Il filo del discorso di Gianfranco Ferdico agli inquirenti, il 7 settembre 2026, è interrotto da momenti in cui rimpianti ed emozione prevalgono. E nel mezzo della verifica dei fatti, si apre la strada il dolore. Il padre di Marco si è pentito, ha ammesso le sue responsabilità nell’omicidio di Vittorio Boiocchi. Ha dato una mano, seppure nelle intenzioni volesse far desistere il figlio. Una maniera strana di tenerlo lontano dai guai, come notano i pm. Perché Gianfranco si è limitato a dire “siete pazzi” quando Mauro Nepi propone per la prima volta a Marco di “parcheggiare” Boiocchi su mandato di Andrea Beretta? Perché tiene in casa sua Pietro Andrea Simoncini, il killer designato che aveva già dato la propria disponibilità? Sono domande logiche a cui Ferdico padre non sa rispondere: “Sono un coglione”, dice. La verità, stando alle sue parole, è che era “succube” di suo figlio. E lo dice “con vergogna” ai pm e agli ispettori: “Ho un figlio che ha una personalità che è dieci volte la mia. Non lo scoraggio, non sono mai riuscito a fermarlo e non ho avuto il coraggio, la forza... anche quando voi mi dite... oh, in aula mi sono sentito una merda... ‘Ma suo padre non poteva fermarla?’, io avrei dovuto. E non c'è giorno e non c'è notte che non ci pensi a questa cosa che non ho fatto, dico la verità. Sono un padre di merda”. Nel periodo di detenzione, Gianfranco Ferdico ha avuto modo di pensare a tutto ciò che ha passato. Ora ha la consapevolezza di non aver fatto abbastanza per impedire al figlio di diventare l’ideatore di un omicidio che ha rovinato una famiglia: Aurora Simoncini e i due bambini sono sotto la protezione dello stato, vivranno guardandosi le spalle, la loro vita non sarà più la stessa. La consapevolezza di aver contribuito a questo dolore ha persino fatto balenare l’idea a Gianfranco di togliersi la vita. “Dalla vergogna che provo…”.
La verbalizzazione sintetizza in maniera netta questa subordinazione del padre al carattere e alla personalità del figlio: “Mi rendo perfettamente conto di quello che è accaduto, io ero sostanzialmente succube di mio figlio e, pur cercando di dissuaderlo, di fatto l'ho aiutato”. Era già accaduto in passato, quando pur di tenere Marco al sicuro aveva persino consegnato la droga al posto suo. E anche a ridosso del 29 ottobre, “di fatto” supporta il piano degli ultras. Il sopralluogo nelle campagne intorno a via Fratelli Zanzottera, dove Bellebuono e Simoncini sarebbero dovuti sparire aiutati dall’ucraino reclutato da Ferdico, è particolarmente significativo: sono tutti sul posto, compreso Gianfranco (nell’interrogatorio di luglio aveva negato di essere stato presente, poi a settembre ha ritrattato); Marco “era il re”, la mente del piano, gli altri due stanno ad ascoltare; suo padre prova ad opporsi facendo leva sulla scelta poco pratica della strada: “Scusa, e questa ti sembra una buona via d'uscita? Tu sei un pazzo. Basta che ci sia una coppietta imboscata, basta che ci sia...”. Stratagemmi a suo dire usati per cancellare il piano dei complici. Ma il coinvolgimento di Gianfranco Ferdico si articola in almeno altri tre momenti: quando arriva la suggestione di Nepi e l’ipotesi di stare dalla parte di Beretta nella curva Nord del futuro; la consegna dei 50mila euro portati da Nepi a Bellebuono a casa sua; la presenza di Simoncini in quanto persona già individuata come capace di compiere l’azione. In nessuno di questi tre episodi, secondo l’accusa, Gianfranco avrebbe davvero fatto qualcosa di concreto per impedire l’epilogo del 29 ottobre 2022. Quello che per Gianfranco era un modo per proteggere il figlio, in realtà si concretizza come collaborazione.
Il pm Storari la definisce “cecità intenzionale”, la tendenza a non guardare per non vedere, autoconvincendosi che quello che sta accadendo non sta davvero accadendo. “Come se suo figlio lo vede tossico in strada e dice: ‘Ma no, sarà solo un po' ubriaco’”. In vari passaggi dei verbali si autodefinisce “un pirla”, “un coglione”, uno che ha ospitato in casa sua un killer. “Mi sono reso conto, proprio in maniera esaustiva, di aver dato un contributo a questa vicenda e di esserne parte in causa totalmente, senza voler prendere le distanze da niente. Mi sento proprio di dire che forse a tanti ragionamenti non ci sono arrivato con la mia testa perché comunque ero succube di mio figlio. È la verità: mio figlio decideva e così si faceva”. Così si è fatto: Vittorio Boiocchi viene ucciso, Marco Ferdico diventa re in curva Nord insieme ad Andrea Beretta e i nuovi leader ottengono potere e soldi. Passano due anni e un altro omicidio, quello di Antonio Bellocco, distrugge il regno. Tutti i responsabili sono in carcere. E le parole di uno dei complici lasciano intravedere il senso di colpa di un padre che non ha saputo dire “no” a suo figlio.