Era l’ultima puntata e il sipario è calato sul più bello. Quando, cioè, Massimo Giletti ha fatto quello che in molti, ormai da tempo, si trattenevano dal fare: cantarle al generale Luciano Garofano. Ex grande capo dei RIS di Parma, ex superconsulente (pure di Andrea Sempio), ex opinionista equilibrato. Ex padreterno. Oggi sedicente infallibile avvocato di se stesso coi nervi tirati ogni volta che l’argomento è il delitto di Garlasco e la sequela di errori fatti nelle primissime ore delle indagini dopo la scoperta del corpo di Chiara Poggi. Ieri sera, signori, non è andata solo in onda l’ultima puntata di Lo Stato delle Cose, ma s’è consumata la tragedia del legittimo dubbio soffocato dall’estetica della tracotanza.
Massimo Giletti, nel tentare di ricomporre il mosaico investigativo di Garlasco, si è scontrato con quel vetro che fa sembrare eleganza — intesa come rigore — ciò che invece è dogmatismo pure quando c’è di mezzo la scienza. Il dibattito sul DNA ritrovato sulle unghie di Chiara Poggi è ormai scissione dell'io collettiva. Da una parte l’evidenza scientifica che punta verso la linea paterna di Andrea Sempio escludendo Alberto Stasi; dall’altra una resistenza istituzionale che nega il fallimento per preservare l'ipertrofia del proprio simulacro pubblico. Sentire il genetista Marzio Capra liquidare quella traccia come una "casualità" - senza dire che è la stessa casualità che c’è nel centrare il 6 al SuperEnalotto - quasi che il destino si divertisse a seminare profili genetici per puro scherzo, "non sta né in cielo né in terra", come ha giustamente sottolineato il conduttore.
Il clima s’è fatto asfittico quando poi il giornalista, colui che per vocazione dovrebbe agire come funzione regolatrice della realtà, viene dapprima castrato dal silenzio e poi sospinto verso l’irrilevanza attraverso un per nulla sottile meccanismo di gaslighting istituzionale. Lo scontro tra Giletti e il generale Luciano Garofano sulla porta a soffietto della cantina è l’emblema di tutto: davanti a dubbi legittimi su analisi che parrebbero parziali, il generale si rifugia in un’offesa sdegnata: "Lei come nella puntata precedente vuole provocarmi... non merita nessun commento la sua risposta e quella di altri". Il problema, però, è che qui si annulla il diritto alla domanda. Quando l’autorità perde la propria dignità, non risponde al merito ma colpisce l’osservatore, degradandolo. "Mi spiace Generale che lei dica che io non meriti una risposta, io credo di meritarla per il mazzo che mi sono fatto - ha replicato un Giletti ormai sbroccando, ma lucido nel denunciare un sistema dove le indagini, dopo vent’anni, appaiono fatte "con i piedi". È la solita ripetitiva tragedia di un Paese dove chi osa ancora interrogare si macchia di lesa maestà, mentre i custodi del dogma si trincerano dietro il "non ricordo" o il "non merita risposta".
Questa ineleganza imbellettata trova il suo apice nel paradosso del DNA: perfetto quando incastra Stasi sulla cannuccia di Estathé, "inaffidabile" o "artefatto" quando sfiora altri lidi. Giletti, con amaro sarcasmo, coglie il punto: "Se tocca Stasi va tutto bene, se tocca un altro c’è un però". È la negazione sistematica del pensiero critico. Con, in più, quella vena condivisa di sangue amaro verso i giornalisti: quelli che alla fine hanno la colpa di tutto perché mossi da chissà quale dietrologia, che però non c’è quasi mai e è solo voglia di fare al meglio il proprio mestiere. Eppure, nell'arena televisiva trasformata in tribunale dell'inquisizione estetica, quell'unico "uno" che chiede conto di una spazzatura non analizzata per un anno o di una porta analizzata senza verbali che spiegano bene come sia stata analizzata viene deriso con la promessa di un "esame di riparazione". Il tutto mentre gli avvocati si promettono scontrini futuri e le parti civili insistono nel "rimettere al centro di tutto Alberto Stasi" nonostante le evidenze contrarie.
Quello che succederà dopo, però, non sarà Massimo Giletti a raccontarcelo. Perché Lo Stato delle Cose chiude. E con quell’amaro e velenoso "Ad Maiora, da lunedì prossimo Ad Maggioni", è andata in scena la celebrazione della vittoria della rimozione coercitiva: se la domanda scotta troppo, si cambia il domandante. Non il comandante. Resta la platea, assuefatta a questo spettacolo di bassissima eleganza, a osservare i cocci di una giustizia che non cerca più la verità, ma la propria auto-conservazione. Chi fa il proprio mestiere viene lasciato senza risposte, mentre i sedicenti infallibili continuano a pontificare, protetti da un sistema che ha smesso di servire la sostanza per adorare una forma ormai svuotata di ogni rigore. Garlasco, signori, non è più un delitto, è lo specchio deformante di un'Italia che ha scelto di non guardarsi più per non accorgersi di quanto è deformata.