E va bene. Garlasco ormai sarà pure “avanspettacolo”, ma diciamo la verità: la realtà ci mette del suo per far sì che questo sia possibile. Le sit rese nel novembre 2025 in Procura a Brescia dagli avvocati Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi rendono l’idea di quanto, dopo vent’anni, il caso di Garlasco sia pasticciato e contengono tutto e il contrario di tutto. I punti principali sono sempre gli stessi. Come facevano i tre azzeccagarbugli della Lomellina a sapere dell’archiviazione dell’inchiesta a carico di Andrea Sempio prima della notifica all’indagato? Chi ha stabilito l’onorario da 45mila euro? Come poteva Lovati essere in possesso della consulenza Linarello se coperta da segreto d’indagine? Nessuno si è mai posto il problema? Davanti al timbro della procura sui fascicoli, Lovati dice una cosa, Soldani ne dice un’altra, l’avvocato Grassi poi dice di non ricordare, di non sapere, di essere un civilista, di non sapere nulla di penale “se non l’esame all’università”. Dice poi di non aver alzato un dito, di non aver mai fatto nulla e che pure a lui faceva un po’ strano ricevere 15mila euro per quelle particolari indagini difensive da parte dei Sempio, in contanti, in nero. Gli faceva strano, un po’ anomalo, ma non obiettava perché, tutto sommato, i soldi son soldi. Però ecco: che bello, che pacchia guadagnare così. Anche noi di MOW, da grandi, vorremmo essere gli avvocati di Andrea Sempio, perlomeno tra il 2016 e il 2017, perché il successivo onorario percepito dall’avvocato Lovati, inferiore ai mille euro, in confronto è stato ben poca cosa: “Andrea e il padre mi hanno detto di non avere disponibilità. Prima Soldani e Grassi chiedevano soldi e loro li portavano. Io non ho chiesto soldi. Ci sono clienti che pagano senza chiedere. Loro ottemperavano alle richieste e andava bene così”.
Infatti, già al principio dell’interrogatorio, l’eclettico Lovati, alla domanda degli inquirenti su chi avesse stabilito l’onorario, dice la sua: “Nessuno aveva parlato della cifra da chiedere né era stato detto nulla ai Sempio, almeno in mia presenza. Io ricevevo i soldi man mano che li portavano, senza una predeterminazione a monte dell’importo”. Peccato che l’avvocato Soldani sostenga il contrario: “È stato Lovati a decidere la cifra, che anche per noi era congrua, data la delicatezza del reato”. Si parla di 45mila euro in contanti che i Sempio, a ogni incontro effettuato - secondo quanto reso dai tre avvocati, Giuseppe e Andrea si facevano perlopiù rassicurare - portavano in buste dai 2mila a 6mila euro circa (a seconda delle ricostruzioni dei 3), sino a raggiungere, a più riprese, i 45mila euro stabiliti. L’avvocato Grassi aggiunge che l’accordo è stato preso con i Sempio “a metà gennaio (…). Io ho preso la stessa cifra degli altri anche se il mio ruolo è stato di minore rilievo. Ho ricevuto tutti i pagamenti in contanti e non ho mai emesso alcuna fattura”. All’avvocato Grassi questa storia di essere stato pagato per non fare nulla pare pesare particolarmente, quasi come se si sentisse davvero in colpa. Infatti, in questa sit, gli inquirenti gli domandano perché abbia mentito alla stampa sulle cifre percepite dai Sempio e lui risponde di aver mentito per vergogna. Poi ancora “So che questa cifra viene criticata nelle varie trasmissioni televisive, ma in realtà di lavoro ne abbiamo fatto”. Perché, però, i 45mila euro sono stati divisi in parti uguali se Grassi dice di non aver fatto praticamente nulla? “In effetti anche io ritenevo di non meritarmi tale compenso, ma così hanno deciso i colleghi. Il mio lavoro è stato marginale e ho inoltre beneficiato dell’esposizione mediatica. Ricordo di avere fatto le foto alla scuola delle scarpe di Andrea Sempio, che ho fatto recapitare alla trasmissione Quarto Grado”. Almeno queste parole di Grassi, in contraddizione con le sue stesse e precedenti, trovano in parte conferma in quelle di Lovati, il quale sostiene che i suoi due colleghi non abbiano “fatto nulla. Ho fatto tutto io. Arrivavano i soldi e non ho obiettato”. Peccato che vadano a scontrarsi con quelle di Soldani, il quale sostiene che l’onorario stabilito fosse perfettamente commisurato all’impegno necessario per analizzare tutte le carte. Incluse quelle che Lovati avrebbe ottenuto dall’avvocato Tizzoni - fatto un po’ anomalo, essendo la controparte, ma giustificato dalla loro amicizia - e la consulenza Linarello ottenuta, a dire di Lovati, dal giornalista Sulas.
Carte che però presentano il timbro della procura. Un timbro che nessuno pare aver notato. Lovati ne prende atto davanti agli inquirenti, ma ritiene che si tratti di atti privati, in quanto derivanti da un’investigazione privata, “anche se sapevo che avevano dato origine all’indagine a carico del mio cliente”. Soldani invece, alla vista del timbro, rimane senza parole: “Non so cosa dire. Ho ricevuto il documento da Lovati”. Grassi invece dice di non essersi nemmeno posto il problema: “Non so nulla di penale se non l’esame all’università”. Gli inquirenti si domandano come fosse possibile avere accesso a quel fascicolo da parte della difesa di Sempio e gli avvocati concordano sul fatto che, d’altronde, “tutta Italia sapeva che c’era l’indagine su Sempio”. Come poteva, però, il giornalista Sulas essere in possesso delle carte che poi sono finite nelle mani di Lovati? Questa domanda la pone anche lo stesso Garofano a Soldani, il quale ritiene di non essere obbligato a rispondergli e dunque lo ghosta. “Non essendo avvezzo al penale (aridaje), non ho la malizia”, risponde Grassi alla domanda degli inquirenti. “Non mi sono mai posto il problema che fossero atti dell’indagine. Sapevo che c’era l’indagine, ma non ho collegato i fatti”. Pure l’agente Silvio Sapone, che faceva parte della sezione dei Carabinieri che indagava su Sempio, agli inquirenti dice di non sapere, di non capire, di non essere capace quando gli viene domandato il perché e il percome delle intercettazioni e dei suoi contatti diretti con Andrea Sempio. È particolarmente singolare la sua sit, nella quale dice di aver effettuato le intercettazioni senza aver neanche mai visto gli atti delle precedenti indagini: “Facevano tutto i magistrati”. “Solitamente chi intercetta ha conoscenza delle indagini”, però incalzano gli inquirenti. “Si sapeva dei sospetti su Sempio dai giornali”. Beh, tutto bellissimo. Anche chi effettua le indagini apprende un po’ tutto dai giornali, fonte miracolosa di informazioni. Perché le ambientali, poi, sono state attivate solo su una delle due autovetture dei Sempio? “Non lo so. Non ricordo perché non è stata fatta. Io sono un po’ un asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo”. Insomma, l’importante, per prendersi onorario o stipendio, in questo caso pare essere non sapere le cose. Forse conviene.