Indagini a San Siro. Le luci del Meazza si spegneranno presto, Milan e Inter faranno un altro stadio abbandonando il vecchio tempio. L’inchiesta per turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio a carico di nove persone tra assessori ed ex dirigenti e manager dei due club fa pensare che, forse, qualcosa è stato fatto nel modo sbagliato. L’ipotesi, spiega Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano, è che la gara per San Siro sia “stata cucita addosso in modo ‘sartoriale’, su misura per chi doveva vincerla”. “Dopo le perquisizioni”, scrive Barbacetto, “la mattina del 31 marzo, di uffici e abitazioni del suo braccio destro Christian Malangone, del suo ex assessore Giancarlo Tancredi e della sua direttrice della pianificazione Simona Collarini, il sindaco ha aspettato fino alle 19 per scrivere in un comunicato tre argomenti in difesa della sua amministrazione pesantemente coinvolta nell’affare San Siro”. Il primo di questi riguarda l’assenza, tra le ipotesi degli inquirenti, del reato di corruzione. “Intanto: mai dire mai. E poi: curiosa reazione, difendersi da una accusa grave gioendo di non averne ricevuta una ancora più grave”. Il secondo argomento, invece, riguarda la Legge Stadi, citata da Beppe Sala in quanto, quella legge e le procedure di Partenariato Pubblico privato “richiedono delle interlocuzioni preliminari con i club calcistici; queste interlocuzioni sono, dunque, fisiologiche”. Niente di strano, dunque. Barbacetto però si chiede se quelle interlocuzioni non siano invece “collusioni” e se Palazzo Marino non sia “del tutto sottomesso ai desideri dei fondi esteri che volevano comprare San Siro (non lo stadio, ma la Grande funzione urbana, cioè un affare immobiliare da 1,2 miliardi)”.
Infatti “a dettare le condizioni, i tempi, le determine, le delibere sono i rappresentanti dei fondi. Al piano alto, Paolo Scaroni e Giuseppe Marotta che parlano direttamente con Sala; sotto, gli operativi (Ada Lucia De Cesaris e gli altri consulenti e manager) che trattano con Malangone, Tancredi e Collarini”. La “frase simbolo” di questa inchiesta la pronuncia proprio l’ex assessore Tancredi quando ammette di aver chiesto a Collarini, direttrice di pianificazione, di “togliere le cifre ed edulcorare la determina del settembre 2022 che approva la proposta di Milan e Inter di abbattere e ricostruire lo stadio”: “Sono spariti tutti i dettagli”. E ancora: “Il mio lavoro sporco”. Nemmeno il terzo argomento usato da Sala convince Barbacetto. Il primo cittadino ha professato “la buona fede” ed è convinto che i suoi uffici abbiano agito “per il bene di Milano”, mettendo al centro “l’interesse pubblico” per “far fronte a un rischio (e cioè l’abbandono della città di Milano da parte delle nostre due società calcistiche)”. Ma l’abbandono per Barbacetto era “solo un bluff”, “perché i due club non hanno i soldi per andare altrove; perché il Tar ha escluso la possibilità di costruire lo stadio a San Donato; e perché quello che i fondi Usa volevano non era tanto lo stadio, ma i 280 mila metri quadrati attorno, per realizzare una delle più grandi operazioni immobiliari in città, del valore di 1,2 miliardi di euro”. E l’interesse pubblico? Anche questa sarebbe una menzogna, “uno stadio iconico come il Meazza, uno dei simboli di Milano noti in tutto il mondo, è stato sottostimato, svenduto, candidato alla distruzione (mentre poteva essere ristrutturato), per permettere a due fondi speculativi americani di fare il colpaccio, l’affare del secolo, la Stangata, su aree preziose che erano della città. Con la complicità del sindaco e dei vertici del Comune di Milano: ‘In buona fede’? Speriamo”.