È un bel casino. Anche perché stavolta a raccontare l’inchiesta sono gli stessi giornali i cui direttori, ex direttori o manager sono finiti nell’inchiesta. E quindi tocca fare una cosa semplice: leggerli tutti. E soprattutto mettere le date in fila, perché qui di indagini ce ne sono almeno due e, se si mischiano, non si capisce più niente. Inchieste che partono dalla Procura di Napoli e arrivano all’Università Telematica Pegaso. In questa storia torna pure alla ribalta proprio sotto il voto del Csm il pm John Woodcock, già titolare della fallimentare inchiesta P4. E infatti, come una coppia che non si separa mai, viene messo in mezzo di nuovo Luigi Bisignani, già indagato nell’inchiesta suddetta e in quella sulla Lazio. I quotidiani scrivono che secondo la procura lui sarebbe stato il tramite attraverso il quale sarebbero state messe in atto pressioni addirittura alla ministra dell’Università Anna Maria Bernini. Peccato che Bisignani non sia nemmeno indagato. Ma in che senso fai da tramite per fare pressioni a un ministro e poi non sei indagato? Questa storia è abbastanza oscura e di primo acchito sembra che da un momento all’altro debba saltare all’aria tutta la stampa italiana. Con cautela e prudenza, cerchiamo di fare un po’ di luce su questa assurda vicenda. Anche perché le indagini preliminari, sia nel primo filone che nel secondo, quello attuale, non sono nemmeno ancora chiuse.
La prima inchiesta della Procura di Napoli su UniPegaso diventa pubblica tra il 9 e il 10 giugno 2026. Il fascicolo conta 40 indagati, tra cui Danilo Iervolino, fondatore e proprietario dell’ateneo fino al maggio 2022, e Andrea Buonomo, ex direttore operativo e commerciale di Multiversity. Ma indagati per cosa? Le ipotesi di reato formulate a vario titolo sono pesantissime. Parliamo di associazione per delinquere, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, oltre ad altri reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica. Secondo la ricostruzione della Procura, dietro le oltre 4.200 iscrizioni considerate irregolari ci sarebbe stato un sistema finalizzato a rendere più semplice l’accesso e il conseguimento di lauree, master, specializzazioni e altri titoli, anche in casi nei quali gli studenti non avrebbero avuto tutti i requisiti oppure non avrebbero completato regolarmente il percorso previsto. Si indaga quindi su iscrizioni sospette, riconoscimento dei crediti, tirocini, esami e verbalizzazioni, fino all’ipotesi di percorsi facilitati ed esami pilotati. Alcuni titoli potevano poi essere utilizzati nel mercato del lavoro o nei concorsi pubblici. Negli atti compaiono anche i cosiddetti “panieri”, cioè raccolte di domande e risposte che sarebbero state messe preventivamente a disposizione degli studenti, e software di controllo remoto come TeamViewer e AnyDesk, sui quali gli investigatori hanno concentrato l’attenzione per verificare se fossero stati utilizzati durante alcune prove d’esame. L’ipotesi complessiva degli inquirenti è che questo sistema servisse a rendere l’offerta dell’università più competitiva, aumentare il numero degli iscritti e quindi incrementare i ricavi. I fatti contestati partirebbero dalla gestione Iervolino e, secondo gli investigatori, sarebbero proseguiti in forme diverse fino al 2025. La nuova gestione di Pegaso sostiene di aver scoperto internamente alcune irregolarità, di aver allontanato i dipendenti coinvolti, di aver collaborato con gli investigatori e di considerarsi parte lesa nel procedimento.
Dei 40 indagati quelli noti al pubblico sono: Danilo Iervolino ex proprietario di UniPegaso; Andrea Buonomo ex direttore operativo e commerciale del gruppo Multiversity; Alessandro Bianchi ex rettore UniPegaso; Domenico Vaccarono, presidente del gruppo.
Passiamo ora al secondo capitolo.
Secondo i pm sarebbe l’inchiesta sarebbe partita già nel maggio 2026, cioè poco prima che il 9 giugno esplodesse mediaticamente la prima inchiesta. Qui entrano sul palcoscenico della vergogna i giornali, la pubblicità e, ancora una volta, l’eterno Luigi Bisignani. Il 6 ottobre 2026 la Guardia di Finanza perquisisce, tra gli altri, Fabio Domenico Vaccarono, presidente di UniPegaso-Multiversity. Il giorno dopo diventano pubblici 22 avvisi di garanzia. La Procura ipotizza una rete di rapporti con editori, concessionarie, direttori e agenzie attraverso la “promessa, erogazione, riattivazione e incremento” di investimenti pubblicitari per “condizionare, silenziare, attenuare, ritardare” le notizie sull’inchiesta Pegaso. Dunque, banalmente, secondo l’accusa, spendere soldi in pubblicità anche per ottenere articoli meno dannosi. Ipotesi, sia chiaro, ancora tutta da dimostrare. Ecco. In tutto questo il ministro dell’Università Anna Maria Bernini che m**a c’entra? Per una cosa precisa, ovvero gli esami a distanza. Il 6 dicembre 2024 la ministra firma il decreto 1835 sulla didattica a distanza. La regola introdotta è piuttosto chiara. Dall’anno accademico 2025/2026 gli esami devono tornare ordinariamente in presenza, comprese le università telematiche, salvo deroghe molto circoscritte. Il ministero la presenta esplicitamente come una stretta: esami in presenza e maggiori controlli.
Secondo la Procura Vaccarono, però, avrebbe invece voluto “tenere ferme” le modalità degli esami a distanza, nelle quali – scrivono i pm – la visione, la validazione e perfino la verbalizzazione delle tracce audio-video potevano essere demandate al personale amministrativo senza la presenza dei docenti. Per ottenere una proroga del regime eccezionale avrebbe quindi esercitato pressioni sul ministero attraverso niente di meno che Luigi Bisignani. Che però non è indagato. E Bernini? Non è indagata. Anzi. La Stampa riporta una telefonata nella quale Vaccarono e Bisignani la definirebbero in termini tutt’altro che affettuosi proprio perché, secondo la lettura del giornale, non si sarebbe “prestata” al gioco. Insomma, le pressioni ipotizzate dai magistrati avrebbero avuto uno scopo – mantenere gli esami da remoto – ma non risulta che la ministra lo abbia assecondato. E i giornali? Che cosa diavolo c’entrano? Eh, calma. Ora ci arriviamo. Tramite i giornali coinvolti naturalmente.
Anzitutto gli indagati sono 20 e tra questi figurano nomi pesantissimi:
Fabio Domenico Vaccarono – presidente UniPegaso-Multiversity
Francesco Durante
Andrea Ferrante
Gianpiero Mazza – referenti apicali di CVC Italia
Gianluca Comin
Gianluca Giansante – Comin Partners
Andrea Buonomo – già dirigente Pegaso
Mirja Cartia D'Asero – Gedi
Mario Orfeo – ex direttore di Repubblica
Andrea Malaguti – ex direttore de La Stampa
Alessandro Bompieri – RCS
Uberto Fornara – RCS
Francesco Cancellato – Fanpage
Gaspare Giuseppe Borsellino – Italpress
Claudio Cerasa – Il Foglio
Walter Giuseppe Bonanno – Piemme
Fernando Diana
Stefano Cecchetti – Libero Editoriale
Cinzia Monteverdi – Seif/Il Fatto
Peter Gomez – Il Fatto
Federico Silvestri – Il Sole 24 Ore
Alessandro Furgione – Manzoni Pubblicità
Il Fatto Quotidiano pubblica l’inchiesta, scrive immediatamente che tra gli indagati ci sono il direttore Peter Gomez e l’ad Cinzia Monteverdi e pubblica pure una lettera ai lettori. Gomez conferma che Multiversity era contemporaneamente partner di alcuni corsi della Scuola del Fatto e investitore pubblicitario, ma nega qualsiasi contropartita illecita e sostiene di non aver mai ricevuto denaro, regali o promesse personalmente. Il Corriere della Sera racconta senza troppi giri di parole il presunto sistema, riporta la leva degli investimenti pubblicitari e nomina anche i propri Alessandro Bompieri e Uberto Fornara. Nessuna lunga autoanalisi come quella del Fatto nel pezzo che abbiamo letto. La Stampa divide con chiarezza i due filoni e dà spazio alle difese. Il suo ex direttore Andrea Malaguti è indagato. Riporta anche la replica del direttore del Foglio, Claudio Cerasa, che sostiene sia tutto perfettamente regolare oltre ad essere il giornale che mette più in evidenza il particolare Bernini. Le pressioni ci sarebbero state eccome, ma proprio il modo in cui gli interlocutori parlavano della ministra mostrerebbe che non avevano ottenuto ciò che volevano. Repubblica, il cui ex direttore Mario Orfeo compare tra gli indagati, sceglie invece una formula più neutra. “Rapporti con i media”. Poi ci sono Fanpage, Il Foglio, Italpress, Il Sole 24 Ore, Libero, Piemme-gruppo Caltagirone, CityNews ed Editoriale Domani: direttori o manager compaiono a vario titolo negli atti riportati dagli altri quotidiani, ma non tutti hanno reagito con una spiegazione pubblica articolata. E ora veniamo alla domanda da un milione di dollari. Perché Luigi Bisignani non è indagato? È il punto decisamente più assurdo di tutta questa storia Perché negli atti finora raccontati è indicato addirittura come tramite delle presunte pressioni sulla ministra. Ma essere il tramite di una richiesta, anche insistente, non significa automaticamente partecipare a un reato. Per iscriverlo nel registro degli indagati servirebbero elementi per ipotizzare una sua responsabilità personale: la partecipazione consapevole a un accordo corruttivo, una promessa o utilità, un contributo all’associazione contestata o un’altra condotta penalmente rilevante. E dagli atti diventati pubblici finora questo passaggio non emerge. Bisignani e Bernini sono infatti espressamente indicati come non indagati. Nel frattempo a leggere le testate online parrebbe di essere di fronte all’Apocalisse della stampa italiana. Preghiamo che tutta questa storia sia soltanto un brutto incubo di qualche pm che ci ha visto male, anche perché i reati contestati a “vario titolo” saranno tutti da verificare. Anche perché i giornali saranno liberi di pubblicare o meno le notizie che ritengono a prescindere da chi paga loro la pubblicità, giusto?