato: “Auto nera… e quella mica era nera?”. Poi si rivolge alla fidanzata Marika De Filippis: “Che colore era? Marika, la 500… quando siamo andati a fare il fatto!”.
Netti, però, fiuta il pericolo. Teme che seguendo la pista Ranucci gli inquirenti finiscano per ficcare il naso nei loro affari. Così, alle 00:28 del 6 aprile, invia una mail alla Procura da un indirizzo criptato: “Vi do una mano a prendere quel deficiente che ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci. Ranucci a noi non ha fatto niente e questi sono guai che non vogliamo. Me lo vendo perché ha lavorato per il clan Moccia senza avvisare i compagni”.
Grazie a quella mail gli inquirenti chiudono il cerchio attorno al commando. Emerge la logistica dell'attentato: sei giorni di sopralluoghi, una Fiat 500X noleggiata a Baiano e individuata sulla via Pontina, Passariello e Mutone che materialmente piazzano l'ordigno, D'Avino incaricato di procurarlo. Il 30 giugno scattano le misure cautelari. Ed emerge un dettaglio oggi cruciale, nelle intercettazioni il gruppo fa riferimento più volte alla necessità che gli inquirenti non risalgano a un misterioso “Corrado”.
Pochi giorni dopo, il colpo di scena: il mandante viene individuato in Valter Lavitola. Un ribaltamento totale, niente camorra, niente nemici, nessuna inchiesta scomoda, un amico, con cui Ranucci andava a cena almeno ogni due settimane.
Qui i fatti finiscono, e cominciano le domande. Lavitola resta presunto innocente fino a prova contraria, ma ora il grande punto interrogativo si sposta sul movente: perché avrebbe dovuto colpire un amico? Perché intimidirlo? Per proteggerlo da qualcos'altro, come lascia intendere lo stesso Ranucci ipotizzando un “gesto trasversale”?
E alla luce di questa svolta, viene naturale rileggere sotto una luce diversa gli episodi precedenti. Se davvero Lavitola è il mandante, le lettere anonime — quella sulla mafia albanese, quella sui casalesi e i Cantieri Vittoria — potrebbero essere state dei tentativi di depistaggio? un modo per guadagnare tempo e indirizzare l'attenzione della Procura altrove? Il factotum di Lavitola Gomes Clesio Tavares è già partito per il Camerun, e secondo le intercettazioni anche il gruppo di esecutori avrebbe ricevuto, tramite l'intermediario del mandante, un'offerta per allontanarsi temporaneamente dall'Italia: un soggiorno di 10-15 giorni in Spagna, Austria o Francia, con 200 euro al giorno su una carta ricaricabile, per poi fare ritorno una volta calmate le acque. Un'offerta che gli esecutori hanno letto come sospetta, un modo per farli sparire durante il rientro, e che hanno preferito rifiutare, fidandosi più della tutela legale garantita da un eventuale arresto che di una fuga controllata da altri.
Le lettere arrivano con precisione millimetrica. La pista albanese sposta subito l'attenzione, tiene occupati gli inquirenti per i primissimi giorni. Poi quella del cantiere Vittoria, più credibile e in parte aderente alla realtà, tiene l'attenzione bloccata per mesi.
Nessuna fonte giudiziaria o giornalistica conferma, a oggi, che le lettere siano un'operazione di depistaggio orchestrata da Lavitola o dal suo entourage. Ma, se le responsabilità dell'ex direttore de L'Avanti! venissero confermate, potrebbe dare ulteriori chiavi di lettura, soprattutto sull'identità del misterioso Corrado. Perché è chiaro che, dietro un eventuale depistaggio, ci sia sempre lui, l'uomo che non ha ancora un volto ma che è già il protagonista di questa storia.