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18 giugno 2026

Le università italiane hanno un problema di libertà di espressione? Students For Liberty svela i lati oscuri degli atenei: “Il rischio è che diventino una cassa di risonanza del potere, non un luogo di dibattito”

  • di Michele Larosa Michele Larosa

18 giugno 2026

Regolamenti, burocrazia, guerre di potere e associazioni “violente”, la questione della libertà di espressione nelle università italiane è più oscura di quanto si pensi. Abbiamo intervistato i ragazzi di Students for Liberty, che con la campagna "Università Senza Censura" hanno provato ad accendere un riflettore sul tema

Foto di: Ansa

Le università italiane hanno un problema di libertà di espressione? Students For Liberty svela i lati oscuri degli atenei: “Il rischio è che diventino una cassa di risonanza del potere, non un luogo di dibattito”

Dovrebbe essere il luogo più libero che esista: quello dove si formano le idee prima che diventino dibattito pubblico. Eppure, per organizzare una campagna sulla libertà d'espressione in università, un gruppo di studenti ha dovuto fare i conti con ostruzionismo, statuti, problemi organizzativi e associazioni universitarie. È quanto ci ha raccontato Emanuele Martinelli, coordinatore di Students For Liberty per Svizzera e Italia e fra gli organizzatori di “Università Senza Censure”, la campagna che dal 6 al 15 maggio ha toccato sette atenei tra Italia e Svizzera, e che ora prosegue con uno studio in collaborazione con l'istituto americano FIRE per misurare, dati alla mano, lo stato di salute della libertà accademica nel continente.

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Students for liberty

Iniziamo parlando della vostra iniziativa, chi siete, come nasce Università Senza Censure e con quale obiettivo?

Noi siamo dell'associazione Students For Liberty, un'associazione internazionale presente in tutto il mondo, nata in Virginia, e da una quindicina d'anni attiva anche in Europa. È l'associazione giovanile più grande al mondo per i valori del liberalismo classico.
Attraverso divisioni nazionali, macro-regionali e continentali quello che facciamo è organizzare eventi, campagne e conferenze che ruotano attorno ai valori della libertà dell'individuo, politiche, sociali... A livello nazionale e locale ogni team è completamente decentralizzato e autonomo: siamo strutturati in gruppi di volontari, e ogni team è composto da studenti universitari, o comunque persone entrate a far parte dell'associazione quando erano studenti universitari e che poi sono rimasti legati. Sono loro a proporre idee per eventi su temi che reputano importanti, mentre il team nazionale e la rete europea ed eventualmente mondiale sono lì per dare una mano sostenendo con fondi, mezzi, grafica, comunicazione e contatti, cercando di rinforzare questa rete.
Quindi ci sono sia eventi proposti dal basso, sia campagne organizzate a livello associativo. Per esempio, l'ultima è stata quella sul cosiddetto chat control, la proposta — per adesso in stallo — con cui l'Unione Europea voleva rendere obbligatorio per le app di messaggistica attive nel mercato europeo scansionare tutti i messaggi degli utenti, con il pretesto di proteggere i bambini dalla pedopornografia, ma con ovvie ricadute sulla privacy e su potenziali forme di sorveglianza di massa. Lo sforzo coordinato di tutti i gruppi Students for Liberty è stato uno dei fattori che, a quanto pare, ha portato l'Unione Europea a fermare i lavori su quella proposta.

Università Senza Censure, in particolare, è la campagna che abbiamo organizzato dal 6 al 15 maggio, a cavallo tra Svizzera e Italia. Come suggerisce il nome, è una campagna internazionale in cui il team svizzero e quello italiano si sono uniti per creare sensibilizzazione sul tema della libertà di espressione nei campus universitari. È evidente a chiunque che il livello del dibattito pubblico — anche là dove dovrebbe essere difeso come valore fondamentale, ovvero nelle università — sia degradato: ci sono stati fenomeni problematici che hanno reso difficile, per gruppi studenteschi e anche per nostri volontari, affrontare certe tematiche che altrimenti si potrebbero discutere con tranquillità.

In che cosa è consistita l'iniziativa?

Abbiamo visitato sette università: Friburgo, Zurigo e Lugano per la Svizzera, e Milano, Pavia, Bologna e Roma per l'Italia. In ogni tappa organizzavamo uno stand in cui distribuivamo gadget e materiale divulgativo sullo stato della libertà di espressione nelle università.
Oltre allo stand, in alcune università — secondo disponibilità — abbiamo organizzato anche eventi più classici, in stile conferenza, con relatori che avevano qualcosa da dire sul tema della libertà accademica o che avevano avuto problemi in prima persona.

A Roma, alla Sapienza, abbiamo invitato Ruggero Freddi, ex professore di fisica nello stesso ateneo, allontanato e licenziato dopo aver deciso di reinventarsi anche come attore porno gay: per motivi di decoro, l'università ha scelto di allontanarlo.

A Milano, invece, abbiamo messo in dialogo Giuseppe Cruciani con alcuni ragazzi sospesi dall'Università Bocconi per messaggi scritti su gruppi WhatsApp e commenti su pagine social, in un caso riguardo ai bagni gender neutral approvati dall'ateneo. Si trattava di contenuti — francamente poco condivisibili o quantomeno presentati in modo molto semplicistico — sviluppati però in un contesto privato, senza nulla a che fare con l'attività dell'università. Ciononostante, l'ateneo è intervenuto disciplinarmente con la sospensione, ritenendo questi comportamenti contrari al proprio codice d'onore, che è piuttosto rigido su certe questioni.

La campagna è anche legata a uno studio sulla libertà accademica nelle università italiane, condotto in collaborazione con FIRE. Di cosa si tratta?

Abbiamo avviato una partnership con l'istituto di ricerca americano FIRE — Foundation for Individual Rights and Expression — che da qualche anno compila la classifica degli atenei americani per libertà di espressione sul campus. Negli Stati Uniti questo studio ha guadagnato una certa attenzione: ci sono persino università che si rivolgono a FIRE per farsi consigliare su come aggiornare i propri statuti e migliorare il proprio profilo in materia di libertà accademica. Questo perché la classifica sta acquisendo sempre più risonanza mediatica, e quindi conviene agli atenei migliorare su questo fronte.

Con Students for Liberty stiamo quindi facendo da partner di FIRE per essere tra i primi in Europa a portare uno studio analogo per le università europee, e questa campagna è stata un po' il lancio dell'iniziativa: negli stand raccoglievamo contributi ai sondaggi che abbiamo sviluppato insieme a FIRE per valutare lo stato di salute della libertà accademica nelle università.

Veniamo al nodo, quali sono queste difficoltà di cui parlate?

I volontari che si sono occupati dell'attività hanno riscontrato difficoltà burocratiche concrete nell'organizzare e realizzare gli eventi in alcune università. Parlo soprattutto della situazione italiana: la burocrazia per organizzare eventi con un profilo di attivismo politico è molto più complessa che per eventi astratti o teorici, che invece si confanno facilmente al contesto universitario. Quando si cerca di affrontare temi sociali o politici applicati, i "cartellini rossi" burocratici diventano tanti, soprattutto in Italia.
Per una realtà indipendente come la nostra — che non è un'associazione studentesca registrata in alcuna università, ma opera come rete ombrello che collabora con associazioni studentesche locali per organizzare gli eventi — questo crea non poche difficoltà. È normale, e ha senso, che gli eventi debbano essere organizzati da associazioni studentesche regolarmente registrate: non si possono prendere aule senza queste credenziali. Il problema è che in alcune università anche le associazioni partner regolarmente registrate hanno manifestato timori a organizzare eventi su certi temi o con certi relatori, temendo ritorsioni come la sospensione della licenza di organizzare eventi, o addirittura sospensioni individuali — il che lascia pensare che episodi simili siano già accaduti.

Questo, per esempio, a Roma, alla Sapienza, ci ha costretti a spostare l'evento fuori dall'università, in una sala privata indipendente, perché le associazioni studentesche non se la sentivano di rischiare. In altri casi, alcune associazioni partner ci hanno dato una mano informalmente, ma senza voler essere indicate come organizzatrici, per paura di essere "richiamate" dall'istituzione.
Infine ci sono situazioni di università come a Pavia, dove non siamo riusciti a realizzare un evento perché lo statuto prevede che gli eventi di carattere politico possano essere autorizzati solo se organizzati da associazioni studentesche riconosciute come sezione giovanile di un partito. Questo è un caso emblematico di come le pressioni burocratiche possano essere usate non solo come ostacolo ma anche come sistema per controllare la libertà di espressione e il dibattito. Se gli eventi devono essere organizzati dalle sezioni giovanili dei partiti allora devono essere per forza già instradati nei binari che vengono accettati dalla politica contemporanea. È problematico perché limita fortemente certi argomenti, perché — per esempio — non esiste in Italia un partito che metta in discussione il modello di sanità pubblica proponendo un modello alternativo (svizzero o americano, senza entrare nel merito di cosa sia giusto o sbagliato): semplicemente, in università con questo regolamento, certi dibattiti diventano impossibili da affrontare, perché incasellabili solo tramite partiti che non hanno alcun interesse a portarli avanti.

Com'è la realtà delle associazioni studentesche nelle università italiane?

Idealmente l'università nasce come luogo di confronto tra idee e come laboratorio di nuove proposte sociali da discutere e poi trasferire alla società civile. Se questo laboratorio ha troppi paletti e non è davvero libero, questa funzione sociale si perde, e il rischio estremo è che l'università diventi una cassa di risonanza per orientamenti politici già consolidati nel potere statale, piuttosto che un luogo di dibattito autentico.
Detto questo, sappiamo che in molte università si verificano anche problemi di sicurezza sul campus — li abbiamo vissuti anche noi, in passato, come Students for Liberty — e questo è probabilmente uno dei motivi per cui certe università alzano muri burocratici: non necessariamente per una volontà intenzionale di controllo ideologico, ma anche per evitare disordini. Capita, per esempio, che associazioni studentesche meno tolleranti sulla libertà d'espressione occupino aule o blocchino conferenze regolarmente organizzate, e in qualche caso anche lezioni: è successo, per esempio, all'Università di Bologna, con il professor Panebianco, la cui lezione fu interrotta da una contestazione studentesca qualche anno fa.
Da un lato, dunque, è importante mantenere l'ordine; dall'altro, è altrettanto importante la missione sociale dell'università. L'ideale sarebbe trovare un equilibrio, incoraggiando un dialogo franco anche al di fuori delle gabbie concettuali della politica tradizionale.

Questo apre la seconda dimensione del problema, che non è solo burocratica o istituzionale, ma parte dal basso: è la qualità stessa del dibattito pubblico — a partire dai media, dalla politica, dalla società — che si è andata erodendo. Oggi vediamo associazioni studentesche da un lato spaventate dal proporre certi temi; dall'altro, spaventate di subire ritorsioni, se non vere e proprie violenze, da parte di altre associazioni studentesche (a Zurigo ad esempio in un evento riguardante la situazione israelo-palestinese è dovuta intervenire anche la polizia cantonale). Non è quindi chiaro cosa aspettarsi nell'organizzare un evento universitario, perché possono presentarsi forme di ostruzionismo anche violento.

Un esempio positivo però: all'Università di Lugano, con Students for Liberty, anni fa organizzammo una tavola rotonda con i rappresentanti delle giovanili di tutti i partiti politici, in vista di un referendum cantonale ticinese sull'inserimento, nella costituzione cantonale, della discriminazione basata sull'orientamento sessuale come ulteriore tutela per i diritti della comunità LGBTQ. Siamo riusciti a creare un dialogo autentico tra punti di vista diversi, qualcosa di fruttuoso che ha permesso a molte persone di votare con maggiore consapevolezza. Purtroppo, in molte altre università una cosa simile non è realizzabile: sia perché non viene permessa, sia perché altre associazioni reagiscono con occupazioni e ostruzionismo quando parla la fazione opposta.

Il problema riguarda solo gli studenti o anche il corpo docente?

Non credo che il corpo docente abbia colpe particolari in questo. I docenti sono mediamente ricercatori, quindi abituati al confronto con esperti che hanno visioni anche diametralmente opposte alla propria. Detto questo, rimane il fatto che molti docenti sono talvolta costretti a insegnare solo un certo tipo di contenuti, o a non presentare certe idee perché altre vengono ritenute più attuali, importanti o rilevanti. Il problema è quindi complesso e multifattoriale, con spinte che arrivano soprattutto dal basso.

C'è una differenza tra la situazione italiana e quella svizzera su questo fronte?

Credo che questa tensione tra ordine prestabilito e libertà nel dibattito ideologico sia antica quanto l'università stessa, ma l'erosione della qualità del dibattito pubblico sta entrando nelle università un po' ovunque, tanto in Italia quanto in Svizzera. Devo però dire che in Svizzera si respira un'aria più "pulita": nella nostra esperienza di attivismo, la burocrazia svizzera è molto più leggera e permissiva su tante cose, e tanti problemi avuti con alcune università italiane non li abbiamo riscontrati con quelle svizzere.

Anche guardando alla libertà di cui godono i docenti — su cosa insegnano e su come strutturano i corsi — la Svizzera mostra un'apertura e un atteggiamento più spregiudicato, in senso positivo. Parlo, per esempio, del campo dell'economia: non è un mistero che in Italia l'economia insegnata sia per il 90% neoclassica o keynesiana, e quando si vuole dedicare una lezione a una scuola eterodossa, al massimo si arriva a temi come la decrescita felice o l'economia circolare, perché in qualche modo sono già entrati nel dibattito politico e sono accettati dai partiti. In Svizzera, invece, questo tipo di impianto rigido non esiste, e si studia l'economia in modo più aperto e franco. E credo che la libertà dei docenti educhi anche il corpo studentesco e aiuta a creare all'interno dell'università un dibattito più sano e meno ideologico.

L'università dovrebbe essere il luogo per eccellenza del dibattito libero e del conflitto di idee. Come mai è diventata invece uno dei contesti in cui la libertà d'espressione è più a rischio?

Penso che parte del problema sia il sistema burocratico costruito attorno all'università — probabilmente non per volontà delle singole istituzioni, ma per una deriva del sistema politico, che ha sempre avuto interesse, oggi più che mai, a incanalare le opinioni che entrano nel dibattito pubblico. Non voglio tirare fuori il concetto un po' trito della finestra di Overton, ma si percepisce comunque questa influenza. Ed è più semplice che accada in un sistema centralizzato come quello italiano, dove le istituzioni universitarie dipendono dai finanziamenti pubblici e quindi possono prendere decisioni solo fino a un certo punto, senza poter essere troppo “rivoluzionarie”.

Parte del problema deriva quindi da spinte sociali legate alla qualità del dibattito politico — sempre più polarizzato — e alla qualità della comunicazione mediatica, inclusa l'influenza dei nuovi mezzi di comunicazione, che per loro stessa natura tendono a generare polarizzazione tra fazioni con idee sempre più inconciliabili. Sono dinamiche che vanno contro l'educazione della società civile verso un dibattito aperto con interlocutori diversi da sé.

Quale sarà, se ci sarà, il seguito della vostra iniziativa?

Per adesso non abbiamo ancora organizzato nulla di concreto, ma non è da escludere che ripeteremo l'esperienza il prossimo anno, o comunque in futuro. Per ora ci stiamo concentrando soprattutto su una seconda ondata di comunicazione legata alla raccolta dati che stiamo facendo per completare lo studio con FIRE.
Quello che abbiamo voluto fare con questa campagna, più che puntare il dito contro qualcuno o qualcosa, è far riflettere le persone — soprattutto gli studenti universitari, che sono i veri protagonisti di queste vicende — su quali valori vale la pena difendere per migliorare la propria situazione e quella del sistema universitario nel suo complesso: se andare verso un controllo sempre più stretto delle possibilità di dibattito, oppure ricordarsi che la missione sociale dell'università è essere al servizio delle persone, creando l'unico vero spazio in cui sperimentare nuove idee e visioni, farle competere tra loro, e permettere a tutti di beneficiare di proposte nuove per affrontare problemi sempre nuovi.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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