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La benedizione

Contro la politica: lo sfascio culturale di destra e sinistra, che affossano l’emendamento sulle preferenze (per fare dispetto a Meloni e tenersi la poltrona)

Riccardo Canaletti

15 luglio 2026

Ha vinto la politica. La politica vince sempre. Ieri al Camera ha affossato l’emendamento sulle preferenze che avrebbe dovuto mettere d’accordo tutti. Ovviamente è stato un voto anti-Meloni, mentre i “franchi tiratori” della destra che hanno votato contro non lo hanno fatto per fare un dispetto alla premier, ma per garantire il sistema attuale, cioè quello in cui i deputati non vengono scelti direttamente dagli elettori, ma sono dentro a liste bloccate. Evidentemente i soliti sopravvissuti all’interno dei partiti si sono messi paura

Una cosa è certa, ieri alla Camera a far saltare il banco è stata la politica, tutta la politica. Ha ragione Giorgia Meloni quando dice che ha vinto di nuovo “la palude”, perché di questo si tratta, di un gioco infame e sostanzialmente autoconservativo, di caste che, a conti fatti, preferiscono bocciare un emendamento che avrebbe dovuto mettere d’accordo tutti. 

Allora, premessa: questa riforma della legge elettorale (che poi non è manco una riforma della legge elettorale ma vabbè, ne riparleremo) ha tantissimi difetti, è confusionaria e va discussa moltissimo, in ogni suo aspetto. Ci sono tanti problemi nel testo, e pure molti nei partiti che la sostengono, ma bisognerebbe provare a ragionare nel merito quando si tratta di questioni tanto delicate. Come avremmo dovuto fare (e non abbiamo fatto) con la riforma della giustizia, affossata con un voto politico anti-Meloni. 

Bene, fatta la premessa, le preferenze avrebbero davvero dovuto mettere d’accordo tutti. I partiti di sinistra, che dovrebbero essere quelli vicini al popolo e invece, votando contro, difendono il sistema delle liste bloccate (e cioè dei nominati all’interno del Partito). 

Il Movimento 5 Stelle, che dai tempi della piattaforma Rousseau l’ha menata ogni giorno con la democrazia diretta e ora, invece di auspicare che i propri deputati vengano scelti dagli elettori, ha votato contro per mero tribalismo politico, per fare dispetto alla Meloni. 

Tutti avrebbero dovuto e potuto fare un passo nella direzione delle preferenze. Anche perché uno dei problemi più grandi in Italia è l’astensionismo, il fatto che la gente non vada più a votare, convinta che nulla cambierà e soprattutto che a vincere siano sempre gli stessi, i soliti sopravvissuti nel Partito. 

"Ha vinto la palude" (Giorgia Meloni, 14 luglio 2026)
"Ha vinto la palude" (Giorgia Meloni, 14 luglio 2026)

Tutto questo ha del ridicolo e quella parte di destra che ha affossato l’emendamento non ha neanche capito il danno politico che ha fatto alla maggioranza. La destra aveva due grandi riforme da fare, quella della giustizia e questa qui (che, almeno per questa legislazione) avrebbe dovuto sopperire a quella più lunga del premierato. La prima l’hanno persa e ora stanno perdendo questa su alcuni punti essenziali, per i quali persino Giorgia Meloni, cioè la premier, si era esposta direttamente. Che segnale politico è?

E pure la sinistra, che ogni volta che la Meloni perde inizia a sbraitare a urlare e a battersi il petto, che ogni volta, pretende le elezioni anticipate, che smania per tornare a votare prima della fine dei cinque anni, ma che senso delle istituzioni ha, che rispetto ha per i cicli “naturali” della politica democratica di questo Paese? 

Perdere su un emendamento del genere è brutto, ma non è automaticamente un segnale che si debba andare a elezioni. Non apre una crisi di governo, come auspica Conte, e non legittima la sinistra a fare niente, come crede Schlein. Per quello servono gli elettori, che è previsto tornino a votare fra un anno, non ora, sull’ondata di questi pseudosuccessi dell’opposizione. 

La politica non è una partita di calcio. E se per loro lo è, allora dovremmo essere contro la politica. 

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