E niente, la Lega non ce l’ha più duro, morto Umberto Bossi, il Senatùr, non se ne può far un altro, ci vorrebbero canottiere, discendenza operaia, passione quasi pasoliniana per un dialetto, il lombardo, che diventava radice identitaria, ci vorrebbe la sua voce roca, i suoi sigari e ci vorrebbe quel sogno federale che avrebbe, finalmente, spezzato in tre l’Italia, unificata malamente dai piemontesi e appiccicata con la saliva di una lingua, quella italiana, imposta dal Tg1: altro che dura, è diventata moscia pure la lingua.
Umberto Bossi è stato il contrario, vero, del “politico nazionale”, non disprezzava il Sud, lo vedeva per quello che era, senza più alcuna autonomia tranne quella di uno statuto speciale che al posto di aiutare penalizza. Quello del Senatore era il turgore verace della cosiddetta “Italia che lavora”, l’arrampamento del boom economico, quando rimboccarsi le maniche e zappare a testa bassa o presentarsi alla catena di montaggio ti dava una prospettiva vera di una vita migliore: oggi, mi pare che più si lavori meno si guadagni; ma sarà una impressione mia.
Si dimise per una storiaccia di fondi che sarebbero transitati verso la sua famiglia. Ma si dimise. Oggi restano attaccati alla “cadrega” con le unghie, coi denti, con le orecchie. E dietro il Senatùr c’era Gianfranco Miglio, un grande politologo al quale dobbiamo gli studi italiani sull’immenso Carl Schmitt e le sue “Categorie del ‘politico’”. Un duro del pensiero, un maestro di realpolitik per cui c’erano gli amici e c’erano i nemici (dalla cronaca recente invece sembra che alcuni intellettuali o artisti siano diventati degli hippy retorici che vorrebbero mettere i fiori nei cannoni mentre la realtà continua a sparacchiare in allegria e tragedia).
Nessuno ce l’ha più duro e mi sembra che ce l’abbiano anche corto, il sillogismo, in quest’epoca di politica social in cui le idee durano quanto una storia su Instagram, in cui mancano le grandi narrazioni. È una realtà corta e moscia, quella di oggi. Non è certo colpa della morte o del ritiro dalla politica di Umberto Bossi. È l’Apocalisse che fa il suo corso senza che nessuno se ne accorga veramente. Era un uomo d’altri tempi, si dice, raramente vero come in questo caso: questi non sono più i tempi del celodurismo. Al massimo la realtà diventa barzotta o si inviagra e impazzisce.