L’uomo giusto per l’omicidio fondativo della nuova curva Nord. Pietro Andrea Simoncini, padre di Aurora Simoncini, nato a Gerocarne, cittadino di Soriano, è l’uomo perfetto per uccidere Vittorio Boiocchi. Ma l’udienza di oggi, quella in cui gli ultimi due imputati devono parlare, comincia da Gianfranco Ferdico. Anche lui, come il figlio, si è pentito. Le domande sono brevi, il suo esame dura poco. Parla dal carcere, con la schiena rivolta alla camera, la voce roca: dice che Aurora aveva parlato dei precedenti del padre, ma che frequentandolo non avrebbe mai ritenuto capace di uccidere, che sembrava dubbioso. Ma uno dei due killer designati è lui e quando Gianfranco lo scopre lo caccia dalla casa di Omate: “Non volevo avere in casa qualcuno che potesse fare un’azione del genere”. Il protagonista di questa udienza è proprio Simoncini: “Il Signor Franco c’entra e non c’entra”, dice, la vittima resta Boiocchi, ma pure Gianfranco in parte lo sarebbe, è finito in mezzo a tutto questo contro la sua volontà, suggerisce Simoncini. “Io mi ricordo questa frase: tranquillo, sta cosa non andrà in porto”. Vuole tranquillizzare il padre di Marco. Invece andrà fino in fondo. Perché Pietro Andrea ha bisogno di soldi e sa già come si fanno certe cose, pare. Sul nome di Simoncini aveva fatto luce Francesca Macrì, che con lui ha condiviso anni di vita e una relazione conflittuale, con reciproche violenze e una figlia nata dal loro matrimonio – Aurora, appunto. In aula racconta ancora una volta della separazione e della denuncia per sottrazione di minore che Simoncini aveva fatto alla donna. Prima ancora della vicenda che l’avrebbe avvicinata sentimentalmente a Emanuele Bruno, boss della ‘ndrina di Soriano, Macrì racconta anche di un episodio poco chiaro: l’incendio dell’auto di Simoncini (avvenuto poco dopo la denuncia) che Pietro Andrea avrebbe attribuito ad Antonino Zupo, poi ucciso nel 2012 a Gerocarne durante la faida tra Emanuele e Loielo. Uno dei primi fatti in cui, seppur indirettamente, ‘ndrangheta e Simoncini si toccano. Macrì durante il suo interrogatorio aveva però escluso che Simoncini avesse rapporti con le ‘ndrine, cosa poi ribadita nella nostra intervista: di potenziali legami con la malavita non sa niente. È proprio questo scarto tra il profilo che emerge dai racconti e i nuovi collegamenti ipotizzati dalla Procura che la figura di Simoncini sembra comunque rilevante.
Il piano per uccidere il vecchio ultrà nel settembre 2022 prende forma concreta: i complici si stanno procurando i mezzi, i soldi già ci sono, l’arma viene anche questa recuperata e servono due killer. Daniel D’Alessandro, Bellebuono, tossicodipendente che doveva dei favori a Ferdico, e Pietro Andrea Simoncini. Quest’ultimo ricorda come gli ultras fossero “ossessionati” dall’idea di uccidere Boiocchi, “avevano paura, glielo si leggeva negli occhi”, per loro la faccenda era: “O noi o lui”. Andrea Beretta ai pm racconta che Marco gli aveva dato garanzie sul suocero, “esperto di queste azioni qua” perché in Calabria “erano in faida”, la guerra di mafia delle Preserre, cominciata alla fine degli anni Ottanta e tutt’ora in corso. Simoncini vuole chiarire: “Io lo dico di questa faida, tra virgolette so come funziona la cosa, ma io non sono inserito”. E allora perché Ferdico tira fuori la questione? “Per vendermi meglio”, cioè per farlo apparire più affidabile agli occhi di Andrea. Ci sarebbe poi un episodio in cui, scontrandosi con Maurino Nepi, lo stesso Simoncini avrebbe fatto pesare il suo passato e una certa vicinanza alla malavita. Nepi è sempre lì a fomentare i complici, li prende per il culo, ma Simoncini non ci sta e gli risponde che “lui era membro della ‘ndrangheta e Nepi non si doveva permettere”. Sono le “testuali parole” di Pietro Andrea citate da Marco Ferdico durante l’interrogatorio del 22 giugno scorso. “Delle cose dette da Ferdico nego tutto”, se anche fosse stato vicino alla ‘ndrangheta “non l’avrei detto in giro”, tantomeno a Nepi: “In dieci anni di indagini Simoncini non c’è da nessuna parte. In dieci anni di indagini di sarebbe saputo che sono affiliato”. Se Beretta racconta superficialmente di una presunta affiliazione di Simoncini, il marito di Aurora dà maggiori dettagli negli interrogatori: “Mi aveva confessato di aver partecipato a un omicidio a Soriano”, siamo “nel 2013/14”, “dove avevano tirato una fucilata a uno alla finestra”, e “forse gli avevano fatto anche lo Stub” a Simoncini, ovvero l’esame che permette di rilevare eventuali residui di sparo sulle mani o sugli indumenti di una persona. “Cioè alla fine della fiera è saltato fuori che lui era andato tipo acquattato in questa casa” e non aveva sparato. È vero, dice sempre Marco, che Pietro Andrea “gira intorno a queste circostanze”, ma non aveva l’esperienza da killer di cui si vantava. Nei riscontri degli inquirenti, c’è un fatto che combacia con la descrizione riportata da Ferdico: il 12 aprile 2013, a Fago Savini di Sorianello, Salvatore Lazzaro, affiliato al clan Loielo e già ai domiciliari, venne raggiunto da colpi d’arma da fuoco mentre si trovava in casa. Morì il giorno dopo in ospedale. Era cugino di Nicola Rimedio, ucciso l’anno precedente nella stessa faida tra i Loielo e gli Emanuele. Come quando viene toccato il tema della droga, anche qui sono molti gli omissis. Ancora la replica del suocero di Ferdico: “Io a Marco ho solo specificato che sono stato sottoposto a Stub”, “non sono coinvolto”, è una vita che “sono in guerra. Perché al mio paese ci sono le faide. Io nemmeno ero nato quando è cominciata”. E alla fine sbotta con il pm Ammendola: “Stiamo facendo il processo per l’omicidio Boiocchi o il processo alla ‘ndrangheta? Io devo capire sta cosa qua”. Ma nella sintesi della Squadra Mobile compare un altro possibile laccio che lega Simoncini alle famiglie malavitose. Pietro Andrea è infatti cugino di Domenico Tassone, detto “u Colò”, nato a Soriano Calabro e indicato dagli investigatori come appartenente alla famiglia Idà-Emanuele. Il grado di parentela è diretto: la madre di Simoncini, Catena Tassone, è sorella di Nazareno Tassone, padre di Domenico. Tassone, inoltre, è tra gli arrestati dell’inchiesta “Jerakari” della Dda di Catanzaro, nella quale gli viene contestata la partecipazione a un’associazione mafiosa e un ruolo di organizzatore e coordinatore del sodalizio. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe operato a disposizione dei cugini Emanuele anche nella gestione della latitanza di Giovanni Emanuele, prendendo parte ad attività estorsive e ad agguati contro esponenti del clan Loielo, lo stesso a cui apparteneva Salvatore Lazzaro, ucciso dalla fucilata alla finestra. Tutte circostanze che non dimostrano l’effettiva affiliazione, va detto. E lo stesso ribadisce l’imputato.
Sul marito di sua figlia, invece, ha fatto delle dichiarazioni pesanti: “Marco Ferdico era considerato un infame qua da noi. A Soriano, Sorianello si diceva che fosse un infame già da prima dell’omicidio. Non so di preciso perché, anche Macrì l’ha detto”. Si vede Ferdico nel monitor agitarsi e fare il gesto italiano, “cosa dici”. Ha chiesto il permesso alle famiglie locali, prima di andare a compiere un omicidio, peraltro per conto di un “infame”? “Non ho chiesto il permesso a nessuno, magari ci fossi andato, a quest’ora non sarei qui”, ma “Marco era mio genero, lo vedevo impaurito. Era la mia famiglia”. E Marco si riferiva a qualcuno in particolare quando parlava di chiedere il permesso a qualcuno? “Non lo so. Magari ci fossi andato”.
“Sopralluoghi sul posto? I sopralluoghi, da quanto mi risulta, durano ore. Noi ci siamo appena passati”, commenta Simoncini. “Ci eravamo passati sì”, poi “abbiamo guardato su Google maps”. È la prima cosa che dice a proposito della concretezza del fatto. E ripete: “L’iniziativa la prendeva una sola persona: Ferdico Marco. È lui il regista”. Con il reperimento della pistola dice di non aver avuto nulla a che vedere e la moto l’avevano già trovata gli altri. Le novità riguardano il suo compagno di azione, Bellebuono: “Il giorno dell’omicidio D’Alessandro aveva abusato di coca. L’ho visto. Io però non faccio ste cose”. La decisione di dare il via al piano quel 29 ottobre 2022 “è improvvisa”. Partono da Omate verso casa di Marco, poi in taxi in via Mecenate, infine il tragitto in moto: “Siamo cascati e si è ammaccata”, “io cercavo di sviare la cosa”. Sul momento avrebbe avuto dei ripensamenti, “non era cosa da fare”, “Bellebuono lo può dire, non ero sicuro”. D’Alessandro intanto si mette la testa tra le mani, seduto sulla sedia in carcere, poi si riallunga per stiracchiarsi, come se tutto questo non lo riguardasse. “Bellebuono era un diavolo”. Ma al contrario di quello che è sempre stato detto, “io l’arma non l’ho scarrellata”. Prima che D’Alessandro faccia fuoco “grido tre volte ‘no’”.
Questo il Simoncini e il suo presunto lato criminale. C’è poi Pietro Andrea padre di Aurora, con problemi di soldi, che saliva e scendeva da Milano alla Calabria, ospitato da Marco e Gianfranco Ferdico, disposto a tutto pur di guadagnare. 15mila euro bastano per convincerlo a compiere un omicidio su proposta “di un infame”. Ma con la famiglia milanese ci sono frizioni, specialmente con Gianfranco, che lo caccia di casa di Omate: “Ma tu ti rendi conto di quello che stai iniziando a fare per 50mila euro?”. Nulla. Fare leva sulla famiglia non è bastato. L’ultima parola la rivolge al genero: “Ferdico mi dice di scegliere la strada giusta. Io la scelta l’ho fatta a maggio 2025”. Quando ha deciso di non pentirsi.