“Se è pertinente e pruriginoso divertiti. Se è solo pertinente rendilo interessante. Se è solo pruriginoso lascia perdere”. Era uno dei post-it che un vecchio direttore andava attaccando in giro per la redazione. Un vecchio direttore di quelli che, se ci fosse ancora, vomiterebbe veleno sopra ogni pagina sul delitto di Garlasco. Niente passatismi, però, siamo in altri tempi e bisogna che ci si faccia andare bene tutto. Laddove tutto non può significare anche un “oltre ogni logica”. Il buon senso, insomma, deve continuare a essere una cosa seria, anche quando si spinge forte sul gas delle narrazioni e si cavalca qualcosa che è diventata proiezione psichica di massa.
Sì, c’è la Procura di Pavia che giustamente tace. Indaga nel silenzio, con una sobrietà monastica che quasi offende la fame bulimica dei narratori. Ma il vuoto, in psicologia sociale, non resta mai tale: viene riempito. In assenza di carne fresca, i lupi iniziano a sbranarsi tra loro. Si tirano fuori vecchie carte, si azzardano ipotesi, si va a caccia di indiscrezioni come al mercato del pesce. Sia inteso, non è la solita tiritera contro gli Youtuber — da cui anche molti giornalisti (è successo anche ieri sera con le immagini trovate da Bugalalla) attingono senza neanche citarli — ma un "fermi tutti" necessario. Avete mai sentito parlare di "effetto verità illusoria"? Ciò che circola e si sedimenta nella conversazione pubblica finisce per assumere il peso improprio del fatto compiuto, soprattutto se arriva da persone che hanno un titolo o un ruolo.
Prendiamo l’ultimo, inqualificabile, episodio che coinvolge l’avvocato Giada Bocellari, legale di Alberto Stasi. Una professionista finita nel tritacarne per voci infami: avrebbe un amante tra i Carabinieri di via Moscova. Chiaro il meccanismo perverso? È la riduzione della competenza a trombate. Si insinua che la strategia difensiva passi per le lenzuola, che l’accesso alle informazioni sia il frutto di un talamo condiviso. Una volgarità che scavalca il diritto. E pure l’essere ancora minimamente civili. La Bocellari, ospite di un Milo Infante al quale va riconosciuta una maestosità professionale rara, ha dovuto smentire l'ovvio. Ha chiarito di non avere social, ma che è comunque venuta a sapere. Procederà nelle sedi opportune, e fa bene: perché qui il passaggio dalla critica all’integrità della professionista è diventato brutale. Brutale anche perché poi, per quelli che cercano visibilità, diventa a sua volta legittimo andare a guardare con chi era sposato quel magistrato o chi è la sorella di quell’altro magistrato. E così via in un gioco al massacro al grido di “ormai vale tutto”.
E che ormai valga tutto davvero ce l’ha fatto sospettare anche quello che è successo ieri, sempre durante Ore 14 Sera, quando Paolo Reale, consulente informatico della famiglia Poggi, declinando un invito, ha lasciato intendere che la trasmissione di Infante e i suoi giornalisti siano "a libro paga" di Stasi. Ma di cosa parliamo? È l’allusione che corrode, il sospetto che delegittima senza prova, l’ombra gettata con noncuranza su un’intera categoria come farebbero quelli che Reale, almeno stando a quanto dice, combatte ogni giorno e giornalisti non sono. E che, tra l’altro, porta a pensare che se una parte sospetta che la parte avversaria paghi, allora potrebbe essere perché lo fa a sua volta? Signori, diventano cortocircuiti che portano solo a incendi insopportabili. Non siamo più nel campo, tutto sommato pure tollerabile, dei sottoprodotti della curiosità, del popolo della rete e dei social che sceglie un canale più o meno credibile e lo eleva a oracolo confondendo in un’unica categoria chi ha qualcosa da dire, raccontate o commentare, ma di qualcosa che diventa tristemente attivo se alimentato da chi, nel sistema, occupa posizioni che dovrebbero imporre rigore. Se chi ha un ruolo attivo nelle indagini non sa stare nel perimetro della propria funzione, come possiamo pretendere che lo facciano, poi, gli Youtuber o, peggio ancora, i leoni da tastiera? Gli antichi, che avevano meno algoritmi ma più pudore, lo sapevano bene. “Cercare la giustizia in modo eccedente – diceva Eschilo - oltre ogni limite del rito, finisce per tagliare a pezzi la città”. Ecco, Garlasco (intesa come simbolo) è spezzata da un pezzo. Ora, però, simbolicamente siamo passati al tritatutto.
Cercare una "giustizia" che non passi da repliche e che sia ammutolimento, vendetta o gossip, scoficchiare nella vita privata di un legale o sospettare bonifici dietro ogni parola, è lama che gira senza farsi domande. E quando l’argine interiore di ognuno cede, bisognerebbe almeno provare a ricordarsi se c’è un codice deontologico che reindirizzi e aiuti. Andare a frugare nel letto della Bocellari o nelle tasche dei giornalisti non è "fare informazione". È violenza. Senza limiti, cari addetti ai lavori che ce l’avete con gli youtuber o con quelli dei social ma poi fate lo stesso, non c’è libertà, c’è soltanto rumore. E nel rumore la verità smette di essere udibile, soprattutto quella che con un filo di voce sta provando a farsi trovare da 19 anni (ammesso che sia ciò che interessa davvero).