Beppe Grillo, giorni fa, ha scritto che i Cinque Stelle, una volta arrivati al potere, sono cambiati, hanno perso la propria identità comportandosi in maniera opposta a quanto dicevano quando erano all’opposizione. Altro ieri Virginia Raggi, ex sindaca di Roma, ha rotto con il gruppo pentastellato in Campidoglio non votando sull'Assestamento di Bilancio del Campidoglio! Ieri, sul “Quotidiano Nazionale”, Vincenzo Spadafora, deputato M5S della prima ora, ex sottosegretario alla Presidenza, ex ministro, alla domanda su Grillo ha detto: “che il movimento sia cambiato è fuori discussione, (…) ha rinunciato ad alcuni valori fondativi”. Oggi Luigi Di Maio, ex vicepresidente della Camera nella legislatura del 2013, quella del trionfo elettorale di Grillo, ed ex ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, intervistato dal Giornale, alla domanda sul giudizio di Grillo sul Movimento dice: "Beh, come dargli torto?".
Dalle reazioni dei politici e dei giornaloni, sembra che Grillo con quelle affermazioni abbia dato avvio a un nuovo progetto politico o comunque a un processo di aggregazione/attenzione verso elettori che la politica attuale non vede (popolo delle grandi manifestazioni e referendum). Ma la sua affermazione sul Movimento si basa su verità inoppugnabili o è una esagerazione di Grillo? Nel mio piccolo, ho sperimentato sulla pelle questa “trasformazione antropologica”, durante i due mandati in Commissione parlamentare di Vigilanza Rai. Nel primo mandato (2013-2018), con Fico presidente della Commissione, pur essendo i Cinque Stelle all’opposizione dei governi Renzi e Gentiloni, la Vigilanza riuscì ad approvare provvedimenti che avrebbero davvero potuto (e dovuto) cambiare la Rai dopo tanti anni di immobilismo. Penso al Piano Newsroom, che a regime avrebbe fatto risparmiare fino a 100 milioni, approvato in Commissione e in Cda ma mai applicato dall’azienda, tenuto chiuso in un cassetto, mentre ancora oggi il servizio pubblico italiano, unico in Europa, continua ad avere una proliferazione senza pari di testate, direttori, vicedirettori…
Penso anche al provvedimento contro i conflitti di interessi degli agenti e dei conduttori, un regolamento che, se applicato in maniera corretta, avrebbe fatto risparmiare all’azienda e avrebbe ridato ai dirigenti il potere di decidere sulle trasmissioni, invece di appaltare le scelte a pochi soggetti esterni. Ma quella Commissione di Vigilanza approvò anche altri provvedimenti importanti, come lo stop agli sprechi nella Tgr, il blocco della moltiplicazione inutile di inviati all’estero con la rotazione, la vigilanza vera su abusi e storture in azienda. Dopo il 2018, con i Cinque Stelle al potere, è cambiato tutto. I Cinque Stelle, con Conte premier, diventarono i primi difensori dello status quo, i primi conservatori del partito Rai, arrivando a esprimere anche l’amministratore delegato. Addirittura, il partito nato per la trasparenza, per la democrazia diretta, per l’apertura delle istituzioni come una scatoletta di tonno, mi impedì di poter visionare le schede della votazione su Marcello Foa presidente Rai, una votazione palesemente viziata, che fu fatta addirittura ripetere pur essendo stata bocciata in prima battuta. Un vulnus istituzionale senza precedenti, perpetrato grazie al voto decisivo dei Cinque Stelle. Un colpo letale a un ruolo fondamentale per la Rai come quello del presidente di garanzia.
E da lì iniziò la stagione più buia del servizio pubblico, quella delle dirette di Conte che si sostituivano addirittura alle edizioni dei tg, delle immagini girate direttamente da Palazzo Chigi e trasmesse a reti unificate in tutti i tg Rai. La stagione dei direttori di tg palesemente schierati che, un minuto dopo l’esito delle elezioni, passavano direttamente dalla guida di una redazione del servizio pubblico alla poltrona ministeriale. La stagione della lottizzazione selvaggia delle trasmissioni, dei biografi di Salvini catapultati alla conduzione dei programmi. Oggi, purtroppo, tutto questo sembra normale, perché chi è arrivato dopo ha fatto anche di peggio (basta vedere come è ridotta Raitre), ma tutto ha avuto inizio con la Rai gialloverde. Ecco perché Grillo ha ragione, ma forse sarebbe dovuto intervenire un po’ prima.