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8 ottobre 2026

Come la stampa parla della stampa quando sotto inchiesta è la stampa? Ragionamenti su Unipegaso e i maggiori quotidiani italiani su cui indaga la procura di Napoli (MOW escluso)

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

8 ottobre 2026

Come le mani di Escher, la stampa italiana è costretta a raccontare sé stessa: l’inchiesta UniPegaso di Woodcock ipotizza pressioni e pubblicità per condizionare le notizie. Dal Fatto a Fanpage, da Repubblica a Domani, ecco chi scrive e chi tace
Come la stampa parla della stampa quando sotto inchiesta è la stampa? Ragionamenti su Unipegaso e i maggiori quotidiani italiani su cui indaga la procura di Napoli (MOW escluso)

L’inchiesta della procura di Napoli sul presunto sistema Unipegaso sta creando un enorme scompiglio nella stampa italiana costretta, questa volta, a scrivere di sé stessa come la mano che disegna sé stessa di Escher. Ad ogni modo si tratta di un’inchiesta firmata dal pm Henry John Woodcock. Sembra di essere tornati ai tempi del Savoiagate, Vallettopoli, P4 e Consip, inchieste, specialmente la P4 che si sono ridimensionate parecchio rispetto all’eco mediatico suscitato inizialmente. Ma andiamo avanti. In sostanza gli aggiunti Sergio Ferrigno e Sergio Amato e i pm Vincenzo Piscitelli, John Woodcock e Francesca Paola Colonna Romano sono alle prese con due filoni d’inchiesta. La prima inchiesta riguarda le presunte pressioni sulla ministra Anna Maria Bernini per prorogare gli esami a distanza, favorendo UniPegaso. Secondo i pm, Vaccarono avrebbe usato Luigi Bisignani come intermediario per mantenere modalità d’esame gestibili anche dal personale amministrativo senza docenti. Bernini e Bisignani non sono indagati. Il secondo filone ipotizza invece una associazione per delinquere tra vertici Multiversity e Comin&Partners. Quest’ultima è stata fondata da Gialunca Comin, indagato, sostanzialmente per aver fatto il suo lavoro, ovvero il lobbista, cioè tutelare la reputazione dei propri clienti tramite la stampa. La procura di Napoli, però, accusa presunti episodi di corruzione tra privati che coinvolgerebbero manager e direttori della stampa. Pubblicità e partnership sarebbero servite, secondo l’accusa, a condizionare o attenuare le notizie sull’inchiesta relativa alla precedente gestione di UniPegaso di Danilo Iervolino e alle presunte irregolarità su esami, lauree e titoli. Sarà poi tutto da verificare se i pm partenopei non abbiano sbagliato mira in modo clamoroso. Ciò non toglie che tutta la stampa italiana, a differenza di MOW che ha un editore puro e rompe il c**o praticamente a tutti quanti, avrebbe fatto quello che fa da sempre. Scegliere quali notizie pubblicare e quali no sulla base dei propri sponsor. Il ché, certo, non è bellissimo, ma è pure fisiologico. Ad ogni modo la carta stampata oggi ha reagito in maniera variegata all’ennesima inchiesta di Woodcock (magari è la volta buona). Vediamo come si è occupata di sé stessa.

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Anzitutto va rilevato che il Giornale, il Corriere del Mezzogiorno e il Foglio non hanno scritto nemmeno una riga a proposito di questa storia. Silenzio stampa duro e puro. Ci sono storie più importanti da raccontare, certamente. Il premio per migliore articolo sulla vicenda, invece, lo vince Tonino Langhi che su Libero mette in fila una serie di notizie e riflessioni interessanti. Partiamo dalla rivelazione del pm Nicola Gratteri, in evidente imbarazzo dalla notizia di reato, si sarebbe astenuto dall’occuparsi del dossier dati i suoi buoni rapporti con La7, del gruppo Cairo editore, coinvolto nell’indagine della procura di Napoli. La sua richiesta di astensione sarebbe stata formalmente approvata dal procuratore generale di Napoli. Inoltre, rileva Libero, Napoli presto si potrebbe trasformare nell’ombelico del mondo dato che in questi giorni verranno sentite le prime persone informate sui fatti, tra cui Urbano Cairo e addirittura il nuovo editore di Repubblica, il magnate greco Theodore M. Kyriakou, presidente di Antenna Group e appartenente alla famiglia che attraverso K Group ha rilevato Gedi da Exor nel marzo 2026. Ve lo immaginate Kyriakou con tanto di scorta arrivare in Procura a Napoli? Tutto bellissimo. Almeno avremo di ché scrivere. La procura ne sarà felice, ma potrebbe pure aver sbagliato mira, continua Langhi. La norma contestata è l’art. 2635 del Codice civile che punisce con 1 a 3 anni chi sollecita o riceve per sé o per altri denaro o altra utilità non dovuti o ne accettano la promessa per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà. La norma incrimina, infatti, la condotta corruttiva commessa per finalità di profitto individuale e personale e non certo per arrecare benefici economici alla società, seppur illeciti. “Nel nostro caso”, scrive Langhi “il denaro corrisposto non sarebbe andato alle persone fisiche indagate e, quindi, non si sarebbe verificata quella infedeltà che consente di contestare il reato”. Libero poi percula sia il Fatto Quotidiano – che ha spesso dato credito alle tesi di Woodcock, oggi finito inquisito proprio da lui – sia Woodcock stesso, scrivendo “qualche buontempone potrebbe ipotizzare che alla Procura di Napoli non abbiano apprezzato la scarsa copertura mediatica assicurata all’inchiesta”, con riferimento alla prima, quella divenuta pubblica il 9 giugno, ribaltando il quadro della situazione in modo esilarante. Certamente l’esigua copertura mediatica della sua inchiesta sarà stato uno degli aspetti che avrà insospettito il buon Woodcock che ancora una volta ha tirato in mezzo il buon Luigi Bisignani – sì, sempre lui – e attirato sulla sua inchiesta l’attenzione di tutta la stampa. “Quello tra loro due è un derby”, commenta Langhi ed effettivamente sembra di essere tornati indietro di vent’anni. Da Lavitola a Bisignani, aggiungiamo noi, questo paese è davvero una palude dove pure i faccendieri, sempre gli stessi, non riescono proprio a godersi la pensione, continuamente in ballo in questo paese meraviglioso. Ma andiamo avanti.

Passiamo alla plateale trasparenza del Fatto quotidiano nella sezione cronaca, verso la fine. Qui Peter Gomez è indagato insieme all’ad della società editrice Cinzia Monteverdi. Il Fatto racconta che Multiversity era contemporaneamente partner della società editoriale Seif per alcuni progetti formativi e investitore pubblicitario del giornale. Secondo la ricostruzione dei pm, l’8 giugno, quando sta per esplodere la notizia della prima inchiesta su Pegaso, Vaccarono contatta Monteverdi chiedendo che nell’articolo venga sottolineato come la nuova gestione sia parte lesa e che venga invece evidenziato il caso della presunta laurea falsa di Maria Rosaria Boccia. Monteverdi gli suggerisce di parlare direttamente con Peter Gomez. Il giorno dopo il Fatto esce però in edicola con un titolo tutt’altro che accomodante: “UniPegaso, i pm di Napoli contro Iervolino: ‘Una cricca falsificava gli esami e le lauree’”. Vaccarono, intercettato, si lamenta soprattutto della parola “cricca” e chiama Gomez. Quest’ultimo gli risponde che gli ha già scritto Cinzia Monteverdi e che chiamerà “quelli del sito”, aggiungendo: “non lo faccio uscire”. Vaccarono ringrazia e dice che, se si può evitare di metterlo online, sarebbe “graditissimo”; Gomez risponde: “Assolutamente”. Ma qui il Fatto aggiunge un particolare decisivo a propria difesa: contrariamente a quanto sostengono i pm, l’articolo era in realtà rimasto online per più di mezza giornata ed era comunque leggibile dagli abbonati nell’edizione digitale. Inoltre il secondo presunto “allarme” del 22 luglio, secondo il quotidiano, riguarderebbe una giornata nella quale nessun articolo su Multiversity era in preparazione né sulla carta né sul sito. A fianco dell’articolo il Fatto pubblica anche il comunicato dei suoi Cdr, che sostengono le redazioni abbiano sempre lavorato “con la massima serenità e la massima indipendenza”, esprimono pieno sostegno a Monteverdi e Gomez e si dicono certi che chiariranno ogni cosa con l’autorità giudiziaria.

Il Corriere della Sera, poi, tempio dell’equilibrio e della conciliazione tra le diverse anime di questa martoriata Repubblica, con grande spirito democristiano dà mandato di scrivere un articolo che non contiene ulteriori notizie rispetto a quelle già note nella serata di ieri a pagina 20, però in apertura. Un ottimo compromesso.

Luigi Bisignani de Il Tempo
Bisi at his best Foto Ansa

Il Domani, invece, è l’unico tra i giornali coinvolti a mettere in prima pagina l’articolo scritto da Nello Trocchia che dà una spiegazione molto lunga e dettagliata delle carte nella quale restituisce anche una replica alle accuse di Woodcock. Unipegaso, infatti, avrebbe pianificato il piano malefico con i lobbisti indagati, dunque il gruppo Comin e Gianluca Giansante, i quali, secondo la tesi degli investigatori, avrebbero approntato quella che nelle carte viene definita una “operazione filtro”, finalizzata a condizionare, silenziare, ritardare o attenuare le notizie riguardanti Pegaso e Multiversity. Ovvero, al netto dell’interpretazione penale dei pm, il semplice lavoro dei lobbisti portato però, secondo l’accusa, oltre la soglia della normale attività di comunicazione. Nel dettaglio Trocchia ricostruisce una quantità notevole di interlocuzioni. Con il Fatto Quotidiano le carte coincidono sostanzialmente con quanto appena raccontato sullo stesso giornale. Con Fanpage, invece, Vaccarono avrebbe prospettato a Cancellato di triplicare l’investimento pubblicitario, chiedendogli di essere avvisato in anticipo sulle notizie relative alla perquisizione. In seguito si sarebbe vantato con Comin che “Cancellato mi ha cambiato il titolo in tempo reale”. Con Rcs-Corriere si parla invece di investimenti fino a 500 mila euro e di interventi anche su Fiorenza Sarzanini, non indagata. Con Repubblica, l’articolo sulla perquisizione sarebbe stato confinato nelle pagine locali. Le carte citano poi analoghe interlocuzioni con gruppi Angelucci, Caltagirone, Sole 24 Ore e Italpress. Del Domani, invece, Trocchia racconta che tra Multiversity e il quotidiano risultano fatturazioni pubblicitarie per 92 mila euro tra il 2024 e il 2025. Nelle intercettazioni Comin e Vaccarono discutono di un possibile articolo relativo ai percorsi formativi dell’Università San Raffaele e ragionano su cosa dire al direttore Emiliano Fittipaldi, arrivando alla frase: “Visto che gli mettiamo 100mila euro...”. Vaccarono chiama quindi Fittipaldi, gli parla dell’articolo e del piano marketing pensato per il giornale e lo invita a “vegliare su di noi anche su eventuali altre robe... sempre prima che vadano in onda”. Trocchia scrive però che Fittipaldi non sapeva nulla dell’articolo, che era in preparazione da parte di un collaboratore esterno, e sottolinea che avvertire preventivamente le persone e le società sulle quali si sta scrivendo per raccoglierne la versione è una normale e obbligatoria prassi deontologica. Precisa inoltre che quel pezzo non riguardava affatto l’inchiesta napoletana, ma i percorsi abilitanti dei professori. L’articolo, infine, venne pubblicato, anche se i pm annotano che uscì “senza richiamo agli atenei telematici”.

La Repubblica, la Stampa, il Messaggero, il Sole24Ore (che però parla di 36 indagati e non 35 come si legge altrove), Italpress e Napolitoday scrivono una breve ripresa senza particolari ulteriori notizie. Fanpage pure. Nessuna replica del direttore Cancellato, indagato, che probabilmente sarà alle prese con le imminenti beghe derivanti dal Rumore festival, il cui programma, pubblicato due giorni fa vede tra gli ospiti proprio Fabio Vaccarono, presidente del gruppo UniPegaso-Multiversity, indagato, che dovrebbe parlare sul palco il 10 ottobre per l’incontro “La scuola del domani”.

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