Dato che in questi giorni usa particolarmente lo strumento della lettera aperta, ad esempio quella di Marina Berlusconi su Repubblica in favore al sì, ne abuseremo anche noi. Ci rivolgiamo a Giorgia Meloni. In questa captatio benevolentiae ci teniamo a precisare che quanto seguirà non è certo volto a propagandare il sì piuttosto che il no, ma ha la pretesa irrealistica e anche un po’ presuntuosa di richiamare alla realtà il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, immersa in una guerra mediorientale romanamente descrivibile come “greve”, trova il tempo di registrare addirittura uno spot per il sì. Senza scendere nel merito dei contenuti, che non ci interessano, però, registriamo quanto sia vera la massima che le quindicimila femministe inferocite che l’8 marzo protestavano per le vie di Milano definirebbero come sessista e patriarcale, ovvero che le donne davvero riescono a fare più cose contemporaneamente a differenza del maschio. Ma tanto multitasking rischia d’esser vano, oibò, perché la ricetta per portare alla vittoria il sì è data da tre semplici ingredienti, più l’uno segreto, ma che conoscono tutti: primo, mai parlare del sì (il sì è un po’ come il Fight club, prima regola, mai parlarne); secondo, parlare un po’ più dell’Iran (se Le avanza del tempo, o severa e algida Madre d’Italia!); tre, fare promesse sulle accise della benzina, che ora schizzerà a dei prezzi mai esperiti se non dai tempi delle due guerre del Golfo (e che chi scrive mai ha sperimentato per ragioni prettamente anagrafiche e non certo d’indolenza). E l’ingrediente segreto? Ve lo sveleremo alla fine di questo ben articolato discorso, ma nel frattempo, seguiteci in questa splendida ricetta che vi aiuterà, politici, bruocrati, influencer e pseudo-guru del garantismo, a cucinare con gusto la vittoria di questo referendum.
Bisogna scrivere una pagina storica di cui andar fieri, pena soffrire il proprio riflesso ogni mattina, biasimandosi di non aver fatto abbastanza, perché ciascun self-made man (or woman, or transgender) che si rispetti mai accuserebbe l’altro della propria sconfitta, ma piuttosto arriverebbe a fustigare sé stesso con il cilicio o la disciplina (un vero e proprio frustino piombato) sulla schiena pur di riconoscere che anche il dolore non è altro che un sentimento che va dominato né più e né meno come il tempo. Ma tralasciando questioni spirituali e corporali, eleviamoci nelle alte sfere celesti della burocrazia e soprattutto della fiscalità. Le fiamme che si divorano il cielo persiano, avvolto di nubi nere da cui piove letteralmente petrolio, sono niente meno che l’effetto collaterale del testosterone in eccesso nella fisiologia del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e della cospirazione sacerdotale contro la serenità promossa da Benjamin Netanyahu, i cui sogni di gloria a che servono se non raccolti nell’amore? Ma ecco, perdonate il continuo divagare, stamani proprio non riusciamo a contenerci. Parlare di accise sulla benzina è qualcosa che riesce difficile perfino a noi che siamo pagati proprio per questo. Non siamo dei maghi a differenza di speculatori, gas traders, tra i quali vi sono anche quelli che poco prima dell’attacco israelo-americano a Teheran hanno alzato i prezzi in anticipo rispetto allo scenario che poi si è realizzato, contribuendo, per altro, a concretizzarlo. Però, ecco, chi ci governa, almeno in teoria, dovrebbe essere retribuito lautamente dai propri contribuenti proprio per difenderli da queste distorsioni, certamente legittime, ma piuttosto discutibili, del mercato. L’autorità dell’Energia dovrebbe essere attenzionata dal potere di vigilanza con qualche sanzione o provvedimento vario, perlomeno, ma non è certo una novità, come si nota anche su MilanoFinanza stamani, che eventi di una simile portata influenzino quasi istantaneamente il prezzo del carburante alla pompa di benzina. Però, sapete qual è il punto? Beh, la questione delle accise, sua Maestà Meloni, se l’è tirata addosso da sola. È la solita storia delle promesse non mantenute, ma non crediate sia nostra intenzione di lanciarci nell’ennesima invettiva contro la propaganda che poi non ha trovato riscontro nella realtà. Anzi, esortiamo il Presidente del Consiglio a riprendere quella propaganda.
Semplicemente, continuare a raccontare questo tipo di balle, oggi, sarebbe l’unica cosa giusta da fare per Meloni a livello di comunicazione. Sarebbe più coerente, meno distante dalla realtà, per quanto illusoria la possibilità di rinunciare, per l’Erario, a 25 miliardi di incassi che considerando insieme ad essi anche l’Iva sulle stesse accise, raggiungono la vetta dei quaranta. Tra l’altro, con l’aumentare dei prezzi della benzina, aumenta anche l’incasso da parte dello Stato, dunque, sarebbe geniale da parte di Meloni, abbandonare una volta per tutte la battaglia per il sì. Una battaglia che, se ancora non l’avete capito, si combatte da sola. La battaglia per il sì è come una pozza di sabbie mobili, l’unica via di scampo è restare fermi. Ma no, Meloni parla di tutto quel che andrebbe taciuto. Se si parlasse un po’ più dei problemi concreti che affliggono il mondo, il sì tornerebbe a salire, proprio come il prezzo della benzina. Sarebbe brutto se ad un certo punto, l’elettorato che ha portato al governo Fratelli d’Italia venisse a scoprire, deluso del crescente elitarismo della rozza classe politica arroccata come bolscevichi a Palazzo d’Inverno, che l’unico a tentare di risolvere quel tremendo problema delle accise fu proprio il tanto odiato dalla classe media, Romano Prodi. Sì, il Mortazza nazionale idolatrato dalla sinistra dei salotti e detestato dalla destra dei tassì, dei barbieri, dei commercianti e dei contadini. Ma ora la destra da sociale qual’era all’opposizione si è imborghesita come il peggiore dei socialismi democratici, in quanto partita dalle periferie, ora dimenticate e (state a vedere), presto disprezzate. Romano Prodi nel 2007 aveva tentato il sistema delle accise mobili, un automatismo per cui l’aumento del gettito Iva conseguente alla crescita del prezzo alla pompa avrebbe compensato una corrispondente riduzione delle accise allo scopo di ridurre l’impatto sul prezzo finale. Questa clausola però non è mai più stata applicata e in seguito Mario Draghi preferì d’intervenire direttamente sulle accise. A differenza di entrambi, il governo Meloni, che difficilmente rinuncerà a quell’anomalia per cui il prelievo fiscale sul carburante sia in grado di rimpolpare alla grande le casse dello stato. I cittadini italiani, infatti, pagano l’Iva anche sulle accise, pagando addirittura una tassa sulla tassa. Ma tutto questo è troppo difficile da comprendere per chi non ha tempo di leggere i giornali, costretto a spaccarsi la schiena tutto il giorno. Tutto questo chi governa lo sa bene e si guarda bene dal parlarne, ma tacendo comunque sbaglia, pur non avendo una soluzione vera e propria a questo problema. E sapete perché?
Perché si sono dimenticati qual è l’ingrediente segreto di cui vi si accennava in principio a questo sproloquio. Parliamo dell’amore. L’amore per quella feccia sporca e lurida, sempre pronta a indignarsi, a polemizzare, a rompere il c**o. Meloni si è dimenticata che in quanto Madre d’Italia agli italiani dovrebbe tornare a restituire un po’ di quell’amore materno che l’ha portata al governo. Quella sua durezza contro l’elite globalista e cosmopolita era mossa dallo stesso amore di una madre che lotta per difendere i propri figli dalle avversità della natura, dagli avvoltoi, dai migranti inferociti. Difendeva gli italiani dalla realtà di un mondo che è ben più crudo di quanto ciascuno di noi italiani, possiamo immaginare e dunque. Ma tornando alla ricetta per far vincere il sì, gli ingredienti erano: non parlare del sì, parlare un po’ più di Iran e di accise sulla benzina. Ecco, all’ultimo di questi ingredienti va unito quello segreto, l’amore. Come? Attraverso la menzogna, una menzogna a fin di bene. Toglieremo l’Iva sulle accise, toglieremo le accise, vi libereremo finalmente dalla pressione fiscale! D’altronde non sarebbe la prima volta no? E allora dato che s’è fatto trenta, perché non far trentuno? D’altronde è una bugia a fin di bene. Il bene per l’Italia, ovvero restare al comando. Perché il bene, siamo noi, e voi, non siete un c**o.