Colpisce il modo in cui Fratelli d’Italia sceglie di attaccare Giuseppe Conte attraverso i suoi social, perché è sintomatico di tante cose. Nel titolo del post “ma poi ti beccano a pranzo con un emissario di Trump” – il riferimento è a Paolo Zampolli – Trump è inteso come qualcosa di negativo, qualcuno con cui è meglio non compromettersi. Sembra quasi sottintendere che ci sia qualcosa di male nell’essere amici di Trump – che sta facendo tante ca**ate in Iran – ma che intanto in Italia ha mandato in missione speciale il suo inviato per sondare se del vecchio Giuseppi ci si può ancora fidare. D’altronde manca poco alle prossime elezioni. Ma da che pulpito FdI tratta come il peggiore dei Soros Donald Trump? Fino all’altro ieri Meloni era pappa e ciccia con il tycoon. Ecco, sì, l’altro ieri, appunto. Intanto nelle ultime quarantotto ore si è rischiato lo schianto del ministero dell’Interno. L’ennesimo scivolone sulla pucchiacca, per dirla alla Feltri. Ma il principio di tutto questo dissidio è ben più lontano. La prima incrinatura la si trova nella rottura tra Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio in Mps, risalente addirittura a fine gennaio. Poi, a ridosso della vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo, è scoppiata la guerra grande in Medio Oriente, madre di tutti i mali, e qualcosa, in seguito, dev’essere successo. Anzi, due cose. Una di queste è la ragione per cui, secondo Dagospia, Meloni sarebbe arrabbiata con Roberto Cingolani. Poi, ancora, è scoppiato il referendum e tante altre magagne sono emerse tutte insieme, una dopo l’altra (Piantedosi incluso) con un tempismo abbastanza incredibile. Il tutto, peraltro, in quella che gli addetti ai lavori definiscono la “stagione delle nomine”. Stupida, stupida sfortuna. Ma la sfiga non era quella che ci vedeva bene? Certi amici, forse, è meglio non farli arrabbiare, ma come al solito, andiamo con ordine.
Mentre più di dieci milioni di italiani se ne stanno incollati agli schermi dei loro televisori per seguire il Festival di Sanremo, nella notte di sabato 28 febbraio scoppia la guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. E fin qui ci siamo tutti. Era da mesi che le portaerei americane, gli aerei cisterna, i bombardieri e tutto il resto dell’ambaradan se ne stavano concentrati nel Mediterraneo orientale, pronti all’offensiva. L’Iran risponde con i missili colpendo anche Dubai, dove per qualche ragione c’è il ministro della Difesa Crosetto (e uno). La Farnesina, totalmente presa alla sprovvista (e due), reagisce in modo scomposto alla crisi. Meloni chiede la de-escalation, Tajani invita a non affacciarsi alla finestra per paura dei droni, Crosetto se ne torna in Italia un po’ imbarazzato e inizia a raccontare di essere costretto a sapere cose che non lo fanno dormire la notte. Una base italiana viene colpita in Kuwait e nel frattempo i mezzi aerei statunitensi prendono a fare scalo logistico a Sigonella, per poi raggiungere altre basi Nato, dalle quali entrano in conflitto diretto con l’Iran. Teheran chiude lo stretto di Hormuz. Letteralmente per secoli si sono combattute battaglie navali impossibili per il controllo dell’isola al centro di quello stretto, ovvero l’isola di Kharg, circondata da acque così basse da essere difficilmente navigabili da navi non “autoctone”. Il rischio di finire a sbattere contro migliaia di mine messe lì apposta, come un tappeto di chiodi su cui far camminare scalzi gli occidentali, è altissimo. Ma Trump è convinto che gli americani siano il popolo eletto. Si sbaglia, o si confonde. Il prezzo del petrolio schizza a livelli mai visti. Gli europei iniziano a mandare le proprie navi per difendere la base di Larnaka a Cipro, fra le prime ad essere raggiunta da un drone iraniano, poi abbattuto. Però, a parte Londra, nessuno vuole farsi risucchiare in questa guerra. È qui che le richieste statunitensi agli “amici” del Vecchio Continente iniziano a farsi sempre più pressanti. Il Regno Unito prima si rifiuta di partecipare, poi acconsente. I francesi, in sostanza, pure, e l’Italia… l’Italia è in difficoltà. C’è il referendum il 22 marzo. La guerra non può irrompere ancora nell’oasi delle polemiche. Ne va la stabilità di uno Stato che da sempre è la piattaforma centrale nel Mediterraneo per gli americani. Il NO non deve vincere, sarebbe come far vincere i comunisti. Se vincerà, dal punto di vista americano, forse Meloni non è poi così indispensabile come si voleva credere. D’altronde, con i suoi marginali e ininfluenti equilibrismi, da un qualche tempo la premier ha iniziato a rompere un po’ troppo le scatole. Lei, e gli amici suoi. Il primo? Roberto Cingolani, il ceo di Leonardo che ha presentato a Roma il Michelangelo-Dome, una cupola per i missili tutta europea, a inizio marzo.
Perché Meloni non ha scelto l’Iron Dome che usa Israele? Che c’è? Non si fida? Ha paura di mostrarsi troppo amica di chi la protegge da tutti i punti di vista? Bene, ce ne ricorderemo. Intanto lasciamo che gli italiani si arrovellino attorno al caso Piantedosi. Dietro le quinte si tramerà per metterci qualcun altro al posto del povero Cingolani. Se davvero Meloni pensa di fare come Pedro Sánchez è fuori strada. È meglio che Meloni non si faccia venire strane idee, come ad esempio quella di essere alla guida di uno Stato sovrano. L’Italia non è la Spagna. È di qualche giorno fa la notizia, d’altronde, riportata da Edward Luttwak sui suoi canali social a proposito del diniego (appena una settimana dopo la presentazione di Michelangelo-Dome a Roma) da parte di Meloni di inviare i cacciamine italiani nello stretto di Hormuz come auspicato da Trump poco dopo la presentazione del Michelangelo-Dome. “Trump presenterà il suo conto” ha insinuato Luttwak. Come? E chi lo sa. Intanto è saltata fuori la storia di Delmastro, Bartolozzi, la Bisteccheria d’Italia, i Senese. Allora conviene correre ai ripari e prevenire invece che curare. Via pure la Santanché dal ministero del Turismo, prima che sia troppo tardi. E ora? Sigonella. Prima un allarme droni incontrollato e tenuto segreto, poi la prova del nove. Due cacciabombardieri statunitensi chiedono di fare rifornimento nella base siciliana, già armati, pronti a dirigersi verso il Medio Oriente per azioni militari dirette contro l’Iran. Luciano Portolano, capo di Stato Maggiore della Difesa, avvisa Crosetto e quindi l’Italia nega l’accesso, ai sensi del BIA (l’accordo il cui contenuto è segreto dalla sua stipulazione nel 1954), ai due caccia. Tempo qualche giorno e viene fuori che Matteo Piantedosi ha un’amante ben introdotta in Vaticano, con entrature ovunque e editorialista del Riformista. Scandalo internazionale. La storia viene ripresa da tutti i giornali stranieri che iniziano a domandarsi, sibillini, “cos’altro deve ancora venire a galla?”. Qui in Italia, invece, quasi tutti i giornali, tranne il Fatto Quotidiano e La Verità, questa storia non la mettono in apertura in prima pagina, almeno stamani. Riducono il titolo, lo mettono a lato. Non metterlo in prima proprio non si può. Metterlo piccolo piccolo sì, per minimizzare. I problemi reali sono l’Europa con l’incubo dell’austerity, il razzo sulla base italiana, giustamente, la resa di Gravina, altrove, come sul Corriere della Sera: “il terremoto nel calcio italiano”. Ora, Claudia Conte ha vissuto mille vite in una sola e ricomporre il mosaico delle sue entrature è un lavoro impegnativo, perché questo è un caso Boccia elevato all’ennesima potenza. Finché si parlava della Cultura, e allora la faccenda è seria ma non è grave, ma qui si parla del ministero dell’Interno. E il rischio che il governo imploda è concreto. Ora, da qui a pensare che dietro a tutta questa sequenza di eventi vi sia una regia occulta… certo, è esagerato, ma l’ordine delle cose è esattamente questo e se tre indizi fanno una prova, allora una ce l’abbiamo. Naturalmente, mancano tutte le altre.