Sal Da Vinci – al secolo Salvatore Michael Sorrentino – trionfa al Festival di Sanremo 2026. E d’altronde, come poteva andare diversamente? L’ultima serata del Festival di Sanremo si apre con un invito alla pace. Le parole dal palco arrivano in un momento delicatissimo: l’Iran è stato colpito da un attacco congiunto di Israele e Stati Uniti e il clima internazionale è teso. L’Ariston ascolta, applaude, ma resta sospeso in una bolla. Perché, come sempre, the show must go on. Il Festival non si ferma, non vuole fermarsi. E forse non può: gli italiani hanno bisogno di leggerezza, di evasione e di un ritornello da cantare e ballare. Non è un caso che in questo contesto si inserisca perfettamente la vittoria del cantante campano. Secondo posto per Sayf con l’altro tormentone della kermesse, “Tu mi piaci tanto”; terza classificata la cassa dritta di Ditonellapiaga con “Che fastidio!”. Un podio che parla chiarissimo: nella musica italiana non c’è più spazio per l’essenzialismo austero o per l’autorialità spigolosa. Il popolo non vuole pensare. E meno il testo è impegnato, meglio funziona. Trionfa infatti “Per sempre sì”, un brano che è un irresistibile tormentone, niente di più e niente di meno. Frutto della penna rodata di Federica Abbate, Alessandro La Cava, Eugenio Maimone, Francesco Sorrentino e Joe Kremont, prodotto da Mark & Kremont: una squadra che odorava di hit già dal primo ascolto. Un laboratorio pop perfetto che ha vestito Sal del brano più incisivo di questo Festival. Che piaccia o no, la canzone vincitrice è già una hit. Anche ieri sera il pubblico dell’Ariston la intonava insieme al cantante durante l’esecuzione. Perfino l’ingresso sul palco di Sal, accompagnato dalle note di “Rossetto e caffè”, mette in difficoltà Carlo Conti, costretto a frenare il pubblico che improvvisa un’esibizione corale: “Ma questa non è la canzone in gara”, ricorda con un sorriso tirato, prima del lancio ufficiale.
Il successo di Sal Da Vinci è evidente e copre persino i colleghi più navigati e i gossip sanremesi forzati, che quest’anno scarseggiano. È riuscito a mettere d’accordo tutti. E chi si aspettava che a consacrarlo sarebbe stato il televoto si sbagliava. Al televoto avrebbe vinto Sayf, in un déjà-vu che ricorda quanto accaduto a Geolier nel 2024 e a Ultimo nel 2019. Il televoto a Sanremo continua a non essere decisivo: a premiare Sal è la somma dei voti delle giurie, mentre il voto popolare resta complementare. Una dinamica che continua a dividere e a far discutere. Quello che questa vittoria lascia è però qualcosa di più profondo: il definitivo sdoganamento dell’immaginario napoletano nel pop mainstream. Sal Da Vinci è campano, ma non ha portato al Festival una canzone in napoletano, né tantomeno “Per sempre sì” può essere definita neomelodica. Eppure la sua identità, il timbro, l’attitudine, il carisma mediterraneo, è chiaramente riconoscibile. Il brano funziona perché è irresistibilmente pop e parla d’amore: il mix perfetto per l’Ariston. Ma funziona anche perché porta con sé una tradizione che per anni è stata guardata con sufficienza. Sicuramente Sal Da Vinci non vincerà il Premio Tenco. Ma oggi, oltre a portarsi a casa il leoncino sanremese, si prende il merito di aver acceso un Festival tiepido, regalandogli un momento collettivo autentico. Forse, più che di spensieratezza, è di questo che oggi l’Italia ha bisogno: di sentirsi parte di un coro. La vittoria di Sal Da Vinci restituisce la fotografia di un Paese che ha bisogno di riunirsi e cantare; da questa visione questa vittoria appare maledettamente giusta. “Per sempre sì” non è solo una canzone di matrimonio, è una canzone che unisce. Il vincitore del festival si prepara ora a portare la sua ventata di allegria anche sul palco dell’Eurovision: è di stamattina la conferma della sua partecipazione al festival europeo. Forse gli europei saranno più pronti ad accoglierlo di quanto lo sia stata, per anni, una parte d’Italia. Perché in Europa non imperversa il pregiudizio sulla Campania con la stessa intensità che ancora serpeggia nel dibattito nazionale. Siamo sicuri che gli europei sapranno apprezzare e godere del carisma mediterraneo di Da Vinci. Che la vittoria di Sal Da Vinci coincida, simbolicamente, con la morte di un certo pregiudizio culturale? Forse è troppo presto per dirlo. Ma intanto, all’Ariston, hanno cantato tutti. E questo, nel 2026, è una vittoria nella vittoria.