L'OMS parla di emergenza sanitaria internazionale (ma non ancora di pandemia), e i nuovi casi di Ebola devono chiaramente allertare tutti. La domanda attualmente è: quali strumenti abbiamo per contrastare un eventuale contagio a livello planetario (cosa, per il momento, non ancora prevista)? Esistono attualmente tre vaccini contro l'Ebola disponibili a livello mondiale. Il principale è l'rVSV-ZEBOV, commercializzato come Ervebo (Merck), un vaccino virale ricombinante vivo-attenuato autorizzato negli Stati Uniti, nell'Unione Europea, in Canada e in diversi Paesi africani, tra cui la RDC stessa. Il secondo è un regime a due dosi composto da Ad26.ZEBOV seguito da MVA-BN-Filo, commercializzato come Zabdeno e Mvabea (Johnson & Johnson), con autorizzazione della Commissione Europea. Tuttavia, l'rVSV-ZEBOV protegge esclusivamente contro la specie Ebola Zaire e non contro altre specie del virus o contro il virus di Marburg. Ervebo è il prodotto che ha cambiato la storia recente delle epidemie congolesi. Ha dimostrato un'efficacia dell'84% durante l'epidemia del 2018–2020 nella RDC nelle persone vaccinate almeno dieci giorni prima dell'esposizione, secondo uno studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases. Viene somministrato in modalità di "vaccinazione ad anello": una strategia in cui vengono vaccinati cerchi concentrici di contatti di una persona esposta, per bloccare la trasmissione. L'OMS raccomanda Ervebo per l'uso in contesti epidemici ed è attualmente l'unico vaccino disponibile nello stockpile globale. Circa 500.000 dosi sono conservate in Svizzera. Zabdeno/Mvabea, invece, è pensato come vaccino preventivo in aree a rischio basso o adiacenti a un focolaio, poiché richiede due dosi somministrate a 56 giorni di distanza. Il problema è che nessuno di questi vaccini è stato sviluppato per il ceppo Bundibugyo. La questione è molecolare prima ancora che regolamentare. I vaccini contro Ebola prendono di mira la glicoproteina di superficie del virus (GP), la proteina che consente al patogeno di legarsi alle cellule ospiti e fondersi con le membrane cellulari. Ma la glicoproteina del ceppo Zaire e quella del ceppo Bundibugyo sono sufficientemente diverse da rendere improbabile una protezione crociata efficace. Uno studio pubblicato su Science Translational Medicine ha analizzato la risposta immunitaria indotta dal regime a due dosi Ad26.ZEBOV/MVA-BN-Filo (Zabdeno/Mvabea) e ha trovato che, nonostante la natura multivalente del vaccino MVA, la risposta immunitaria complessiva era specifica per il ceppo Zaire, con reattività crociata limitata verso altri filovirus come il virus di Marburg o altri ceppi Ebola. I sieri raccolti da individui guariti dall'epidemia da virus Bundibugyo del 2007 hanno mostrato un analogo pattern patogeno-specifico con scarsa reattività crociata.
Nel corso della conferenza stampa di sabato 16 maggio, il direttore generale di Africa CDC Jean Kaseya ha rivelato un dato significativo: esiste un candidato vaccino sperimentale contro il Bundibugyo che i ricercatori stanno continuando a studiare, ma è stato testato finora solo su scimmie. Kaseya ha precisato che ha mostrato un'efficacia di circa il 50% nei modelli animali e che la sua potenziale efficacia nell'uomo non è ancora stata valutata. Un tasso di efficacia del 50% in un modello non-umano è un punto di partenza, non un risultato clinicamente utilizzabile. Per poter essere impiegato sull'uomo — anche in via emergenziale — un candidato vaccino deve dimostrare un profilo di sicurezza adeguato almeno nella Fase I degli studi clinici, che in condizioni normali richiede mesi. L'OMS dispone di un meccanismo noto come protocollo CORE per la valutazione accelerata in contesti epidemici, ma le sue applicazioni restano vincolate alla disponibilità di dati minimi sull'uomo. Il motivo per cui non esiste ancora un vaccino approvato per il Bundibugyo non è puramente scientifico — è in gran parte economico e strategico. Come spiega la letteratura scientifica, i meccanismi di finanziamento della ricerca vaccinale rispondono storicamente alla frequenza e alla visibilità delle epidemie: il ceppo Zaire ha causato oltre una dozzina di focolai nella RDC dal 1976, compresa la devastante epidemia 2018–2020 nel Nord Kivu con oltre 3.400 casi. Il Bundibugyo è comparso solo due volte prima del 2026. Ad oggi, solo tre candidati vaccini specifici per il Sudan virus (un'altra specie priva di vaccino approvato) hanno raggiunto la fase di studi clinici di Fase I. Due vaccini basati su adenovirus di scimpanzé — uno che esprime la GP del virus Sudan e uno che esprime sia la GP di Ebola Zaire che quella del Sudan — sono tra i candidati più promettenti. Per il Bundibugyo la pipeline è ancora più esigua. A dicembre 2025, alcuni ricercatori hanno pubblicato su Nature Communications i risultati di una strategia vaccinale basata su nanoparticelle in grado di indurre risposte anticorpali robuste contro diversi filovirus contemporaneamente nei modelli murini, aprendo una strada verso una protezione più ampia e multivalente. È ricerca di frontiera, promettente, ma lontana dall'applicazione clinica.
Oltre al vaccino, il vuoto terapeutico per il Bundibugyo è altrettanto critico. Per il ceppo Zaire, la medicina dispone di anticorpi monoclonali approvati, Inmazeb (combinazione di tre mAb, approvata dalla FDA nel 2020) ed Ebanga, che hanno dimostrato un'efficacia significativa nel ridurre la mortalità. Come ha sottolineato il professor Francesco Vaia dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Spallanzani di Roma in una dichiarazione raccolta da MeteoWeb: gli anticorpi monoclonali sono la base consolidata della terapia contro Ebola-Zaire, ma per il Bundibugyo al momento non sono disponibili. La ragione è ancora una volta la specificità: gli anticorpi monoclonali terapeutici riconoscono epitopi precisi sulla glicoproteina virale. Epitopi che, nel Bundibugyo, sono strutturalmente diversi. La ricerca su anticorpi "pan-filovirus" — in grado di legare più specie contemporaneamente — è attiva da anni. Esiste un interesse significativo nello sviluppo di anticorpi monoclonali ad ampio spettro, con il principale bersaglio rappresentato dalla glicoproteina virale di superficie. Tra i candidati più studiati, l'anticorpo BDBV223 è stato isolato da un sopravvissuto all'epidemia di Bundibugyo del 2007. Ma nessuno di questi è ancora approvato per l'uso clinico. In assenza di vaccini e terapie specifiche, la risposta medica si affida interamente alle misure di supporto e di contenimento: isolamento precoce dei casi, reidratazione, trattamento dei sintomi, e la prevenzione delle infezioni in ambiente ospedaliero — che in questa epidemia ha già dimostrato le sue lacune, con almeno quattro operatori sanitari deceduti a Bunia.